DAI DIRITTI UMANI ALLA GUERRA UMANITARIA IL NOVECENTO DEI POTENTI SCOPRE LA BONTA’
A FINE SECOLO DI GRANDI SCOPERTE E APOCALITTICHEDISTRUZIONI POTREBBERO PROSPETTARSI INTERESSANTI NOVITA’.
Se è vero che filosofi e poeti cantano e invocano da sempre la “chimerica virtù” all’improvviso nel secolo “moderno” è il potere ad appropriarsi… perfino della BONTA’ Nascono così i bei “DIRITTI UMANI” sulla Carta splendida maschera da indossare con disinvoltura. Ma forse l’istinto profondo dell’uomo si mortifica in una vita senza violenza e disuguaglianze se l’umano non è idoneo né propenso ad accettare quei principi che la mente ha immaginato in delirio d’astrazione poetica. Ed ecco l’ultima geniale trovata tragica burla in apocalittici scenari di morte “giustamente” detta “GUERRA UMANITARIA” che mai si era trovato nome più appropriato per definire il capolavoro dell’Uomo: “Supremo incontrastato Signore della guerra”. Ma mentre il “MERCANTE D’ARMI” pregusta nel ritorno di promettenti blocchi nuove fantastiche guerre globali il mondo intero della gente, stanco di disinteressate liberazioni potrebbe finalmente svegliarsi e solo allora la PACE nata dalla volontà dei popoli riuscirà a fiorire come profetizzato nel sogno del poeta. Un’esplosione senza precedenti nella storia: unica vittoria possibile nell’assurdo infuriare DI STRAGI A CAPOFITTO VERSO IL TREMILA.
Nel mio precedente articolo avevo citato tra i poemi epici cavallereschi “islamicamente scorretti” anche il Dighenìs Akritas (in greco: Διγενής Ακρίτας) , ben sapendo che da noi il testo è ignoto. Proprio per questo ne voglio parlare, sperando di stimolarne la lettura. Si tratta di un testo bizantino anonimo del XII secolo, scritto in greco medioevale, a metà tra narrazione popolare ed epica classica, con forti connotazioni romanzesche e alcuni tratti originali rispetto all’epica cavalleresca occidentale. Le vicende si svolgono nel X secolo o appena dopo nelle zone di frontiera tra Anatolia e Siria – più o meno dove si combatte anche adesso – presidiate all’epoca dagli akritai, a capo di soldati-contadini cui veniva assegnata la terra in cambio dell’obbligo di difenderle dai saraceni. Questi distretti militari di frontiera– i c.d. themi – erano un’eredità del Limes romano e nei Balcani il sistema perdurò sia sotto i Veneziani che con gli Austriaci – le c.d. krajne, o distretti militari di confine presidiati dai “Grenzer”, i presidiari, legati alla terra quanto alla difesa contro gli i Turchi ottomani. Il generale Boroevic’, detto il Leone dell’Isonzo e nostro nemico nella prima G.M., era per l’appunto un Grenzer, il che significava – come ai tempi di Bisanzio – un uomo duro, coraggioso e lontano dalle manovre di corte. All’epoca dell’Impero Romano d’Oriente gli akritai dovevano tenere la lunga frontiera aspettando l’arrivo dell’esercito regolare, oppure impegnando il nemico con scorrerie di ogni tipo. Il confine era vago e costituiva una estesa palestra per incursori, essendo guerriglia e scorrerie all’ordine del giorno. Ma alle guerre si alternavano anche lunghi periodi di pace e conflitti di bassa intensità, come ai tempi del Limes romano, di cui Bisanzio era erede. Frequenti erano gli scambi culturali e matrimoniali tra guarnigioni e popolazione locale, anche se l’Islam era incompatibile con la Croce. Ma all’epoca i bizantini non erano ancora sulla difensiva, anzi riconquistarono ampie zone della Siria e dell’attuale Libano. E gli akritai erano i difensori e ri-colonizzatori delle terre tolte alla Jihad, anche se – come vedremo – erano molto indipendenti dal potere centrale e lontani anni luce dallo spirito della ricca e intricata Bisanzio. Il poema fu composto e diffuso negli ambienti che lo avevano creato, per poi diventare di moda a corte e anche da noi: Boccaccio conosce il testo, lo chiama l’Arcita e nella Teseida ne sfrutta alcuni spunti romanzeschi. Ma entriamo nella trama del poema.
