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Tana libera tutti …

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TANALIBERATUTTI …

 Sabato 12 ottobre h.18.oo

 Finissage con replica della performance dell’attrice Luisa Stagni

Stop agli abusi sui bambini anche grazie alle voci dell’arte. Questo il senso con cui la Chiesa Avventista ha accolto e sostenuto, all’interno della “Campagna 7″ e con i fondi dell’Otto per Mille, l’artista Claudia Bellocchi nella sua riflessione “TANALIBERATUTTI”.

 L’esposizione è articolata su tre interventi pluridisciplinari: dalla gestualità delle opere su carta, Claudia Bellocchi, infatti, passa al video rendendo incisivo il messaggio attraverso l’animazione delle gouache, sino ad arrivare alla performance per appropriarsi della parola e dello spazio con l’azione dell’attrice Luisa Stagni.

Meglio prevenire piuttosto che curare e l’esposizione di Claudia Bellocchi permette di riflettere sul tema, ponendo anche la questione di un insegnamento cosciente: rendere partecipe il prossimo della conoscenza può essere un’occasione per migliorare l’umanità ed evitare un’altra forma di abuso.

 La “Campagna 7 – Stop agli abusi sui bambini” coinvolge 200 Paesi nel mondo e punta a mettere in circolo ogni forma di idea utile ad arginare il dramma degli abusi sui minori: un movimento globale aperto a chiunque voglia impegnarsi a sensibilizzare in ogni forma sul tema.

 La rete di amore solidale è già stata lanciata: all’iniziativa hanno già aderito sostenitori fornendo gratuitamente il loro supporto.

 La prima tappa dell’esposizione “TANALIBERATUTTI” sarà Roma il 27 Settembre alle ore 18:00 presso lo Spazio espositivo Moto della Mente in Via Monte Giordano 43, per seguire con altre città italiane.

 TANALIBERATUTTI

Inaugurazione venerdì 27 Settembre ore 18:00

Spazio espositivo Moto della Mente

Via Monte Giordano, 43 – 00186 Roma

Tel. 06/6869974

Homepage

 La mostra rimarrà aperta dal 27 settembre al 12 ottobre 2013  Dal lunedì al venerdì dalle ore 15.00 alle 19.00

 http://www.claudiabellocchi.it/        http://news.avventisti.it/

 

Roma non sia più schiava dei palazzinari

Christian Raimo ha lanciato dalle pagine de Linkiesta una sfida (dal titolo: Roma, così si è scelto di uccidere la città) ai candidati sindaco di Roma; una lettera aperta per un radicale cambio di rotta nell’amministrazione della capitale, oggi divisa in periferie ghetto ed enclave di lusso, per colpa dei politici, ma anche degli intellettuali. Sandro Medici, candidato della sinistra (Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Liberare Roma, Roma Pirata e Repubblica Romana) gli risponde con una lettera. Saremo lieti di ospitare anche le repliche degli altri candidati.

Raccolgo l’invito a ragionare su Roma che Christian Raimo rivolge un po’ a tutti, oltreché ai candidati a sindaco. Colgo nella sua analisi molte verità e quella densità critica che è in gran parte la stessa che mi ha spinto a promuovere la Repubblica Romana.

Al di là dei tanti spunti e delle svariate argomentazioni, nella lettera di Raimo mi colpisce la sua accusa a quel corpo intermedio intellettuale che da decenni ha rinunciato (si rifiuta) di svolgere la sua funzione preminente: quella di sollecitare la politica a comprendere la città e a progettarne il futuro. Una funzione che nel passato, anche tra contrasti a volte furenti, ha spesso determinato scelte politiche consapevoli e felici. E sulla quale si sono formati amministratori che ancora rimpiangiamo: tra questi, i citati Nicolini e Tocci, più una larga schiera di politici-intellettuali che ancor oggi sopravvive qua e là, dispersa e sostanzialmente neutralizzata.

Ha ragione Raimo: l’assenza di dialettica tra chi pensa e chi agisce, tra chi legge la realtà e chi s’incarica di cambiarla ha determinato quel vuoto nella cultura della sinistra romana che ha finito per indebolire la centralità dell’istituzione pubblica sulle scelte urbane. C’è da aggiungere che per alcuni è stata una sventura, per altri è stato un sollievo. Sia come sia, quel che si è via via consolidato è stato un processo di subordinazione della politica all’economia, appena scalfito da pratiche di riduzione del danno che in pochi, pochissimi abbiamo cercato di agire.

