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Cantate un canto nuovo

“Cantate Domino canticum novum, cantate Domino omnis terra” (Salmo 96)

Nella mia parrocchia non conoscono il suono di un organo: a messa solo chitarre ed ora pure un bongo, percosso da un ragazzotto di provata fede. Sempre meglio di una parrocchia vicina, dove i neocatecumenali cantavano rumorosamente e in modo abominevole. E a questo punto mi chiedo a che serve il Pontificio Istituto di musica sacra e perché non chiuderlo (1). Aggiungo pure di far parte di una schola cantorum sfrattata da una basilica romana dal nuovo parroco, accolta ora in un’altra basilica e impegnata per tutto l’anno nelle liturgie solenni. Amo dunque la musica sacra, so cantare e ho un minimo di competenza in un paese dove pochi sanno leggere uno spartito e la scuola non educa alla musica. Detto questo, andate a messa la domenica in qualsiasi parrocchia romana e sentite cosa cantano e come: è un confuso repertorio di musica pop, canzonette, corali simil-luterani, brani di musical, salmi e inni vari, ora imparati a memoria, ora letti su un libretto promosso dalla CEI. I singoli brani sono numerati, ma non seguono l’anno liturgico (come nel Liber usualis) (2), la sequenza la decide di volta l’officiante, senza comunque ricorrere a quei tabelloni coi numeri che si vedono nelle funzioni dei protestanti. Ma quelli almeno sanno cantare: sono disciplinati, si sentono parte di una comunità e il corale protestante è schematico quanto facile da intonare, vista la sua origine popolare. Lutero aveva visto giusto e capiva di musica. La tradizione sia cattolica che delle chiese orientali invece previlegiava il canto gestito da un coro separato dall’assemblea dei fedeli, che comunque partecipava nelle formule responsoriali e ha localmente elaborato un ricco patrimonio di inni popolari, spesso legati al culto mariano. Tutto questo fino al Concilio Vaticano II (1962-1965) (Atti: Sacrosanctum Concilium, in sigla SC) e alla sua ossessione per la partecipazione. Senza addentrarci in una discussione teologica, ci limiteremo a constatare che l’evoluzione della musica liturgica è imprescindibile dalla riforma della liturgia, e in questo gli atti del SC sono fondamentali. Il principio di partecipatio actuosa (SC 14) è infatti una pietra miliare della riforma liturgica post-conciliare, anche se il primato sulla partecipazione era stato richiamato anche da documenti precedenti (3). Ripeto: non è il caso di entrare in una discussione teologica che richiede ben altra competenza. Mi limito pertanto a dire che, per quanto riguarda la musica che deve accompagnare la liturgia, nella pratica la partecipazione si è appiattita sull’omologazione e si è finito per impoverire ciò che il Concilio voleva invece arricchire. Nella pratica corrente il canto assembleare è divenuto la “traduzione simultanea” della partecipazione attiva. Tutto ciò che lo esclude si configura quindi come elemento in sé negativo perché in contraddizione “a priori” con  tale principio, quasi fosse un diaframma tra l’assemblea e l’officiante. La debole riflessione ecclesiale ha fatto il resto, contribuendo a determinare un progressivo degrado della prassi liturgico-musicale. Non cantare la liturgia, usando solo musica di consumo piuttosto che musica sacra, rifiutare di educarsi o di educare gli altri nella tradizione della Chiesa e nelle sue direttive, mettendo poco o nessuno sforzo per l’edificazione di un programma dignitoso di musica sacra è a mio parere un atteggiamento colpevole e anti-intellettuale. E quello che è più pericoloso, la liturgia ha subìto una deriva dalla spiritualità verso l’autoesaltazione emotiva, cosa che peraltro le chiese evangeliche sanno fare molto meglio, mentre in realtà i giovani cattolici  sono oggi i primi a cercare la spiritualità, un segnale preciso da non sottovalutare. Ma quando il mio parroco, giovane e capace pastore di anime, nella messa domenicale ha testualmente affermato che “la messa è un balletto”, invitando dunque i fedeli all’animazione della liturgia, nessuno gli ha replicato che la liturgia non è un musical, né un happening che celebra sé stesso, ma dovrebbe essere animata dalla fede e dalla celebrazione collettiva del mistero del sacramento, senza ricorrere a contributi esterni legati allo spettacolo più che alla spiritualità.

Ma le premesse erano diverse: si vedano in SC le disposizioni relative alla musica sacra e al suo rapporto con la liturgia. Le indicazioni generali dei paragrafi 114 e 115 (Si conservi e si incrementi con grande cura il patrimonio della Musica sacra […] Si curi molto la formazione e la pratica musicale nei seminari […] ai musicisti e ai cantori, e in primo luogo ai fanciulli, si dia anche una vera formazione liturgica) sono suggellate dal paragrafo 116, intitolato specificamente Canto gregoriano e polifonico. Il paragrafo recita alla lettera “a)”:

La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale.

