Per Gianni Dessì il 2023 inizia con la presidenza dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, dopo essere stato il Presidente dell’Accademia Nazionale San Luca, e l’essere stato individuato come l’artista dell’anno per Rai Radio 3 “A3 il formato dell’arte”. Ora questa esposizione gli permette di confrontarsi con le antichità, anche se solo copie in gesso, in un’alternanza di plasticità classica, alla ricerca della bellezza incentrata sulla forma essenziale e grottesca.
Da’ una continuità non solo alla surreale contaminazione tra antico e contemporaneo, ma anche all’iniziativa “Residenze d’artista”, promossa da Gaetano Lettieri, direttore Dipartimento di Storia Antropologia Religioni Arte e Spettacolo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza, cocuratore della mostra allestita tra un migliaio di calchi di statue antiche del Museo dell’Arte Classica, per sottolineare l’intento di una coabitazione: un’opera come intervento specificamente ideato in relazione a quanto avviene in un’aula universitaria.
Nella gipsoteca trovano collocazione 19 opere, tra sculture e dipinti, raccolte sotto il titolo “TuttoPieno”, scelte da Gianni Dessì, nell’intento di stabilire un equilibrio tra le opere creando connessioni anche grazie alla presenza viva e costante degli studenti che di quegli spazi ne fanno un uso quotidiano.
Visitare la mostra è come intraprendere una divertente caccia al tesoro, per andare alla ricerca di alcune opere, tra le quali gessi di varie misure, celati tra numerosi copie in gesso. Si cammina ed ecco una testa nera e d’orata che si rivela tra tanto bianco o antropomorfe forme in trame bianche dalle sproporzionate misure e poi delle immagini gialle appese sulle pareti, dei vortici neri e una testa rossa che sembra fuggita da un film horror.
Opere, quelle della gipsoteca, che devono coabitare e dialogare con interventi specifici, pensati e progettati da Dessì per l’università, gli spazi e la vita degli studenti.
Una mostra quindi che testimonia il percorso artistico di Gianni Dessì, dove i termini di scultura, pittura, installazione trovano un originale punto di incontro nella potenza dell’immagine, fulcro e sintesi di innumerevoli altri approdi fisici e mentali.
Una polemica quella sulla fecondità editoriale italiana che ritorna periodicamente sulle pagine dei giornali e del web, per giustificare l’impossibilità dei critici a tener dietro a tutte le nuove uscite, ma tutto è dovuto alla pigrizia di andare a sperimentare la lettura di nuovi autori, scegliendo di seguire i nomi noti e accodarsi al sentimento comune.
Per fortuna dei critici non tutte le case editrici promuovono tutti i “loro” libri, ma bisogna fare i conti con la tenacia delle scrittrici più che degli scrittori.
Ci sono tante persone che scrivono e tante che lavorano con l’immagine o il suono, ma questo non deve andare a discapito della qualità e soprattutto lasciare in “clandestinità” i vari artisti.
Imputare all’editoria la colpa di sfornare troppi libri all’anno e la conseguente impossibilità dei critici di recensirli è una futile scusa, è come lamentarsi della proliferazione di critici in carta copiativa.
È vero che ci sono molti scrittori in erba e che alcune società editrici vivono grazie alla stampa su compenso di libri difficilmente annoverabili tra i fondamentali per la letteratura, ma è altrettanto indiscutibile che i recensori della parola sono pigri quanto i critici d’arte o della musica.
Dopo gli anni ‘80 e ‘90 è scomparsa la critica militante, quella che andava a scovare i nuovi talenti o almeno quelli che potevano dire qualcosa nell’ambito culturale. Quel tipo di critica è scomparsa perché si è creata una propria scuderia da seguire e i critici in erba hanno scelto di accodarsi alla recensione di autori non più esordienti.
È più facile recensire autori come Antonio Scurati, Michela Murgia, Giulia Caminito, sino a Paolo Bonolis o Andrea Volo, che sfogliare un esordiente con la pretesa di contattare il critico di persona, quando il critico predilige un rapporto diretto con gli editori, ma certi editori scelgono di promuovere solo una parte delle loro edizioni; è un circolo chiuso e non è un libro di Jonathan Coe, dove chi è sconosciuta/o rimarrà tale se non sarà caparbia, ostinata nel trovare un recensore curioso, di buona volontà.