Non per essere pedante, ma lungo gli anni Sessanta, dal Gruppo ’63 al Sessantotto, s’è sviluppata (e non solo a Roma) una tempesta critica che ha poi nutrito e sedimentato l’esperienza delle giunte rosse, per molti aspetti la migliore del secolo scorso. Per anni e anni abbiamo tutti attinto a quella fonte culturale originaria, che tuttavia non siamo più riusciti a rinnovare e/o attualizzare. Forse non era possibile o forse non ne siamo stati capaci. La conseguenza è stata comunque quella d’inaridire la nostra proposta, il nostro immaginario. E dunque consumare una sconfitta.

Oggi Roma è una bottega. Dove tutto si compra e tutto si vende, compresa la dignità della rappresentanza politica. Se per realizzare un asilo-nido si deve concedere l’edificazione di un paio di palazzine, se per qualche km di metropolitana bisogna autorizzare milioni di metricubi, vuol dire che il Campidoglio è un’agenzia d’intermediazione urbanistica e i vari amministratori agenti fiduciari delle centrali immobiliari.

Non sfugge a nessuno che tale avvilente situazione sia soprattutto figlia delle politiche economiche dominanti, che in generale, riducendo i trasferimenti di bilancio, impongono alla sfera pubblica di ritrarsi dal suo ruolo regolatore per far posto alle dinamiche di mercato, attraverso la privatizzazione di servizi e patrimoni, la dismissione di competenze economiche e sociali. Al punto da ridurre l’amministrazione a un mero ufficio certificatore di interessi privati.

Difficile valutare quanto la politica abbia consapevolmente contribuito alla sua eutanasia. Di certo, non ha fatto molto per evitarla. E qui a Roma l’ha perfino accompagnata e favorita, grazie al furore liberista delle giunte di centrosinistra e, successivamente, ai comitati d’affari e al penoso clientelismo della destra.

C’è consapevolezza di tutto ciò? A me non pare proprio. Anzi, l’impressione è che sia in corso un tentativo di rimozione e dunque una sostanziale accettazione di quel ch’è stato. Anche perché prendere atto delle proprie responsabilità comporterebbe uno scatto di discontinuità che le maggiori forze politiche oggi non sono in grado di produrre: per farlo, dovrebbero transitare lungo un ripensamento talmente profondo che finirebbe per scardinarle completamente. Per questa ragione sono ancora lì, con i loro assetti oligarchici che fanno e disfanno, preoccupati solo di consolidare i propri poteri, sostanzialmente indifferenti ai contenuti, alle proposte di cui dovrebbero essere portatori.

La conseguenza è che la campagna elettorale vivacchia su improvvisazioni e banalità, micro-polemiche e scemenze varie. Non c’è una visione di Roma, non c’è prospettiva strategica, non c’è cultura del futuro. E gli stessi programmi che vengono offerti agli elettori risentono di mancanza di spessore e di respiro.

L’elencazione dei problemi che Raimo sintetizza con efficacia necessiterebbe di ben altro, di ben altra passione, di ben altra competenza. Purtroppo, resta senza risposte.

Nel nostro piccolo, stiamo provando a tratteggiare un’idea di città, che meglio corrisponda all’inquietudine e al desiderio dei tanti e tante che non intendono rassegnarsi. Con la quale vorremmo raccogliere la disponibilità e il consenso di chi sta ritrovando la passione per la politica. Sappiamo quanto sia difficile, ma sappiamo anche che solo in una condizione di libertà e indipendenza è possibile ricominciare un cammino di cambiamento: di se stessi e della città

Artisti Americani a Roma

Mostra

ARTISTI AMERICANI A ROMA

dalla fine degli anni ’60 agli anni ’90

opening il 17 gennaio 2013, alle ore 18.00

Una selezione delle oltre cento opere di piccolo e medio formato, in gran parte su carta, ma anche su tela e delle sculture, dei veri soprammobili, di metallo o di ceramica, raccolte nell’arco di una quarantina d’anni da Maria Verzotto durante la sua presenza all’Accademia Americana di Roma. 

Schizzi, dipinti compiuti, sculture e bozzetti, dal figurativo tradizionale, all’astratto, alla grafica per temi e tecniche altrettanto diversi e alterni. 

