Tutti gli articoli di Claudia Bellocchi

Abitare: Le Dimensioni Umane

Il filosofo Edgar Morin sostiene che l’essere umano separa una parte del mondo per modellarlo secondo la propria creatività, per costruire un rifugio protettivo permanente. Mentre il bisogno di possedere una dimora è permanente, è mutevole lo stile con cui ognuno, ogni gruppo la costruisce rendendola abitabile.

Il “fare casa” richiama non solo il bisogno del singolo individuo ma anche quello della comunità e diviene valore di accoglienza, di ascolto e dialogo con ogni diversità.

La necessità di “fare casa” si incontra con l’etica e a volte può persino sfuggire al linguaggio normativo della morale e delle istituzioni.

La mostra fotografica “Abitare: non solo casa” va dunque oltre la semplice definizione di casa come spazio fisico.

Attraverso una selezione di scatti di fotografi contemporanei, l’esposizione invita a riflettere sulle molteplici forme che l’abitare assume nella società contemporanea, dal rifugio intimo alla dimensione collettiva della città, fino ai territori del nomadismo e della precarietà.

Il percorso espositivo si snoda tra immagini che ritraggono interni domestici vissuti e personalizzati, paesaggi urbani in trasformazione e situazioni di marginalità, offrendo una visione ampia e articolata di cosa significhi avere (o non avere) un luogo da chiamare casa. Le fotografie non solo documentano, ma interpretano la realtà con un linguaggio visivo potente, capace di trasmettere emozioni e sollecitare interrogativi sul nostro rapporto con lo spazio abitativo.

Uno degli aspetti centrali della mostra è il confronto tra la stabilità della casa tradizionale e le nuove forme di abitare dettate da esigenze economiche, sociali e ambientali. Dai micro-appartamenti metropolitani agli spazi condivisi, dalle case mobili alle abitazioni di fortuna, la fotografia diventa un mezzo per raccontare la mutevolezza del vivere contemporaneo.

Parallelamente, l’esposizione si sofferma sull’abitare come esperienza personale e intima, rivelando storie di individui e famiglie attraverso ritratti ambientati che esprimono identità, appartenenza e memoria. Ogni scatto è un frammento di vita, un’indagine visiva sul modo in cui costruiamo e trasformiamo gli spazi che ci circondano.

“Abitare: non solo casa” si configura quindi come una mostra che va oltre la semplice rappresentazione di edifici e interni, per diventare un racconto corale sulla condizione umana e sulle molteplici modalità di abitare il mondo. Un’occasione per riscoprire, attraverso la fotografia, il valore simbolico e sociale del luogo in cui viviamo.

La mostra non si limita a esporre fotografie, ma offre anche l’occasione di riflettere su dove si abita


Abitare: non solo casa
Dal 18 marzo al 10 aprile 2025

Inaugurazione il 18 marzo dalle 16 alle 19

Città Metropolitana – Roma Capitale
Villa Altieri – Palazzo della Cultura e della Memoria Storica
Viale Manzoni, 47
Roma

Dal lunedì al giovedì 8-18 il venerdì 8 – 14
Se il cancello è chiuso, suonare al citofono

Sono presenti le fotografie di: Monica Barberini, Michele Biondi, Eleonora Del Brocco, Silvana Di Stefano, Marco Gianinazzi, István Stefan Gyalai, Gianleonardo Latini, Luigia Martelloni, Maria Pia Michieletto, Maria Luisa Paolillo, Olivier Paravel, Maria Luisa Passeri, Daniela Passi, Graziella Reggio, Barbara Schaefer, Arianna Tedesco, Victoria Thomen.

La foto dell’iniziativa è di Daniela Passi

Promossa dalla Fondazione MAGIS ETS
in collaborazione con Artisti Oltre i Confini
A cura di Gianleonardo Latini

Come arrivare:
Raggiungibile con Linea Metro A – Fermata Manzoni
Linee Autobus e Tram 3, 360, 590

Per informazioni e su appuntamento:
tel. + 39 06 69 700 32 – 3396656075


Edvard Munch oltre l’iconico Urlo, IL FUOCO INTERIORE

“Non credo ad un’arte che non sia dettata dal bisogno dell’uomo di aprire il suo cuore”

“Io che conoscevo ciò che esisteva sotto la superficie lucente, non potevo unirmi a chi viveva tra le illusioni – sulla superficie lucente che rifletteva i puri colori dell’atmosfera”

“Attraverso la mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo significato, ma anche aiutare gli altri a comprendere la propria” Edvard Munch (E.M.)

