Tutti gli articoli di Marco Pasquali

Wild Swimming

Difficile descrivere un romanzo che non accetta schemi in una società ormai senza schemi. Lo stesso titolo – poco chiaro  per un italiano – rimanda a un nuoto non costretto da strutture e limiti. Una trama comunque c’è, più memoir che novel: l’autrice si descrive in prima persona e senza pregiudizi. Vive a Londra e lavora nel mondo dell’editoria e dell’università, è queer e si muove con disinvoltura tra amanti, amiche, concerti e mostre, ripensando tutte le sue azioni in funzione delle sue estese letture, “usando le opere per parlare di noi” (pag.61). Nata in Veneto, l’autrice ha studiato a Bologna e ha seguito la strada dello studio e del lavoro all’estero, ed è ora ben inserita a Londra nella professione accademica e nel mondo dell’editoria. La sua vita non è trasgressiva, nel senso che nella metropoli londinese quello che lei fa è ampiamente permesso, almeno in certi ambienti dove si può vivere senza uscire dalla “comfort zone”. Frequenti anche i viaggi, nello stile letterario che io chiamo (con ironia) internazionale: si prende l’aereo da una capitale all’altra solo per seguire un concerto, vedere un amico o vivere una notte d’amore. Ma se ormai niente e nessuno si oppone ai tuoi desideri e alle tue aspettative è difficile creare il dramma. L’autrice lo sa e fin dalla prima pagina crea l’evento:  entra in scena J., di cui non sappiamo nulla; si sono conosciute su un sito di incontri e arriva a Londra dal Canada, dove ha una ragazza che in quel momento però è in Costa Rica. Ma ha anche un compagno in Inghilterra e vuole incontrare a tutti i costi l’autrice, con cui quasi subito andrà a letto. Quest’ultima si lascia trasportare dal flusso degli eventi, ma vive su diversi piani: quello della realtà, quello letterario e quello della diplopìa, vale a dire immagina di continuo una storia parallela a quella che sta vivendo. Non andrò oltre per non far spoiler, ma tutto il libro è costruito per mondi paralleli, dove i piani si confondono e si sovrappongono: evidente il tentativo di dar senso a una narrazione che procede da una serie di appunti orchestrati in modo razionale, ma senza schemi fissi: “ho sempre preferito le cose indefinite e prive di confini” (pag. 116) dice l’io narrante, a cui fa eco J. , la quale “non pianificava mai niente, ha risposto. Non pianificava più niente”. Tutto dunque è possibile, e poche cose sono prive di confini come l’immaginazione personale, specie se amplificata da quella realtà aumentata chiamata letteratura. E non per niente l’elemento più citato nel libro è l’acqua, materia profonda e pervasiva ma dalla forma indefinita, natabile in superficie come in profondità. E’ la fluidità come dasein, esserci. E qui a metà libro scopriamo Waterlog di Roger Deakin (1), dove impariamo che significa traversare “a nuoto libero” un paese per vie d’acqua e raccontarne i rituali. L’autrice rievoca la laguna veneta e persino l’Istria, ma è Londra ad esser descritta come città d’acqua. E qui mi vengono in mente l’inizio di Cuore di tenebra, quando i legionari romani risalgono il Tamigi, e – perché no? Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome.