Un excursus sulla tradizione nordamericana in un vitale scambio con la tradizione europea, attraverso le opere di artisti come: Anthony Ames, Charles Dwyer, Paul Kubic, Karen Saler, Varujan Boghosian, Gyorgy Kepes, John Wenger, Edgard Haag, Laura Newman e Frederic Biehle. 

Questi sono solo alcuni nomi che si succedono nell’itinerario proposto da Maria Verzotto; il cammino è ampio e propone interessanti scoperte artistiche di un paese che molto ha dato e preso in un continuo e vitale scambio con la tradizione europea. 

ARTISTI AMERICANI A ROMA

dalla fine degli anni ’60 agli anni ’90 nella Raccolta Verzotto

che rimarrà aperta

dal 18 gennaio all’8 febbraio 2013

dal lunedì al venerdì – dalle 15.00 alle 19.00

presso lo spazio “Moto della Mente”

Via Monte Giordano, 43 (piazza Navona) 00186 Roma Tel. 06/6869974

 A cura di Gianleonardo Latini Con il testo di Luigi M. Bruno

  http://www.ex-art.it/raccolta_verzotto/index.html

 

Se la maestra ammaina la bandiera.

La maestra Maria lavora da alcuni anni, su incarico del ministero degli esteri romeno, in una scuola italiana dove più che in altre parti è presente una comunità proveniente dal suo paese.

Lo scopo iniziale era di riavvicinare i bambini nati in Italia alla cultura d’origine, facendo corsi di perfezionamento nella lingua dei genitori, insegnando loro tradizioni e costumi che crescendo in Italia avrebbero presto dimenticato.

Quest’anno, vista la disponibilità delle colleghe della scuola dell’infanzia, in occasione delle feste del Natale avevano messo in piedi un progetto per insegnare a tutti i bambini le canzoni di Natale anche in romeno.

Grande gioia tra i bambini che hanno subito preso come un nuovo gioco lo studio della lingua che anche i loro amichetti parlavano.

Ma qualche genitore ben pensante si è messo di traverso, dapprima qualche commento scocciato mentre riprendevano i bambini, poi proteste sempre più decise e convinte, fino a costringere il Dirigente Scolastico a chiudere il progetto, visto anche lo spavento della maestra Maria di fronte alla veemenza dei genitori.

Personalmente ho criticato la scelta del dirigente, non si accettano le contestazioni dei genitori al proprio lavoro, l’insindacabilità delle scelte didattiche dei docenti a qualunque livello, è sempre stato un baluardo della scuola pubblica italiana, accettare di trattare queste scelte equivale ad ammainare la bandiera della propria indipendenza di fronte alle richieste dell’utenza.

Credo invece che mai come in questo momento questa bandiera debba essere lasciata in alto, proprio ora che famiglie sempre più distratte, stordite dalla crisi economica, hanno abbandonato il cimento educativo per lasciare i propri figli davanti a tv, computer e play station, vittime sempre più spesso senza alcuna difesa di messaggi commerciali sempre più sfacciati e sempre meno subliminali.

Così la scuola, soprattutto quella per i più piccoli, è l’ultima tutela che questi bambini hanno per formarsi una personalità, per apprendere la socialità, per diventare adulti responsabili.

E allora se anche le maestre che tutti i giorni, nonostante i loro problemi quotidiani, nonostante gli stipendi bassi, nonostante l’opera di demolizione che i governi per primi hanno avviato verso la loro professionalità, se anche le maestre ammainano la bandiera, allora sul serio non ci sarà più nulla che ostacolerà il cammino dei nostri figli verso la loro trasformazione in perfetti consumatori, pigramente abbandonati davanti alla tv, pronti a cadere da un momento all’altro nell’obesità infantile.

Ci vorrebbe allora che di fronte a casi simili, di fronte a scene analoghe in ogni scuola d’Italia, con i genitori che si improvvisano maestri, professori, presidi e magari anche ministri dell’istruzione, non ci scordassimo che ogni giorno centinaia di maestre, anche dell’asilo, impegnano la loro esistenza a correggere omissioni, ignoranza e superficialità di altri soggetti o istituzioni, pur con tanti limiti e qualche esagerazione, ma ricercando tenacemente tra mille difficoltà una riconversione educativa che sia in grado di fornire ai più piccoli gli strumenti di crescita e di protezione per e dal futuro, con un lavoro al limite del sacrificio personale. Allora qualche volta mi piacerebbe che fuori la scuola, qualche genitore scrivesse “W le maestre!”

  Sergio Spera.