Anche loro sono stati degli esordienti di talento, ma hanno incontrato un critico mentalmente aperto oltre ad essere dei bravi scrittori
Non può essere una scusa il soprannumero degli autori dell’immagine, della parola o del suono, per non avere un’attenzione sulle nuove proposte, a meno che qualcuno sponsorizza qualcun altro, preferendo andare sul sicuro e scrivere sempre degli stessi, senza avere il coraggio di affermare che alcuni nomi hanno una sopravvalutazione del loro lavoro e una sovraesposizione mediatica del loro essere.
Esordienti intenti a promuoversi, ma vengono snobbati, se non godono di una “sponsorizzazione” e la loro ostinazione non sempre riesce ad attirare l’attenzione di chi sentenzia sulla riuscita di una prova letteraria.
In un prossimo futuro l’intelligenza artificiale, tanto lodata o temuta, potrebbe sostituire la critica fatta dai pigri umani, non avendo problemi con il surplus di produzione artistica. L’IA divorerà e-book notte e giorno e non ci sarà un logaritmo capace di simulare le emozioni di una frase o di una pennellata, per apprezzare un’imperfezione.
Lamentarsi della creatività italiana è come lagnarsi della prolificazione di testate informative. Brutte o belle, obbiettive e faziose, cartacee o digitali che siano, sono voci che arricchiscono il panorama editoriale, perché esorcizzare un “esordiente” scrittore o pittore?
Marino Sinibaldi, dopo la lunga e proficua esperienza nei file della Rai Radio 3 Fahrenheit (3 ore radiofoniche dedicate ai libri dal lunedì al venerdì), si è dedicato alla promozione della lettura e alla realizzazione della rivista cartacea “Sotto il vulcano”, ora Nicola Lagioia, anche lui con un esperienza anche se minore in Fahrenheit, promuove la rivista digitale “Lucy”, dopo aver lasciato la guida del Salone del Libro di Torino, e poi nel web troviamo le già affermate: “DoppioZero”, “Nazione Indiana”, “Jodiaries” e altre ancora oltre alle pagine su FaceBook, come “Libri, Chiacchiere, Caffè e Tè” o “Un libro tira l’altro”, ovvero un passaparola dei libri dedicato all’argomento, senza dimenticare i blog e il Tam Tam per i libri dei vari cosiddetti “influencer”.
La Rai dedica alle novità editoriali degli spazi settimanali ai libri con “Billy” (Tg1), “Achab Libri” (Tg2), anche su Rai3 ad esempio con la trasmissione di Giorgio Zanchini con “Quante Storie”, così come RaiNews24 e altre emittenti televisive, arricchiscono il panorama delle opportunità di citare, segnalare o approfondire una nuova pubblicazione..
Divertente è l’iniziativa de L’Indiscreto con la sua “Classifica di qualità – letteratura in traduzione stilata da un pool di grandi lettori composto da critici/e, librerie, riviste letterarie, editor, tradutt/ori/rici, giornalist/i/e culturali, scritt/rici/ori…” come viene specificato nella pagina web. Per quanto si vuol essere “democratici” si è sempre carenti, visto l’inflazione non solo di autori, ma anche di critica e critici.
Poi ci sono le classifiche dei 100 libri che, come la prima, dimentica sempre qualche testo fondamentale nel panorama editoriale internazionale.
Un’inflazione di creatività o solo una grande voglia di ribadire la propria esistenza su questa Terra che accomuna i produttori e i consumatori.
Non viene smentita la pigrizia, forse, ma tutto si può ridurre, come in ogni ambito, in figli e figliastri o è meno faticoso seguire la corrente e solo quando qualche critico d’oltralpe porta all’attenzione di molti un autore fino ad allora snobbato.
La critica letteraria può essere svolta anche senza uscire di casa, se si soffre di agorafobia, non è certo come quella delle arti visive che è consigliabile far visita agli studi dove si crea, ma sarebbe educato, se non gentile, offrire un po’ di attenzione anche ai figliastri della parola.
Bill Bryson, in “Breve storia della vita privata”, non si limita a narrare la sua dimora, un’ex canonica vittoriana situata in uno sperduto villaggio del Norfolk, ma intraprende un viaggio, prendendo spunto dai diversi ambienti, nel tempo e nello spazio.