Altra riflessione frequente nel romanzo è il rapporto con una cultura diversa: identità della diaspora, essere altrove e sentirsi allo stesso tempo estranei e familiari, sforzarsi di capire una società dove non sarai mai accettato del tutto e di cui ti sfuggono alcuni parametri perché sottintesi o espressi con parole per te intraducibili. Chi studia le lingue sa bene che dietro grammatica e lessico vive una civiltà diversa dalla tua, e presto s’impara cosa significa vivere lontano dal proprio paese ma saperlo anche vedere dall’esterno. E qui sono inseriti i ricordi personali: la vita con la nonna, le piccole esperienze di bambina che lasciano il segno, la più aperta realtà bolognese. A far da catalizzatore è sempre il momento di crisi, stupendo termine greco e latino che sta per “giudicare, decidere” e indica il momento della scelta nella fase discendente a seguito della rottura di un equilibrio, in previsione di un nuovo equilibrio temporaneo. E il sottofondo risuona sempre di citazioni letterarie, appena accennate ma capaci di dare un senso più esteso alla propria esperienza e soprattutto a dilatarla oltre i confini della realtà tangibile. La definirei un’esaltazione delle zone fluide. L’autrice ha il tocco leggero, quasi minimalista: i capitoli sono brevi, agile la sintassi, i continui riferimenti letterari non pesano sul ritmo e la narrazione scorre rapida anche quando certe riflessioni sembrano uscite da un corso di strutturalismo. Alcune letture -Virginia Woolf, Flaubert, Orwell, Eliot, Proust – sono scontate, altre meno: Anne Carson, Cortazàr, Annie Ernaux, Stuart Hall, Derek Jarman, Deborah Levy, Zadie Smith, W.G. Sebald, Saidya Hartman e altri. In ogni caso l’elenco completo dei testi e degli autori citati è in fondo al libro, come le coordinate filmografiche e soprattutto musicali.

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Note:

  1. In italiano: Diario d’acqua : viaggio a nuoto attraverso la Gran Bretagna / Roger Deakin ; traduzione di Elisa Comito. Torino, EDT, 2011

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Wild Swimming / Giorgia Tolfo. Giunti / Bompiani, 2025. 297 pag., prezzo 18 euro

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Vecchie ambizioni sulla Groenlandia

La Groenlandia geograficamente fa parte del continente americano ma è affiliata alla Danimarca attraverso un processo che da colonia col tempo ha cambiato il suo status. Ma a differenza della Danimarca, la Groenlandia non fa più parte dell’ Unione Europea, la nazione avendo cambiato il suo status in Territorio Speciale dell’Unione Europea, un territorio dipendente che ha una relazione speciale con uno stato membro dell’UE. Tuttavia, la Groenlandia rimane un membro del Consiglio d’Europa e della NATO, che sul suolo mantiene la base aerea militare “Thule”  a gestione statunitense. Nel 2007, la popolazione complessiva della Groenlandia era di 56 mila individui, l’88% dei quali di etnia inuit (già eschimesi). I rapporti con la Corona di Danimarca non sono idilliaci, ma tutto sommato la Danimarca garantisce l’autonomia e un certo livello di servizi a una scarsa popolazione distribuita lungo la costa. Sicuramente il sottosuolo della Groenlandia è ricco di risorse minerarie, ma neanche il cambiamento climatico è sufficiente ad agevolarne lo sfruttamento. Certo il Passaggio a Nord-Ovest sarà più praticabile dai mercantili e aumenterà l’importanza strategica della zona, oggi scarsamente difesa dalla Marina danese. Ma non si può replicare alle pretese di Trump aggiungendo un paio di orsi bianchi allo stemma araldico di Groenlandia, come ha fatto la Regina di Danimarca. E’ vero che storicamente la Danimarca ha venduto nel 1917 al governo statunitense quelle che oggi sono chiamate Isole Vergini Americane, ma quel possedimento coloniale nelle Antille era ormai anacronistico e se Copenhagen fosse stata occupata dai tedeschi, nel 1939 gli americani si sarebbero trovati gli U-Boot nazisti davanti casa. La Groenlandia invece non interessava nessuno, visto che l’interno è solo un enorme lastrone di ghiaccio.