Intanto il nome. Dighenìs significa dalla
doppia stirpe, e infatti l’eroe è figlio di un emiro arabo che invade la Cappadocia e rapisce la figlia di
un generale bizantino. L’emiro accetta poi di convertirsi al cristianesimo
insieme alla sua gente e di stabilirsi nella Romània (le terre
dell’Impero Romano d’Oriente), prendendo in moglie la figlia del generale. Si
ha così la riconciliazione tra i due popoli, e dal matrimonio nasce il nostro
eroe. Nella seconda parte del poema se ne narrano le gesta. Uomo di frontiera
per nascita e funzione, si rivela subito un capo coraggioso e intraprendente
quanto alieno se non ribelle al Basileus, che gli ha delegato la difesa della
frontiera. Lui non ama essere fedele al suo
Imperatore, anzi è totalmente avulso dalle gerarchie e così amante della
propria libertà che si dissocia da ogni legame con Bisanzio e continua la sua
vita seguendo un individualismo sfrenato; in questo senso non sarebbe fuori
posto in un film di Clint Eastwood. Dighenìs non ha un codice etico come i
cavalieri Franchi e alcune sue gesta sono al limite, come la sua identità:
rapisce la sua futura sposa, figlia di un generale, ma dopo aver vinto tutti i
suoi fratelli ne chiede la mano al padre. Sarà un’unione felice, anche se un
paio di volte tradirà sua moglie, fra un’incursione e l’altra. In una vince ma
s’innamora della seminuda amazzone Maximò e la ama. In un’altra riconsegna a un
guerriero saraceno la fidanzata sedotta e abbandonata e lo obbliga a sposarla,
ma non prima di averla violentata: la frontiera non è luogo per gentiluomini.
Ma le sue grandi doti guerresche e le sue gesta non rimangono sorde
all’orecchio del Basileus. L’Imperatore tenta di conoscere questo grande
guerriero, l’akrita che combatte al confine dell’Impero, ma Dighenìs non
accetta mai di incontrarlo, anzi, lo sfida a duello, ovviamente declinato. Ma
il nostro eroe affronta anche imprese, retaggio della mitologia classica: vince
un drago che si era trasformato in un
bellissimo giovane e aveva tentato di violentare la moglie. Poi è il turno di
un leone che l’akrita vince, come Heracles, uccidendolo con un colpo di clava.
In intimità con la moglie, viene sorpreso da un gruppo di predoni, da sempre
presenti ai valichi. Digenis li sconfigge tutti poi sfida i loro migliori
guerrieri a duello, vincendo ancora una volta. Come si vede, l’epica si lega
alla tradizione romanzesca alessandrina, il che suggerisce un pubblico
“generalista”, amante delle gesta guerriere ma anche di quelle erotiche, cui
ben si presta un eroe “borderline” in tutti i sensi. Curioso il finale, almeno
dopo tanta azione: dopo aver vinto tutti i suoi
nemici, Dighenis costruisce un lussuoso castello sulle rive dell’Eufrate, dove
trascorre pacificamente i suoi ultimi giorni insieme alla moglie, e la sua
morte sarà celebrata in tutto l’Impero. Impero che è durato mille anni, ma è
ancora vittima di un doppio pregiudizio: quello cattolico e quello dello
storicismo germanico, unicamente proteso a magnificare il Sacro Romano Impero.
La traduzione migliore e più recente del
poema, con testo a fronte e ampio commento, è del 1995 e si deve ai tipi
dell’editore Giunti, a cura di Luigi Odorico.
Questo weekend abbiamo lanciato sul nostro profilo Instagram un
sondaggio per 3 diversi progetti estivi e, con nostra grande
soddisfazione, è finito in pareggio. Occasione perfetta per proporveli
tutti, ad incominciare dal più “cittadino”.
Progetto “Comunità a Milano”
Abbiamo la fortuna di essere cresciuti a
Milano, città che da sempre è esempio di globalizzazione e convivenza
sul suolo italico. Grazie alla sua forte economia, il capoluogo lombardo
è riuscito ad attirare, popolazioni e comunità da ogni parte del globo,
che si sono poi sparse all’interno della metropoli. Da sempre
affascinati da questi temi, tali luoghi sono diventati mete costanti
nelle nostre passeggiate meneghine, dandoci l’impressione di girare il
mondo, pur spostandoci solo di qualche metro.
Moschea Mariam alla fermata di Cascina Gobba
Abbiamo da sempre sognato di riproporvi
questo tipo di esperienza, a nostro parere sono autentici tesori, da
preservare e al contempo condividere con il mondo intero. Proprio per
questo siamo orgogliosi di annunciarvi l’arrivo di una nuova serie,
qualcosa che dia anche a voi la possibilità di conoscerli e, volendo,
visitarli. Molti di questi vi stupiranno per la vicinanza, mostrandovi
le mille anime della “New York d’Italia”.
Quando e come
La prima puntata avrà sicuramente per tema
la comunità singalese e uscirà il 14 agosto; a partire da settembre
contiamo di farne uscire uno l’ultimo venerdì del mese e dunque, nel
2019: il 27 settembre, il 25 ottobre, il 29 novembre e il 27 dicembre.