Dopo Milano, è finalmente a Roma la mostra dedicata a Edvard Munch (Norvegia, 1863 -1944).
Palazzo Bonaparte ospita un’ampia retrospettiva che indaga sull’universo dell’artista norvegese attraverso 100 opere prestate eccezionalmente dal Munch Museum di Oslo, tra cui una delle versioni litografiche custodite a Oslo de L’Urlo (1895).
L’esposizione presenta Munch non solo come eclettico artista (pittore, incisore e fotografo), ma anche come uomo che si racconta (attraverso lettere, note di viaggio, diari, fino ai pensieri sparsi sul suo lavoro) comunicando riflessioni, emozioni e la sua visione del mondo.
La perdita prematura della madre a soli cinque anni e della sorella, i ricoveri di un’altra sorella in una clinica psichiatrica, lo stato mentale del padre “ipereccitabile pietista religioso fino alla pazzia” (E.M.), lo conducono precocemente ad acquisire una particolare sensibilità verso ciò che lo circonda che marcherà il suo vissuto e la sua potenza espressiva.
Attraverso il suo microcosmo filtra e interpreta la sua epoca.
A partire dalla fine dell’Ottocento, infatti, la cultura europea attraversa profondi sconvolgimenti; si avverte quell’agitazione sociale in cui le norme culturali, i paradigmi scientifici e le ideologie politiche vengono messe in discussione e sono in costante mutamento.
Precoce nel cogliere alcuni aspetti della vita e di sé stesso, Munch, si esprime facendo percepire, oltre che vedere, emozioni esistenziali come la sofferenza, l’angoscia, ma anche l’amore e la rinascita. Per questo forse, la sua pittura trova affinità elettiva, nell’immaginario teatrale nordico di Ibsen e Strindberg.
Artista prolifico, Edvard Munch si esprime liberamente sperimentando fino a individuare un linguaggio proprio.
Le scene appaiono in spazi costituiti da blocchi di colore uniformi dove l’artista spesso deforma le linee prospettiche per rappresentare l’impressione, la sensazione che gli spazi trasmettono allo stato d’animo; i personaggi presentano a volte fissità negli sguardi o incompletezza nei volti per esprimere nella scena l’angoscia o il dramma. Il processo creativo sintetizza ciò che l’artista ha osservato e quello che ricorda emozionalmente. Inoltre, “luce e colori non sono accessori secondari ma esuberanti co-protagonisti di quella percezione di sé e della propria essenza interiore da rovesciare sul palcoscenico del mondo.” (E.M.)
Nella sua tavolozza, il blu è usato principalmente per le atmosfere mistiche e introspettive; il nero per i suoi significati simbolici universali che evocano la morte e la rinascita; “il giallo è la guancia dell’ inganno, infedele e astuto per natura, l’appiccicoso colore giallo” (E.M.); il bianco è usato per rappresentare la purezza e l’innocenza ma anche l’assenza di vita (come le maschere dei suoi spettri); rosso per la passione o il desiderio che diventano tentazione, seduzione e peccato; “marrone è la fermezza – che fugge la sua pace mentale – paziente e forte” (E.M.);
Incurante dello scandalo suscitato dalle sue opere per temi e tecniche utilizzate, seguendo suo fuoco interiore, crea La bambina malata (1885-86), Sul letto di morte. La febbre (1893), Malinconia (1900), Madonna (1895-1902), Vampiro (1895), Autoritratto all’inferno (1903), La morte di Marat (1907) che ora possiamo ammirare nell’esposizione romana.
Per tutta la sua carriera artistica, critici conservatori hanno denigrato le sue opere definendole incomplete o mancanti di finitura; ciò nonostante, è diventato protagonista indiscusso nella storia dell’arte moderna.
Oggi Munch è considerato un precursore dell’Espressionismo e uno dei più grandi esponenti simbolisti dell’Ottocento.