Ora, può darsi che le frasi di Trump siano ad effetto (ma per il Canale di Panama ritengo farà sul serio), ma sconvolgono equilibri giuridici consolidati. Il problema è che se si legittimano le pretese di Trump, allora ha ragione Putin a invadere l’Ucraina e la Cina a riprendersi Taiwan. Ma a quel punto perché negare all’Austria i diritti sul Sud-Tirolo e all’Ungheria quelli sulla Transilvania? Riprenderci l’Istria e Zara, perché no? Una delle basi del diritto internazionale dal dopoguerra fino a ieri era l’inviolabilità delle frontiere e proprio gli Stati Uniti nel 1945 si opposero ai cambiamenti di confine fra gli stati europei, mentre i Sovietici e Tito facevano esattamente il contrario, stabilizzando e sigillando le proprie occupazioni militari. Altra base era la mediazione delle Nazioni Unite, alle quali finora nessuno ha fatto appello, forse per la loro drammatica inefficienza, dimostrata anche ora In Ucraina e in Palestina e Libano. Ma se torniamo alla legge del più forte, allora tanto vale chiudere bottega e armarsi, o almeno sviluppare alleanze e deterrenze credibili.

Descrivere la guerra

L’anno ora chiuso ha visto solo guerre: fra Russia e Ucraina, fra Israele ed Hamas ed Hezbollah, in Sudan, e a fine anno il crollo del regime siriano di Assad e una serie di effetti collaterali dal futuro incerto e di difficile analisi. Una situazione generale dove ognuno ha fatto quello gli pareva e le Nazioni Unite e le loro agenzie (Unifil per prima) hanno dimostrato la loro assoluta inutilità, non essendo capaci non dico di tenere separati gli avversari o scortare i convogli umanitari, ma neanche di proteggere i propri funzionari e soldati dai proiettili di chi dovevano controllare. Ma, soprattutto, le Nazioni Unite si sono dimostrate per quello che sono: una sovrastruttura, incapace di modificare nel profondo la politica e i rapporti fra le nazioni. Ma quello che voglio qui proporre è una breve analisi del modo in cui queste guerre vengono descritte da alcuni mass-media. Naturalmente prevale sempre la narrazione che svilisce il nemico ed esalta il proprio esercito, ma possiamo avere anche sorprese.

La stampa svizzera, p.es., non è mai di parte essendo la Svizzera neutrale da sempre. Sono consultabili in linea in lingua italiana sia il sito della Radiotelevisione Svizzera Italiana (RSI), sia il Corriere del Ticino (CDT) (siti: www.rsi.ch e www.cdt.ch ). Gli articoli sono molto equilibrati e dimostrano di avere cronisti e analisti indipendenti. Ovviamente di parte è invece la stampa quella ucraina, il cui sito ufficiale è solo in russo e ucraino (www.unian.ua), mentre altri notiziari sono in inglese. Comunque si può ricorrere ai traduttori automatici per avere una discreta resa in italiano. Facebook invece è piena di brevi video girati più o meno artigianalmente dai soldati, spesso con sottofondo di musica rock o canti popolari, mentre non esiste materiale russo nella stessa quantità. Difficile comunque distinguere le divise, quasi uguali per chi non è pratico; lo stesso vale per alcuni mezzi e armi. I brevi video russi hanno la sigla “Ruslan Rus”, quelli ucraini la bandiera gialloblu o il tridente bizantino simbolo nazionale. Video più politici si vedono scorrendo VK.com (la FB russa), con lunghi titoli come: “In poche settimane la situazione è cambiata ed è peggiorata notevolmente. I russi hanno notevolmente accelerato la loro offensiva, stanno riconquistando molti territori nella regione di Kursk che occupavano gli ucraini, e stanno avanzando ogni giorno”. Le traduzioni sono decenti, mentre molto meno lo sono quelle del sito “Recensione Militare”, versione italiana dell’agenzia militare ufficiale russa (https://it.topwar.ru/ ), il quale però ha il pregio immenso di dare ogni giorno una cartina con le postazioni e i movimenti dei due eserciti, anche se dovremmo sentire anche l’altra campana. Molti italiani che hanno avuto un parente che ha combattuto con l’ARMIR nella seconda Guerra Mondiale troveranno familiari alcuni toponimi, ma per i più restano solo nomi slavi dispersi in una landa piatta (a parte il saliente di Kursk, dove si è combattuto anche allora). Quello che distingue invece i brevi filmati di fonte ucraina è l’apparente mancanza di censura: si vedono i soldati quarantenni che in trincea fanno la vita del topo come mio nonno nel 15-18, mezzi che arrancano nel fango o nella neve, mortaisti e artiglieri all’opera, carristi chiusi nel ristretto spazio interno del loro mezzo, ma spesso si vedono droni che vanno in caccia libera di mezzi nemici, trincee o soldati isolati. Ogni dieci filmati ce n’è poi  sempre uno dove i soldati e le soldatesse ballano, scherzano e buffoneggiano, sicuramente per attenuare lo stress. Buffi siparietti introvabili nei video russi.