Malgrado le chiare indicazioni conciliari, nella fase successiva le conferenze episcopali hanno invece previlegiato un repertorio musicale estraneo al latino e al gregoriano, con forme vicine al pop e alla musica leggera, mettendo in secondo piano la cura del repertorio gregoriano che, pur ritenuto tradizionalmente solido, è invece scomparso dalla scena liturgica. Sono state dunque imposte nella pratica liturgica idee estranee al testo conciliare, troppo spesso con la complicità di una mancanza di vigilanza da parte del clero e della gerarchia ecclesiastica. Il patrimonio della musica sacra, che il Concilio aveva chiesto venisse preservato, non solo non è stato preservato ma è stato combattuto; e questo certamente contro il Concilio, che aveva chiaramente affermato ben altro. Purtroppo il dibattito post-conciliare si è sostanzialmente appiattito e impoverito nella contrapposizione puramente ideologica fra un gregoriano comunque indiscutibile e un gregoriano da eliminare del tutto, al punto di farne un estraneo in casa propria. In realtà, se pur tradizionale, il canto sacro non è esclusivamente il gregoriano, né è intangibile. E se la risposta ideologica è stata una congerie musicale non strutturata e di basso livello artistico, ancora più assurdo è che ancora nessuno abbia insegnato all’assemblea dei fedeli il canto corale. Eppure, dal Concilio a oggi vescovi e parroci hanno avuto ben cinquant’anni di tempo.

Ma scorriamo il canzoniere della mia parrocchia, ufficializzato dalla CEI: sono 170 pagine con il testo di 246 tra inni, salmi, canzoni e canzonette. La musica non c’è e s’impara a memoria, tanto nessuno la saprebbe leggere. Il legame armonico tra le parole e la musica è spesso casuale, segno che nessun musicista ha mai affrontato il problema. Le traduzioni degli inni dal latino sono sciatte, forse opera di un prete straniero: in un Sanctus stile spaghetti western “Hosanna in Excelsis” diventa un banale “Osanna nelle altezze”. Ma del Sanctus esiste anche una versione country , accompagnata da battiti delle mani e movimenti sincronizzati delle braccia. Partecipazione, d’accordo, ma a che cosa? Bisogna sottolineare che il magistero non richiede un’indistinta partecipazione di tutto il popolo nel canto liturgico, ma raccomanda un buon coordinamento di tutti, ciascuno secondo i propri compiti e ministeri, da cui “scaturisca quel giusto clima spirituale che rende il momento liturgico veramente intenso, partecipato e fruttuoso” (Giovanni Paolo II, chirografo sulla musica sacra Mosso dal vivo desiderio, 23 novembre 2003) (4). E proprio questo testo ci ricorda che la Santa Sede si è sempre occupata del problema, molti essendo i documenti dedicati alla musica sacra, dalla “Docta Sanctorum Patrum” (1324) di Giovanni XXII alla “Annus Qui” (1749) di Benedetto XIV, giù fino al Motu Proprio “Tra le sollecitudini” (1903) di San Pio X, la “Musicae Sacrae Disciplina” (1955) di Pio XII, e appunto il Chirografo sulla Musica Sacra (2003) di cui sopra. Interessanti poi gli interventi di papa Benedetto XVI, vista la sua reale competenza musicale: servirebbe un lungo articolo solo per darne una sintesi. Qui basta notare che il pensiero di Ratzinger – grande teologo e grande pontefice – non si limita alla musica liturgica, ma riconosce la musica come espressione dell’anima dell’uomo. Il suo non è un elogio formale e scontato, ma un contributo importante per lo sviluppo della dottrina sulla musica. Egli ricorda come con la riforma conciliare si fosse rinnovato l’“antichissimo contrasto” tra i sostenitori della musica sacra nella liturgia e i fautori della partecipazione attiva dei fedeli nelle celebrazione della fede con la loro maggiore semplicità, anche musicale. Proprio la liturgia celebrata da San Giovanni Paolo II in ogni continente ha mostrato “tutta l’ampiezza delle possibilità espressive della fede nell’evento liturgico” e, insieme, che la “grande musica della tradizione occidentale non sia estranea alla liturgia, ma sia nata e cresciuta da essa”. E con un valore, soggiunge, senza paragoni:

Si può dire che la qualità della musica dipende dalla purezza e dalla grandezza dell’incontro con il divino, con l’esperienza dell’amore e del dolore. Quanto più pura e vera è quell’esperienza, tanto più pura e grande sarà anche la musica che da essa nasce e si sviluppa “ … L’origine della musica è l’incontro con il divino, che sin dall’inizio è parte di ciò che definisce l’umano” (dal discorso del 4 luglio 2015 tenuto a Cracovia)

Un compendio è accessibile in un suo libro intitolato appunto: Sulla musica (5).