Munch
Il grido interiore

Dall’11 febbraio al 2 giugno 2025

Palazzo Bonaparte
piazza Venezia, 5
Roma

A cura di Patricia G. Berman con la collaborazione scientifica di Costantino D’Orazio e del museo di Oslo

Produzione Arthemisia


Comprendere il mondo in cui viviamo

 “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.”

Art 9. Costituzione Italiana

Quanto siamo consapevoli che l’ambiente è un bene collettivo con un valore intrinseco costituzionalmente protetto?

In che misura abbiamo coscienza che siamo parte di un mondo naturale che da anni stiamo minacciando con pratiche antropocentriche?

La mostra di Palazzo delle esposizioni “Elogio della diversità – Viaggio negli ecosistemi italiani” richiama l’attenzione sulla biodiversità, un valore fondamentale per l’ambiente e per il nostro benessere.

L’esposizione pone l’accento sulla fragilità degli equilibri che regolano gli ecosistemi, sull’interdipendenza tra le diverse forme di vita esistenti sul nostro pianeta e sul nostro rapporto con la biodiversità che appare quanto mai urgente e utile per attivare forme di responsabilità individuale e collettiva.

La mostra si apre con una carrellata di generi e specie animali e vegetali, riprodotti a volte in dimensioni gigantesche, introducendo il visitatore in un viaggio, fisico e immaginifico, nelle diversità del nostro Paese tramite una molteplicità di linguaggi in cui si fondono rigore scientifico e suggestione estetica, spiegazione ed emozione.

Il pubblico si immerge così nella ricchezza degli ambienti terrestri e marini accompagnati anche da filmati immersivi che offrono un ulteriore senso di meraviglia portando visitatrici e visitatori dentro le venature di una foglia, sulle ali di un insetto e nelle profondità del Mediterraneo.

La varietà di cibi e di materiali che la natura ci offre è presentata tramite una collezione di modelli di frutti realizzati e dipinti a mano nel XIX secolo da Francesco Garnier Valletti (Museo della Frutta “Francesco Garnier Valletti” e Accademia di Agricoltura di Torino) e da due chitarre realizzate, tra il XVIII e XIX secolo, con legni e altri pregiati materiali naturali (Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma).

Il pubblico diventa protagonista attivo della visita attraverso l’utilizzo di exhibit interattivi digitali che pongono domande al visitatore in una maniera divertente che lo induce a riflettere.

È una mostra organizzata per coinvolgere adulti e bambini, i distratti o assorti in modo da fornire a qualunque visitatore maggiore consapevolezza del mondo in cui vive, oltre gli strumenti per chi vuole approfondire.

Nel dépliant, messo a disposizione del pubblico, oltre a letture, laboratori e visite guidate per adulti e bambini, sono fornite le date del ciclo di incontri a ingresso gratuito presso la Sala Auditorium, un’occasione unica per dialogare con esperte ed esperti del settore.


Elogio della diversità
Viaggio negli ecosistemi italiani

Sino al 30 marzo 2025

Palazzo Esposizioni
Roma

A cura di Isabella Saggio e Fabrizio Rufo


Art Brut: Perché la vera arte è sempre dove non te l’aspetti

“Il nostro punto di vista sulla questione è che la funzione dell’arte è, sempre e comunque, la stessa, e che non c’è arte nei malati di mente più di quanta non ce ne sia nei dispeptici o nei malati alle ginocchia” Jean Dubuffet, L’Art Brut préféré aux arts culturels, 1949

Tutti dovrebbero andare a vedere la mostra esposta al Mudec in quanto, come sostiene l’assessore alla cultura del Comune di Milano Tommaso Sacchi, “ci sono volte in cui l’arte dimostra tutta la sua forza superando ogni aspettativa come un fiore che spunta dal cemento.” E questo è proprio il caso delle opere degli outsider che Jean Dubuffet ha raccolto e collezionato coniandola come Art Brut.