E passiamo ora su un altro fronte: Gaza e il Libano. Seguo ogni giorno JBN, Jewish Breaking News (https://jewishbreakingnews.com/), presente anche sui canali Whatsapp e Telegram. Le fonti giornalistiche israeliane sono molto aperte, non c’è una censura stretta e soprattutto non vengono diffuse notizie false, anzi sconcerta la brutale chiarezza con cui vengono proposti brevi filmati dove si vedono palazzi di dieci piani buttati giù in pochi secondi dai bombardamenti aerei o dalle cariche esplosive piazzate dai genieri, o la pericolosa esplorazione di chilometri di gallerie. Gaza e alcune zone di Beirut sono ridotte a un cumulo di macerie e loro lo mostrano senza nessuna limitazione. Non mancano mappe con l’allarme per i razzi nemici o immagini esplicite dei danni da loro provocati. Non mancano appelli per famiglie in difficoltà, e in più ogni tanto c’è la scheda e la foto memoria di un soldato morto in azione, e sono tutti molto giovani. Quello però che incuriosisce è ogni tanto l’appello di un reparto militare – formato in genere da specialisti – che chiede apertamente ai civili una sottoscrizione per migliorare il proprio equipaggiamento: chi ha bisogno di stivali nuovi, di medicinali o di giubbetti antiproiettile, di elmetti o addirittura di razioni di cibo. Anche se è un esercito formato in gran parte da riservisti, a tutto ciò non dovrebbe provvedere l’intendenza? Un amico ebreo m’ha dato la spiegazione: è un modo per rinsaldare i legami fra un reparto e la comunità che lo sostiene.

Scrivere & Vendere

Google e Facebook, si sa, non si fanno mai gli affari propri. Cercavo informazioni su alcuni editori e da due settimane mi ritrovo sommerso da agenzie che promettono di insegnarmi non solo a scrivere un best seller ma soprattutto a pubblicarlo, venderlo e promuoverlo in poco tempo e con un ritorno economico più che intrigante. Alla fine questi promotori si somigliano tutti: appare un video dove un giovane imprenditore o una bella ragazza ti chiedono se hai scritto o vuoi scrivere o vendere un romanzo o far soldi come redattore pubblicitario (copywriter). Tutto gratis, almeno all’inizio, devo solo cliccare e vedermi il video promozionale, dove si promette un metodo per scrivere un libro in due ore o addirittura in sessanta minuti (con l’AI, immagino). Amazon addirittura spinge a “vendere libri senza scriverli” , come se uno potesse vendere la merce senza prima fabbricarla. Uno promuove “L’angolo unico”, un altro “L’idea magnetica “ (sic) che ricorda la vecchia “diagonale dinamica” dei corsi di sceneggiatura americani venduti a Roma. Un altro pretende di insegnarmi a scrivere un documento ma strapazza le maiuscole: “L’elemento più Importante per Scrivere un Libro che Attira Clienti e Vende Senza Sforzo (e non è quello che pensi)” – poco male, ho visto comunicati che stampano in maiuscolo anche le preposizioni. Del resto, “Sai che se non hai scritto un libro sei fuori dal mercato?”. Già, ma quale mercato? E se ti propongono di scrivere bestseller narrativi, perché prendere a modello un libro americano intitolato “Profit First”, forse ispirato da Trump? Un altro specifica che quel corso online “26.000 autori l’hanno già seguito”. Insomma, dopo le scuole di scrittura creativa e le agenzie letterarie è il momento dei corsi capaci di unire tutte le fasi dell’editoria, dalla scrittura alla redazione del testo, poi la successiva stampa e promozione. Sicuramente chi vuole scrivere un libro ha molto da imparare, nel senso che anche dopo averlo scritto e pubblicato in autoeditoria, resta il problema della promozione e della distribuzione, ora comunque facilitata dalle vendite online e l’appoggio alle catene librarie. Ma a guardare bene tutti questi siti e video dicono più o meno le stesse cose: datevi da fare per creare un sito, seguite ogni giorno i social (mezzo di diffusione della letteratura per adolescenti di recente sviluppo), andate in giro per librerie e circoli, siate simpatici, mettete su un ufficio stampa. Oppure pagate chi sa farlo. Ovviamente, quelli che ti hanno venduto il corso. I quali magari vanno in giro con una macchina di seconda mano.

