Tutti gli articoli di Gianleonardo Latini

Biblici ammonimenti

Arne Dahl, pseudonimo di Jan Arnald (1963), con Come sigillo sul tuo cuore torna a indagare, dopo l’intrigo internazionale di Brama, sull’odierna società svedese, con i suoi complessi interrogativi morali, dove i poliziotti si trovano a confrontarsi con una Svezia ben lontana da quella delle cartoline: linda e accogliente.

La Svezia descritta da Arne Dahl non è quella degli svedesi ligi e sorridenti, ma quella degli sfruttatori e sfruttati, del lavoro nero e dell’evasione fiscale.

Così un’operazione di polizia contro dei migranti si trasforma in una esecuzione e da un suicidio, consumato nell’indifferenza del vicinato e scoperto da un ladro in un appartamento, prende le mosse un’indagine su di un pluriomicida.

Il Gruppo A, dell’elite della polizia, indaga su i due atti violenti e sui poliziotti coinvolti, dividendosi tra Stoccolma, con la sua periferia, e la provincia meridionale della Scania, mettendo sotto il microscopio il passato dei due defunti che non hanno apparentemente alcun collegamento.

Come nelle indagini del commissario Kurt Wallander, nato dalla penna dallo scrittore Henning Mankell svedese, la trama vive un crescendo da thriller psicologico.

Pazientemente la matassa della trama si srotola, tra viaggi a ritroso e ammonimenti biblici, mentre su tutto la natura nordica, con le sue nuvole e la pioggia, sovrasta le indagini Kerstin Holm e il suo tormentato rapporto con Dag Lundmark.

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Titolo: Come sigillo sul tuo cuore
Autore: Arne Dahl
Traduzione: Carmen Giorgetti Cima
Editore: Marsilio, 2014
Pagine: 368
Prezzo: € 18.00
isbn: 978-88-317-2000-7

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I Conflitti dopo l’11 settembre

Nei conflitti che si sono susseguiti si è avuta una deriva che non comporta l’uso di fare prigionieri e le vittime collaterali non sono un’eccezione, ma una consuetudine dovuta alla fretta o come sadico monito.

Una vittima collaterale di un drone statunitense è stato Giovanni Lo Porto ucciso, agli inizi del 2015, in un raid in una zona tra Pakistan e Afghanistan.

Conflitti più che guerre, senza un campo di battaglia circoscritto, dove il nemico può essere di fronte come alle spalle o ai fianchi.

Una sfida fatta più come un’esibizione muscolare, dove da una parte c’è chi arriva uccide e si dilegua e l’altra evita il contatto fisico con le vittime grazie alle nuove tecnologie da videogame.

Sembra di assistere da una parte alla guerra dei cent’anni con spadoni e saccheggi fronteggiare dall’altra gli effetti speciali alla George Lucas di Guerre Stellari.

Duellanti anonimi che operano nell’anonimato, tra la popolazione civile, senza farsi riconoscere, per una guerra innominabbile che ha fatto, dall’11 settembre 2001, un milione e 300mila le vittime, dati raccolti dall’International Physician for the Prevention of Nuclear War, Nobel per la pace nel 1985, che vengono ritenute per difetto, non conteggiando i conflitti più recenti di Libia, Siria e l’ultima a Gaza.

Guerre al terrore o umanitarie, all’Occidente e ai crociati, ma in sostanza il tutto si riduce per l’Occidente a un continuo rincorrere le visionarie follie di emiri e calliffati islamici: una vendetta continua con vittime collaterali di piloti virtuali che operano dall’altra parte del Mondo, mentre per i fanatici senza divisa, impegnati ad insinuare il terrore tra la popolazione, è una prassi mietere vittime senza distinzione.

Se da una parte il loro colpire è casuale, finalizzato a fare più morti possibili, senza alcuna “attenzione”, dall’altra si scegono bersagli da colpire con droni o bombe “intelligenti”.

Due epoche allo scontro, per due differenti visioni della società, per scoprire che la Religione non è più l’oppio dei popoli, ma l’adrenalina per un conflitto permanente.

In tutto questo chissà se Kant, criticando la ragione per far posto al trascendentale, avrebbe sospeso il sapere per far posto alla fede?