Nel 1942 in una Francia dilaniata dalla guerra e dalla fame, Jean Dubuffet ha un’epifania: dare dignità a quell’arte che nasce dall’istinto e non è contaminata dalle regole, dalle tecniche e dalle convenzioni che si imparano nelle accademie.

Forse si potrebbe ampliare il concetto non solo alle convenzioni che si apprendono dalle accademie ma dalla società tutta, che condizionano anche la libertà interiore dell’individuo che fatica poi ad essere sé stesso.

Chi sono infatti gli outsider, gli autori dell’Art Brut? Usando le parole di Jean Dubuffet sono vagabondi, veggenti dagli ostinati soliloqui, non brandiscono diplomi bensì stampelle e vincastri; sono gli eroi dell’arte, i santi dell’arte.

Con non poche approssimazioni potremmo definirli autodidatti emarginati dalla società, a volte persone con disturbi mentali, che si rifugiano nel proprio mondo interiore riuscendo ad esprimerlo artisticamente in totale libertà.

Non hanno punti di riferimento comuni, hanno modi inusuali per essere sé stessi nella realtà, trovano percorsi unici per vivere la loro umanità ed interagire con il resto del mondo.

Il loro, a volte, è un vero e proprio ‘altro’ mondo sconosciuto, che galleggia sospeso all’interno di quello più grande: una bolla che li preserva e li salva dalla vera follia che per loro sarebbe il totale adattamento alla società.  Questa bolla, sono riusciti a rappresentarla tramite l’arte.  

Con il termine Art Brut intendiamo opere eseguite da persone immuni da qualsiasi cultura artistica, persone comunque per le quali, contrariamente a quanto vale per gli intellettuali, il mimetismo conta poco o nulla; questi autori pertanto traggono ogni cosa (soggetti, scelta materiali, strumenti, ritmi, stili di scrittura etc.) da dentro se stessi e non da cliché dell’arte classica o dell’arte che va di moda (Jean Dubuffet – L’Art Brut préféré aux arts culturels, 1949).

Ecco, dunque, la mostra si apre in un percorso espositivo che presenta in un primo spazio un corpus di opere e di documenti che mostrano l’intimo legame che univa le opere dell’artista Jean Dubuffet a quelle realizzate ai margini del campo ufficiale dell’arte e da lui raccolte sotto il nome di Art Brut.

L’esposizione prosegue con una selezione di opere realizzate da figure storiche Art Brut come Adolf Wölfli, Aloïse Corbaz, Madge Gill, provenienti dalla collezione di Losanna, a cui seguono quelle di artisti italiani e internazionali che hanno abbracciato il genere in anni più recenti.

Dubuffet contesta l’esistenza di una presunta arte primitiva (di cui egli rifiuta i presupposti razzisti e spregiativi), sfida il pregiudizio di gerarchie cui la storia dell’arte, la psichiatria e l’antropologia sono soggette e si libera delle tipologie prestabilite da queste discipline.

Art Brut non è né un movimento né uno stile, ma un modo individuale di esprimersi che deriva dal guardarsi e dal guardare l’altro, perché come sostiene Jean Dubuffet: Le persone sono molto più belle di quanto pensano. Lunga vita al loro vero volto… Ma bisogna guardare le cose molte volte. E ogni volta cambiare punto di vista, mai lo stesso punto di vista per due volte. Guardale una volta dall’alto, una volta dal basso, una volta di traverso – soprattutto di traverso (Jean Dubuffet – Causette: les gens sont bien plus beaux qu’ils croient, vive leur vraie figure, 1947 Gallimard)


DUBUFFET E L’ART BRUT
L’arte degli outsider

Dal 12 ottobre 2024 al 16 febbraio 2025

MUDEC
via Tortona 56
Milano

A cura di Sarah Lombardi e Anic Zanzi
con il supporto di Baptiste Brun per la sezione Jean Dubuffet


Baj chez Baj – Ridere della follia del mondo!

“L’immaginario dei cieli è il nostro spazio che il tempo scandisce nel divenire della memoria. Stesi sul letto del mondo noi accarezziamo la volta stellare.”