Partendo dall’Esposizione universale del 1851 a Londra e dalla superba architettura in ferro e vetro del Crystal Palace, per poi andare indietro nei secoli all’abbandono delle isole britanniche da parte dei romani e poi in avanti agli attriti tra l’Europa e gli Stati d’America per la produzione dell’acciaio e in mezzo la cosiddetta rivoluzione industriale e le condizioni delle persone e i loro scarsi diritti.
Un excursus che conduce il lettore ad una disarmante conclusione: “Oggi il cittadino medio della Tanzania impiega quasi un anno a generare lo stesso volume di emissioni di carbonio che un europeo produce senza alcuna fatica in due giorni e mezzo o un americano in ventotto ore. In breve, siamo in grado di vivere come viviamo perché usiamo una quantità di energia cento volte superiore a quella sfruttata dalla totalità degli abitanti del pianeta. Un giorno (e non crediate che sia troppo lontano) molti di quei sei miliardi di individui meno privilegiati pretenderanno di avere quello che abbiamo noi, e di ottenerlo con la stessa facilità, e questo richiederà più risorse di quante il nostro pianeta possa plausibilmente fornirci. L’estremo paradosso sarebbe aver creato, nella nostra eterna ricerca dell’agio e della felicità, un mondo privo di entrambi. Ma questo, ovviamente, sarebbe un altro libro.
Breve storia della vita privata di Bill Bryson Stefano Bortolussi (Traduttore) Guanda, 2011, pp.200 Prezzo: 20,00 € ISBN 9788860884152
Dalle grandi speranze dickensiane della Cop di Parigi del 2017 alla conferenza egiziana, si è consolidato l’impegno dei ricchi a pagare piuttosto che prevenire e gli oltre 100 paesi vulnerabili, svantaggiati, quelli che subiscono maggiormente gli effetti dei cambiamenti climatici, si trovano a “far buon viso a cattivo gioco” nell’affermare di essere soddisfatti, ma non contenti con l’istituzione di un fondo per il risarcimento derivante dai danni dei cambiamenti climatici.
Un fondo che non potrà risarcire la perdita delle terre e delle vite umane, dell’estendersi delle malattie respiratorie, ma soprattutto nel non permettere ai profughi climatici di accedere ai paesi ricchi, per avere una possibilità di costruirsi una vita lontano da carestie ed alluvioni, perché bollati come emigranti economici e non in fuga da guerre e da persecuzioni.
Sembra sia più tranquillo e facile vivere nella gelida tundra che nei luoghi temperati o caldi, dove se non è il deserto a divorare la terra è l’acqua a sommergerla e l’avidità delle persone a rendere difficile la vita al prossimo. A quegli altri di noi, sfortunati nell’essere nati nei luoghi sbagliati.
L’Umanità che cerca un luogo per vivere non può essere discriminata dal motivo della loro fuga, una guerra con le armi non è differente da una contro una natura inospitale. Entrambe possono essere sconfitte se ognuno è interessato a vincere.
In questo contesto si evidenzia la presenza di cinque gruppi di paesi:
quelli industrializzati che discutono come il senato a Roma
quelli industrializzati ai quali non basta e vogliono di più
quelli che provano ad industrializzarsi ma non glielo si vuol permettere
quelli che l’industrializzazione la fanno i governanti nelle loro tasche
quelli che non ambiscono ad industrializzarsi
Un Fondo di “solidarietà” con dei donatori aleatori, la Cina vorrebbe far pagare solo l’Occidente, basato sull’elargizione di soldi per compensare le perdite ed i danni, il Loss and damage, alle persone e all’ambiente che non mette tutti d’accordo.
Un impegno finanziario che a lungo sarà veramente costoso con i cambiamenti climatici dirompenti.
Un fondo sarà istituito dai governi ricchi per il salvataggio e la ricostruzione delle aree vulnerabili colpite dal disastro climatico, una richiesta chiave delle nazioni in via di sviluppo negli ultimi 30 anni di colloqui sul clima.
I paesi ricchi, come gli Stati Uniti e il Canada, temono una serie di richieste di risarcimento miliardarie, quindi non sono risarcimenti, ma aiuti, per escludere ogni forma di “responsabilità” e “compensazione” per i danni dovuti al riscaldamento globale.