OlO Conflitti dopo 11 settembre Droni 20131214-081824I OlO Conflitti dopo 11 settembre Droni drone_pilot_1719505OlO Conflitti dopo 11 settembre Islamia Isis Daesh slide_363490_4264824_compressed OlO Conflitti dopo 11 settembre Libro di Grégoire Chamayou copia

Armeni: Prove di sterminio moderno

Per gli Armeni il 1915 è stato solo l’apice di una persecuzione iniziata sommessamente già alla fine dell’800, con l’emarginazione perpetrata dal sultano ‘Abd ul-Hamid per trovare un capro espiatorio per l’incapacità del governo di portare avanti una politica economica efficace e reagire alla disgregazione dell’Impero.

Un disfacimento, quello dell’Impero ottomano, che venne agevolato dai cambiamenti nell’area balcanica e dalla pressione delle nazioni occidentali.

Ogni potenza occidentale voleva un pezzetto dell’impero ottomano e così tra il 1911 al 1913 il sultano comincia a perdere la Libia, Albania, Macedonia e poi le numerose isole dell’Egeo.

Così in una Turchia che dava l’addio all’impero ottomano e con un’Europa sempre più presente nel Mediterraneo, un colpo di stato dei cosiddetti Giovani Turchi, d’impronta fortemente nazionalista e laica, voleva riscattare l’onore che la decadenza di una monarchia dedita ai sollazzi più che al governare, aveva perduto, trascinato il regno nel caos.

Un colpo di stato che cercava l’adesione anche nelle aree rurali e dei musulmani da ottenere con l’identificazione di un nemico e chi meglio della comunità armena, cristiana e dedita al commercio, per catalizzare la rabbia del popolo e fare il gioco nazionalista della futura classe dirigente.

L’establishment ottomano ideò l’annientamento armeno nell’Hotel Baron, nella città siriana di Aleppo, dove il proprietario di allora aveva recuperato da Naim Bey, responsabile del campo di deportazione di Meskene, gli ordini originali per lo sterminio. Documenti che vennero usati nel processo contro i responsabili del genocidio.

Un hotel, ora sulla linea di fuoco tra governativi siriani e insorti, amato da Lawrence D’Arabia e Agatha Christie, dove scrisse Assassinio sull’Orient Express, frequentato da Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, e dal re Faisal I di Iraq e Siria., ma anche dal maresciallo Montgomery, De Gaulle, Nasser, Ceausescu e Tito, oltre che da Pierpaolo Pasolini e il miliardario David Rockfeller.

Anche se non si vuol chiamare genocidio, è sicuramente stato un massacro quello operato dai turchi, fiancheggiati dai militari tedeschi, perpetrato nei confronti della comunità armena in Turchia.

Intere famiglie furono costrette a lasciare le loro case e i loro averi, obbligate a marciare nel deserto, private di cibo e acqua. Un massacro ispirato dal partito dei giovani turchi ed eseguita, con la supervisione degli ufficiali tedeschi, dall’esercito turco.

Una sorta di crudele selezione naturale in un esodo forzato che ha portato alla morte per sfinimento più che un’uccisione diretta di cui la Turchia continua a negare ogni responsabilità, minacciando ogni persona o nazione che usa il termine genocidio per descrivere comunque la volontà di un gruppo di persone nel voler annientare una comunità ritenuta non organica alla società che volevano creare.

Un atto di violenza che continua a essere negato come genocidio dai governanti turchi che in questi ultimi cent’anni si sono susseguiti, più per evitare richieste di indennizzo che per un rigurgito di orgoglio nazionalistico.

Le condoglianze offerte da Recep Tayyip Erdoğan, già nel 2014 come premier e ora come presidente turco, per il massacro degli armeni come un dramma che accomuna tutta la Turchia, da parte dell’impero Ottomano, è la dimostrazione di voler scindere le due identità: le atrocità di un sultano non possono essere addebitate ad una repubblica nata con l’Assemblea Nazionale nel 1922.

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Migranti: Un’umana comprensione

Si usa nella scrittura o nel parlato vocaboli che dovrebbero dare del disagio, come stigmatizzare un essere umano morto come cadavere, invece diventano consueti nella quotidiana informazione.

“Sono stati recuperati 24 cadaveri” è una formula cruda e distaccata, dalla quale non trapela alcuna compassione, un giornalista che si trasforma in contabile, mescolando la cronaca con un serial alla CSI.