“Ora quello a cui miro con tutti i miei mostri è in qualche modo un attacco alla società dei consumi. Non il mostro fine a sé stesso con tutte le sue decorazioni, ma la satira di quanto esso rappresenta. Violenza- Humor, una che fa da supporto all’ altro; lo humor all’interno della forza bruta.”

(E. Baj)

Il Palazzo Reale di Milano ospita nella Sala delle Cariatidi, a cent’anni esatti dalla sua nascita, le opere di Enrico Baj, artista milanese e uno dei maestri della neoavanguardia italiana e internazionale.

Una retrospettiva studiata per ripercorrere tutti i temi e i soggetti della sua lunga e poliedrica esperienza, in un arco temporale che dai primi anni Cinquanta giunge all’alba del Duemila, attraversando le fasi di ricerca e di adesione dell’artista a diversi movimenti nel tempo.

La mostra inizia con l’Apocalisse (1978 – proseguita come work in progress fino al 2000), dove le sagome mostruose e fantasmagoriche intagliate nel legno e dipinte con acrilici e pastelli rappresentano la sintesi dell’evoluzione del percorso espressivo dell’artista.

Il lavoro di Baj parte di fatto con il Movimento Arte Nucleare (Milano, 1951, con Sergio Dangelo) che vuole abbattere tutti gli «ismi» di una pittura che cade nell’accademismo. Le forme si disintegrano nella ricerca della verità. Poi, “mostrificando” Baj crea gli Ultracorpi -golem con grandi teste issate su corpi barcollanti – che si insinuano anche nelle tele commerciali acquistate in mercatini. Gli Ultracorpi aprono le porte ai Generali, allegoria contro qualsiasi potere esercitato dall’alto. Eccoli, rabbiosi e decisi a fare il loro ingresso in società, sfilano nella Parata a sei, coronati di fasce sul petto, coccarde, stellette e decorazioni al merito. I Generali sono accompagnati dalle Dame adornate di tante passamanerie, frange e fiocchi quante sono le medaglie e galloni dei loro compagni (critica all’ostentazione e alla vacuità dell’apparire).

La denuncia della bestialità giunge alla sua apoteosi ne I Funerali dell’anarchico Pinelli. Il gusto patafisico e la lezione picassiana della Guernica si fondono nelle deformazioni che acuiscono la verità, dando maggiore tensione alla scena facendo apparire l’opera come un vero e proprio manifesto contro il sopruso.

Con Meccano, Baj ci ripete che l’unica via di scampo per sorprendere e abbattere l’automazione ed i robot è l’immaginazione.

Negli Specchi “che inghiottono l’anima di chi li osserva”, critica la trappola mediatica della spersonalizzazione, mentre i Mobili “animano una giostra di creature, frutto dell’universo surrealista e insieme fantascientifico”.

La Mostra, quanto mai attuale, presenta un taglio particolare, in cui la poetica del poliedrico Enrico Baj e i capolavori esposti nelle sale di Palazzo Reale, vengono messi in dialogo con i testi dei grandi artisti del Novecento che lo hanno conosciuto (tra cui André Breton, Italo Calvino e Umberto Eco).

Baj usa, sperimenta, mescola e assembla uno straordinario repertorio di elementi diversi ed eccentrici (meccani, cordoni, acciai, plastiche, passamani, ingranaggi, legni, cinghie, vetri, pizzi, nastri, celluloidi) con una libertà immaginativa che si libra sapiente ed immediata senza ricorso ad intellettualismi.

La sua ispirazione immaginifica, demistificatrice e sarcastica della società però, non perde mai la leggerezza che ha appreso dai due maestri ideali, Alfred Jarry (padre della Patafisica – scienza delle soluzioni immaginarie) e Francois Rabelais: “L’allegria può distruggere il sistema perché, al contrario delle nuove venerate divinità rispondenti ai nomi di Produzione e Consumo, essa è limite, è regola interiore, è contentezza di sé e di cose semplici: non per miseria mentale, ma per saggezza (E. Baj)”.


BAJ. Baj chez Baj
L’universo di Enrico Baj

Dall’8 ottobre 2024 al 9 febbraio 20

Palazzo Reale
Milano

A cura di
Chiara Gatti e Roberta Cerini Baj

Catalogo Electa Editore