Il formato sarà video e testo, puntando ad offrirvi quella settimana una
panoramica a 360° sulla comunità del mese. Contiamo infatti di portarvi
interviste, storie e anche qualche nostro testo.
Speriamo che il progetto vi piaccia, sarebbe bello realizzare, una volta fatto un buon numero di episodi, una vera e propria mappa della città, in modo da celebrare davvero appieno il clima di Milano, la città più multiculturale d’Italia. Conoscete altre comunità interessanti? Fatecelo sapere e saremo lieti di raccontarle nei prossimi episodi. Domani vi parliamo del progetto “libri” e dopodomani di quello legato a “calcio, musica e migranti” che sono un po’ più lunghi e potenzialmente soggetti a più modifiche. Tutte le foto dell’articolo sono state scattate da Khalid Valisi. (I titoli delle varie serie probabilmente non saranno quelli definitivi ma è “per intenderci”).
Credo che l’opportunità di
scandalizzarsi, oggi come oggi, coi nefasti e le ordinarie follie, sia cosa che
sa di malsane antichità borghesi. Chi si “scandalizza” tradisce sempre un
preteso perbenismo che francamente, a torto o a ragione, sa di buffo “demodé”.
Quindi non dirò di essermi scandalizzato per lo scherno e il dileggio
indirizzato dal pur autorevole storico dell’Arte Tomaso Montanari alla salma
ancor tiepida di Zeffirelli.
Allora dissi (sui cosiddetti “social”)
che pur a buona ragione fosse criticabilissima la presunta arte del regista,
fosse a dir poco inelegante appioppare epiteti derisori al defunto. Io stesso
mi sentìi di ribadire quanto “corriva ed edonistica” fosse la creatività
zeffirelliana, “priva di effettiva e profonda qualità espressiva” (mi cito a
memoria). Tutto questo per dire che la libertà critica, sopratutto di uno “specialista”
ben accreditato, fosse sempre doverosa pur se spietata, anche nell’occasione di
plateali funerali quasi di Stato (sicuramente esagerati).
Del resto l’acrèdine del
Montanari nei confronti del regista/scenografo toscano ha parecchi antecedenti
: leggo (su La Repubblica del 17
Marzo 2017): “Personalmente credo che il suo posto nei libri di Storia dello
Spettacolo sarà modesto, certo assai più modesto di quanto pensi lui stesso…”.
Ecco, così va già meglio, un pò di ironia, una punta di humour, il necessario
distacco… è la misura giusta.
Un encomiabile distacco
sopratutto nei confronti di uno Zeffirelli già molto anziano, ma ancora
riverito, omaggiato, e per dirla tutta ancor “potente” sui “media” e nell’acquisizione
corrente delle masse. È per questo che sorprende ( rinuncio alla parola
“scandalizza”) l’infierire pur grossolano sul defunto “maestro”. Noi critici,
(scusate, nel mio piccolo mi ci metto anch’io..) abbiamo un dovere
fondamentale: criticare sì, ma con le giuste argomentazioni e con gli strumenti
pur impietosi del nostro mestiere; approfondire e motivare tutti i “come” e i
“perché” inerenti all’argomento.
Il pubblico, quello più serio e
attento, pretende questo da noi. L’irrisione e la beffa, se non la “parolaccia”,
lasciamola ai frequentatori ossessivi dei “social”. Per chi sa “vedere” non c’è
niente di meglio che riuscire a far “vedere” anche chi ha gli occhi chiusi.
Per gli Zeffirelli di turno
(quanti ce ne sono stati! Osannati e poi dimenticati…) è di prammatica la
frase: “Il tempo è galantuomo!”… Ma poi lo è veramente? Mi vengono i brividi
a sapere quanti grandi e veri artisti muffiscono tristemente negli scantinati
della ingiusta memoria collettiva: emergeranno mai al giusto tributo? E qual’è
il tempo giusto per un artista?.. . Che domanda!.. Forse anche in questo vige
l’impero tirannico della Moda… Pace quindi al preteso maestro Zeffirelli e ai
suoi “feuilleton” ben mascherati da pregiate scenografie e… pace in terra ai
critici di buona volontà!
La
festa della Repubblica dovrebbe essere un momento di unione di tutte le
componenti civili di una società, e invece quest’anno si è visto di tutto:
reparti ridotti all’osso, frasi insolite per un presidente della Camera,
provocatorie assenze di generali in pensione e di politici, parole come
“inclusione” lasciate nell’ambiguità iniziale. Insomma, non ci siamo fatti
mancare niente. Visto che io la parata del 2 giugno la seguo o vi partecipo da
sempre in prima persona, mi sia permessa qualche osservazione personale.