Ma il risultato è stato ampiamente giudicato un fallimento negli sforzi per ridurre l’anidride carbonica, dopo che i paesi produttori di petrolio e quelli ad alte emissioni hanno indebolito e rimosso gli impegni chiave sui gas serra e l’eliminazione graduale dei combustibili fossili. Una abolizione resa difficile dai sussidi energetici dati indiscriminatamente alla produzione con gli idrocarburi e con le rinnovabili, rendendo faticosa la transizione ecologica.
Molti gridano che il Mondo è “sull’orlo della catastrofe climatica” o ancora “Il nostro pianeta è ancora al pronto soccorso” (António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite).
Avvertimenti, tante parole, ma la Terra e gli esseri viventi che la abitano sono in balia dei caprici dell’industria dei combustibili fossili.
Anche se alla Cop27 è naufragato l’impegno di mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5°C, ciò non significa arrendersi.
Esiste ancora una speranza, anche se le maggiori economie devono impegnarsi ad ulteriori tagli alle emissioni di carbonio.
I combustibili fossili sono l’ostacolo alla sopravvivenza del genere umano, perché la Terra si riprenderà dopo un Mabul, un diluvio universale, con la scomparsa di molte persone, con una nuova flora rigogliosa e con una diversa fauna e degli umani temprati agli habitat sfavorevoli. Sarà la soddisfazione darwiniana di quello che rimarrà degli 8 miliardi di persone su questa Terra. Forse non sarà necessario un nuovo Mabul, saranno le persone a maledire la Terra.
Quando si deciderà a concentrarsi sulla prevenzione potrebbe essere tardi e una delle prossime generazioni, dopo alternanze repentine delle temperature, potranno fronteggiare un’alluvione di dimensioni bibliche e la natura si difenderà dalla presenza Antropocenica.
Se la Cop egiziana è stata influenzata dalle alleanze regionali, ancor di più quella che si svolgerà a Dubai, uno tra i maggiori esportatori di petrolio al mondo, senza tener dell’indifferenza che entrambi i paesi hanno per i Diritti umani.
Sono lontani gli anni della Dolce Vita e sembra archeologia l’intervento di “impacchettamento” Porta Pinciana che Christo realizzò nel 1974.
Un intervento che mise in luce via Veneto da una parte e Villa Borghese dall’altra, ora la via della Dolce Vita e le Mura Aureliane diventano, per la seconda volta, l’ambientazione per mostrare delle opere giocose.
Ad un anno dall’allestimento degli umanoidi di Erwin Wurm è ora la volta delle aragoste e cactus umanizzati di Philip Colbert.
Sculture giocose, capaci di rallegrare l’infanzia e diventare un’attrazione turistica capace di occultare il degrado che nelle vicinanze soffocano le Mura Aureliane, confondendo un intervento di arte pubblica con uno spot pubblicitario.
Collocare le ingombranti e ironiche realizzazioni del Neo Pop Surrealista Philip Colbert sui marciapiedi e addossate alle antiche Mura si potrebbero confondere come arredo urbano, ma sono un divertente trionfo di colori e forme.
Le realizzazioni di Philip Colbert, come quelle di Erwin Wurm, sembrano una continuazione dei lavori di Jeff Koons, sensibili all’arredo.
Un emulo della pop-art che salta dai grandi formati all’intangibilità del digitale (NFT), Philip Colbert rimane fedele alla sua vocazione di designer di moda e arredi.
Un’iniziativa espositiva che rientra nella strana idea di “Roma Contemporanea”, immaginata dalla dal Municipio I, per un dialogo tra il passato e il presente, così per tre mesi le sgargianti opere potranno stimolare la ilarità dei passanti.
Ben diverse sono gli esempi di arte pubblica ambientate nel verde come Villa Borghese con Back to Nature, ideata da Costantino D’Orazio o alla londinese Frieze Sculpture a Regent’s Park, mentre una riflessione andrebbe fatta sull’arte contemporanea in ambientazioni archeologiche come le sculture di Giuseppe Penone alle Terme di Caracalla o nel Parco archeologico del Colosseo con le videoinstallazione di Laurent Fiévet e le sculture che Giuliano Giuliani dedica, in forma astratta, al paesaggio delle Marche.
Ma è proprio necessario instaurare un “vero” dialogo tra contemporaneo e passato, quando il presente è tale per la storia alle sue spalle?
Philip Colbert Dal 6 ottobre 2022 all’8 gennaio 2023
Via Vittorio Veneto Roma
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