Cinema in fumo

Mi ero già occupato su questa rivista della misteriosa fine del Museo Internazionale del Cinema e dello Spettacolo (Mics), museo di storia del cinema fondato e diretto unicamente da José Pantieri (1) ma nel frattempo non sono ancora riuscito a capire dove è finito tutto il materiale. Qualcuno mi ha suggerito un paio di nomi, ma aver frequentato quel matto di Pantieri – perché matto lo era – di per sé non è una prova di furto, perché di furto si tratta: una preziosa anche se disordinata collezione è stata sottratta alla fruizione pubblica in un clima di omertà: nessuno sa l’indirizzo del magazzino (o dei magazzini) dove furgoni privati hanno trasferito il materiale. Il sindaco era all’epoca Alemanno, sicuramente meno attento di Veltroni ai problemi del cinema, ma neanche quest’ultimo mi risulta abbia sollecitato un’indagine che rompa il muro di omertà che circonda il museo e il suo intrattabile fondatore e direttore. Già, perché se le cose sono andate come sappiamo è anche per via del suo carattere nevrotico, incapace di mediare con le istituzioni e di avere collaboratori. Ora una brutta notizia: nello strano rogo che ha interessato lo scorso 8 giugno il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma sono andate distrutte 220 pellicole (e non 500, come si pensava in un primo momento). Non che fosse la prima volta: incendi nei depositi delle pellicole infiammabili custodite nel Centro erano stati registrati anche prima (18 giugno 2009, 446 rulli persi; 27 ottobre 2009, 4 rulli; 8 luglio 2015, 893 rulli; 8 agosto 2018, 40 rulli). Forse sarebbe meglio investire di più nella sicurezza antincendio. Ma quello che è peggio è che sono andate in fumo anche le pellicole straniere facenti parte della collezione privata di Pantieri, prese in carica dalla Cineteca dopo la sua morte. Questo il comunicato ufficiale:
“È stata ufficialmente informata la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Lazio, titolare del deposito di gran lunga prevalente nel cellario distrutto, il fondo del collezionista José Pantieri, fondatore del Mics (Museo Internazionale del Cinema e dello Spettacolo). È stato concordato con la Soprintendenza un sopralluogo che si è svolto il 21 agosto alla presenza anche dell’Arma dei Carabinieri”. (due mesi dopo!)
Che film erano? Difficile dirlo, visto che non erano stati ancora catalogati scientificamente. Per farlo bisogna vedere ogni “pizza” in moviola e spesso i film del cinema muto non sono facili da identificare. Ricordo p.es. che un raro film ungherese fu scoperto in Germania ma con un diverso titolo per il mercato tedesco. Come si vede, il mistero del Museo Fantasma si è arricchito di un altro capitolo. Se fossi uno scrittore di libri gialli penserei che in mezzo a quei reperti di cineteca c’era qualcosa da far sparire, una pellicola nascosta in mezzo alle altre con scene compromettenti. Fatto sta che – incidente o sabotaggio che sia – abbiamo perso quel poco che restava del Museo Internazionale del Cinema e dello Spettacolo. E il mistero continua.