Nessuna misericordia per chi è vittima della vita e della violenza. Numeri per una statistica sotto la voce cadaveri recuperati. Perché non utilizzare un vocabolo come salma o corpo? Forse perché quel morto lo rende troppo simile a noi?

Vocaboli che marcano le distanze, come usare diverso al posto di differente, perché si è differenti nel parlare o mangiare, ma non si è diversi sino a quando una persona non viene privata di una mano o di una gamba da un suo simile. Allora si che c’è una diversità tra la vittima e il suo carnefice, tra lo sfruttato e il suo sfruttatore.

Shakespeare, nel Mercante di Venezia, semplifica l’evidenza che l’umanità è simile comunque e ovunque a stessa: «Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo?» dal monologo di Shylock

Si abusa anche del termine di clandestino, solo perché non utilizza i mezzi convenzionali per viaggiare, evitando aeroporti e ogni “non luogo” dove si richiedono dei documenti, ma per chi fugge non è consigliabile farsi riconoscere da chi lo bracca.

Per anni si è ipotizzato di aprire degli uffici per accogliere le richieste di asilo nei luoghi dai quali si fugge, ma solo ora sembrano concretizzarsi, finanziati dalla Comunità di sant’Egidio e alle Chiese evangeliche, la realizzazione dei desk umanitari da dislocare nei paesi limitrofi alla Libia. Punti di accoglienza dei migranti che, in collegamento con le ambasciate europee, consentano ai richiedenti asilo per ottenere un visto umanitario per l’Europa. Un’eventualità, quella dei corridoi umanitari, prevista dall’Accordo di Schengen per evitare interventi militari e blocchi navali, ma che non garantiscono comunque il non ripetersi delle sciagure.

I richiedenti dei visti umanitari dovranno comunque affrontare un periglioso viaggio per giungere in Marocco o in Libano, ma poi come reagirebbero le autorità nel vedere i loro sudditi intenzionati a fuggire da una dittatura o da un conflitto? Braccia che non combatteranno le loro guerre. Un’umanità perseguitata e discriminata che si mette in fila davanti allo sportello per presentare la domanda di richiesta di aiuto.

Si pensa di bloccarli sul loro bagnasciuga, utilizzando droni che distruggano barche e barconi prima che prendano il mare, e poi stiamo li a guardare che vengono uccisi dalle armi invece che affogati?

Potrebbe essere una soluzione per acquietare la nostra coscienza anche pagare le tribù libiche perché ostacolino il traffico di esseri umani. Magari c’è anche chi pensa di retribuire gli scafisti per non trasportare l’umanità disperata. Sembrerebbe meno costoso del mantenere uno schieramento di navi nel Mediterraneo.

Pagare i delinquenti per non delinquere. Perché non è stato proposto alle organizzazioni criminali di casa nostra?

Malta come anche Cipro offrono la loro rispettiva cittadinanza a persone abbienti, in cambio di un investimento dai € 650mila agli oltre € 5milioni. La Grecia si accontenta dell’acquisizione di una proprietà immobiliare del valore minimo di €250mila, mentre la cittadinanza ungherese è più a buon mercato, basta pagare una quota di € 300mila per vedersi restituiti dopo 5 anni € 250mila.

Un bazar dei diritti che potrebbe essere ampliato alle persone non proprio benestanti.

Non può essere un marchio indelebile quello di aver avuto la disgrazia di nascere poveri nel luogo sbagliato, inospitale e in perenne conflitto.

Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, si sancisce che: Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

L’autoritario primo ministro del governo italiano potrebbe alzare la voce con l’Ue per superare il Trattato di Dublino, per non vincolare i richiedenti asilo al luogo di sbarco, e essere meno accondiscendenti nella collaborazione con la polizia austriaca nell’identificare eventuali migranti tra i passeggeri dei treni italiani, in territorio italiano dell’Alto Adige, “respingendo” prima del confine le persone che non hanno i requisiti per poter entrare in Austria.

L’Austria è una dimostrazione di quanta immaginazione autoritaria e selettiva si può avere nell’interpretare, di volta in volta e secondo le varie necessità, la formulazione di libera circolazione delle persone e delle merci, sul territorio europeo, degli accordi firmati anche dall’Austria a Schengen (1995).