La
prima: la festa della Repubblica ha smesso da almeno dieci anni di essere
celebrata con una parata esclusivamente militare. Quest’anno si sono visti 300
sindaci sfilare con la fascia tricolore, ma già il presidente Napolitano aveva
gradualmente escluso dalla sfilata i mezzi meccanici e inserito come novità la
partecipazione dei gonfaloni delle Regioni e delle organizzazioni di Protezione
civile. I mezzi erano comunque ormai pochi, almeno per chi come me si ricorda
le sfilate degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, quando i reparti
sfilavano per battaglioni (falangi di 600 uomini; quest’anno gli scaglioni ne
contavano 54!) e le vibrazioni di decine di carri armati facevano tremare pure
il Colosseo. E pur militarista quale sono, sono anche il primo a dire che la
festa della Repubblica deve mostrare pubblicamente tutte le componenti della
società civile e non solo i militari in divisa e i corpi armati dello Stato. I
volontari del Servizio civile universale sfilavano anche due anni fa, quindi
inutile sbeffeggiarli. Resta casomai da chiarire cosa significa “società
civile” e cosa volesse dire realmente il Ministro quando ha lanciato la parola
d’ordine “inclusione” senza spiegarne il senso completo. Sulla società civile
abbiamo una terminologia tradizionalmente chiara: sono cives quelli che godono
dei diritti civili e hanno il diritto e dovere di esercitarli. In tempi neanche
antichi i diritti civili riguardavano – come i servizi – solo una parte della
società, ora sono stati gradualmente estesi verso l’esterno. Il limite in
questo momento sono gli ultimi arrivati, i migranti e i nomadi, e si è visto
quali danni produce l’accoglienza senza integrazione o, come oggi è più
frequente dire, l’inclusione. Per quanto ne ho capito parlandone in giro, può
darsi che ieri si volesse estendere la partecipazione alla sfilata (inutile
ormai chiamarla parata) anche ad associazioni civili assistenziali o
umanitarie, trovando però la discreta ma ferma opposizione dei vertici
militari, i quali fanno meno rumore dei politici ma sanno bene come muoversi.
E
qui passiamo al secondo argomento: l’ostilità dei vertici militari. Il Ministro
Trenta non piace agli ufficiali di Stato Maggiore, i quali non hanno digerito i
tagli alla Difesa, il Sindacato militare, l’inchiesta sui danni da uranio
impoverito e i tagli alle pensioni dei generali con incarichi speciali.
Sicuramente il Ministro si trova stretto fra Salvini che vorrebbe la sua testa
e il proprio partito, che pur essendo pacifista e antimilitarista ottiene la
Difesa e ovviamente impone le sue idee in materia. Sia chiaro: il “Dual Use”
non lo ha inventato la Trenta: armi a parte, le Forze armate possono collaborare
con la società civile e in fondo l’hanno sempre fatto. Piuttosto – cito dalla
stampa di vario colore – è ingiusto chiamare la Trieste “la nuova nave dei
Crociati”, come è ridicolo definirla “una nave di pace” o meravigliarsi
sentendo dire: “ma imbarcherà anche aerei e armi”. Il compito della Trieste è
il controllo del Mediterraneo, l’unica zona che ci dovrebbe interessare, ma non
è una nave ospedale o un traghetto per migranti, anche se ha stive capaci e ben
due sale operatorie, come la Cavour. Anche la nave San Giusto era stata
finanziata con i fondi della Protezione civile, avendo spiccate capacità di
trasporto e scarico rapido. Né è colpa della Trenta se i soldati professionisti
sono ormai più che quarantenni: come nella società civile, le assunzioni sono
state bloccate per anni e non c’è stato ricambio. E quando i soldi mancano, le
caserme non hanno manutenzione, mancano i pezzi di ricambio per i mezzi e
l’addestramento viene ridotto.
Infine,
un’ultima osservazione. I generali che hanno disertato la festa provengono
tutti dall’Aereonautica, la forza armata che più ha bisogno di investimenti (vedi
l’F-35) ed è più legata alla ricerca dell’industria aerospaziale e delle
telecomunicazioni. I tagli alla Difesa hanno penalizzato soprattutto questo
settore, dove le industrie premono da sempre sulle commissioni del Ministero.
E’ un settore di punta della nostra industria e in effetti non andrebbe
trascurato, viste anche le ricadute nel mercato commerciale e nell’export. A
questo punto, la protesta dei generali in pensione ha un senso preciso. E se quelli
in servizio non parlano è perché non sono abituati a farlo in modo esplicito,
né gli è permesso alzare la voce senza rischiare la carriera. E purtroppo la
storia italiana insegna che non di rado i vertici militari hanno seguito le indicazioni dei politici, ma senza crederci veramente. E
mai come in questo momento la spaccatura è evidente.
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