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Dopo la Transavanguardia

Un viaggio visivo per raccontare la pittura italiana, quella nata subito dopo la Transavanguardia, dalla doppia anima: ora con artisti che iniziarono a esporre negli anni ’80 e ‘90, ora con diversi nomi emersi di recente ma già consapevoli del buon uso linguistico. Una selezione eterogenea, supportata da consensi istituzionali, da una precisa riconoscibilità nel panorama iconografico, da un codice veggente con cui gli autori alimentano la disciplina evoluta del metodo pittorico.

Il curatore della mostra, Gianluca Marziani, prova a mettere a confronto linguaggi differenti, dalle molteplici radici tematiche ed estetiche, commissionando opere racchiuse nel formato 30×30. Un formato che per alcuni, molto pochi in verità, può essere una misura consona per il loro racconto pittorico, per i molti, abituati ai grandi spazi, si rivela un test crudele sottostare ad un vincolo dimensionale di poco più di un foglio.

Una mostra su due livelli espositivi: il primo vede l’inserimento delle minute opere degli artisti contemporanei nella quadreria del museo, mentre il secondo è il lineare susseguirsi, in rigoroso ordine alfabetico, di una seconda opera.

Gianluca Marziani afferma di assumersi la piena paternità delle scelte, quindi le presenze e le assenze, ma questo non toglie che l’excursus, con qualche “giovane” artista degli anni ’80, alcuni prima e vari degli anni successivi, sorvola sulla cosiddetta “Nuova Scuola Romana” di via degli Ausoni, fortunatamente, ma anche su molte altre realtà artistiche.

Per quanto ci si possa mettere d’impegno nel raccontare l’odierna realtà artistica italiana rimangono sempre dei vuoti rappresentativi che potrebbero essere superati con una maggior collaborazione tra artisti e critici nel far circolare una sorta di censimento, perché non è possibile che ci siano così poche donne di valore a fare un racconto di pittura.

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00 Mostre CLOSE UP Palazzo Collicola ANDREA CHIESIArtisti partecipanti: 108, Stefano Abbiati, Silvia Argillosa, Mirko Baricchi, Alessandro Bazan, Valerio Berruti, Danilo Bucchi, Emilio Cafiero, Fabrizio Campanella, Pier Paolo Campanini, Guglielmo Castelli, Andrea Chiesi, Mario Consiglio, Enrico Corte, Pier Paolo Curti, Arnold Mario Dall’O, Gabriele De Santis, Alberto Di Fabio, Fulvio Di Piazza, Mauro Di Silvestre, Stefano Di Stasio, Pablo Echaurren, Stefania Fabrizi, Matteo Fato, Daniele Galliano, Paola Gandolfo, Massimo Giacon, Fausto Gilberti, Silvia Idili, Francesco Impellizzeri, Francesco Irene, Jeffrey Isaac, Laboratorio Saccardi, Francesco Lauretta, Emilio Leofreddi, Massimo Livadiotti, Lucamaleonte, Giorgio Lupattelli, Claudio Malacarne, Franco Marrocco, Mauro Maugliani, Maddalena Mauri, Veronica Montanino, Marco Neri, Andrea Nurcis, Giacinto Occhionero, Ozmo, Vincenzo Pennacchi, Valeria Petrone, Cristiano Pintaldi, Matteo Piovaccari, Luca Pioverai, Gianni Politi, Nicola Pucci, Giuseppe Restano, Roxy in the box, Giuliano Sale, Maurizio Savini, Alessandro Scarabello, Bernardo Siciliano, Croce Taravella, Velasco, Nicola Verlato, Mario Vespasiani e Esteban Villalta Marzi.

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00 Mostre CLOSE UP Palazzo Collicola STEFANO ABBIATICLOSE UP
Dal 28 marzo 2015 al 31 maggio 2015

Spoleto (Perugia)
Galleria Civica d’Arte Moderna (Palazzo Collicola)

Ingresso:
intero € 4, ridotto € 2

Orario:
dal mercoledì al lunedì
dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 17.30
chiuso il martedì

Informazioni:
tel. +39 0743/238920
Sito web

A cura di: Gianluca Marziani
Il catalogo della mostra verrà presentato sabato 30 maggio 2015 alle ore 15.00

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