E passiamo a papa Francesco. Non è un intenditore come Ratzinger, ma nel 2017 scrive testualmente (6) :

L’incontro con la modernità e l’introduzione delle lingue parlate nella Liturgia ha sollecitato tanti problemi: di linguaggi, di forme e di generi musicali”:.. “Talvolta è prevalsa una certa mediocrità, superficialità e banalità, a scapito della bellezza e intensità delle celebrazioni liturgiche. Per questo i vari protagonisti di questo ambito, musicisti e compositori, direttori e coristi di scholae cantorum, animatori della liturgia, possono dare un prezioso contributo al rinnovamento, soprattutto qualitativo, della musica sacra e del canto liturgico”.

Tutto bene allora? No, se rileggiamo un capoverso iniziale:

emerge una duplice missione” per la Chiesa: da una parte, si tratta “di salvaguardare e valorizzare il ricco e multiforme patrimonio ereditato dal passato, utilizzandolo con equilibrio nel presente ed evitando il rischio di una visione nostalgica o archeologica” … “d’altra parte, è necessario fare in modo che la musica sacra e il canto liturgico siano pienamente ‘inculturati’ nei linguaggi artistici e musicali dell’attualità; sappiano, cioè, incarnare e tradurre la Parola di Dio in canti, suoni, armonie che facciano vibrare il cuore dei nostri contemporanei, creando anche un opportuno clima emotivo, che disponga alla fede e susciti l’accoglienza e la piena partecipazione al mistero che si celebra”.

Che vuol dire “visione nostalgica e archeologica”? Gregoriano? Più chiara la tesi dell’inculturazione, cara ai Gesuiti, dalle cui file papa Francesco proviene. Come si vede, più preoccupato che appassionato dal tema, egli auspica comunque la qualità. Quanto all’inculturazione, essa significa – se compresa correttamente – che noi dovremmo introdurre la cultura di ogni popolo nella liturgia. Ma non nel senso che la liturgia e la sua musica debbano divenire il luogo dove esaltare una cultura secolare. Essa è un luogo dove la cultura, ogni cultura, deve essere trasportata a un altro livello e purificata. E qui entriamo nel vivo: nel canto gregoriano come in quello delle chiese orientali – ma stavo per dire anche nel corale luterano – la parola di Dio si fonde indissolubilmente con la musica, entra in un’altra dimensione, si dispiega. La natura liturgica del canto sta nella sua capacità di strutturarsi in stili e forme precise, laddove nella musica di consumo (ma non nella musica popolare) il legame tra il testo e la forma musicale resta labile, né ha pretesa alcuna di trascendenza..

Chi deve cantare è un problema successivo. Ma se decidiamo che a cantare debba essere solo l’assemblea, a questo punto va condotta una seria alfabetizzazione musicale e soprattutto il clero deve dare più spazio ai musicisti, gli unici che possono indicare la strada per superare l’attuale degrado della musica liturgica. Detto questo, concludo la mia analisi con alcuni suggerimenti pratici, con la speranza che in parrocchia se li leggano e se ne discuta insieme:

  1. Se di musica si parla, vanno coinvolti i musicisti. E’ assurdo che coloro che hanno competenza e amore per la musica siano gli ultimi ad essere ascoltati, come se il loro parere non fosse invece fondamentale.
  2. A un volontario di coro parrocchiale consiglierei di provare a cantare tutti i quasi 250 canti contenuti nel libro degli inni, con la sola voce, senza chitarre o percussioni. Se ha un minimo di sensibilità musicale scarterà tutti quelli dove parole e musica mal si accordano, seguiti da quelli con testi troppo concettuali (quindi poco cantabili) o persino ambigui (p.es., Te lodiamo Trinità) e infine tutto quanto è Sanremo con le parole cambiate.
  3. Il canto liturgico deve mantenere un minimo di solennità, non è un musical.
  4. Com’è unitaria la liturgia, unitario dovrebbe essere anche il canto liturgico. Invece spesso si cantano in sequenza brani musicali diversi per stile e privi di un vero legame organico. L’insieme non è strutturato.
  5. Nel repertorio attuale, spesso gli intervalli tra le note sono spesso troppo ampi. Il corale luterano si canta con naturalezza perché il motivo è contenuto anche in una sola ottava e tra una nota e l’altra l’intervallo è minimo, mentre le canzoni in stile Sanremo sono riservate a cantanti professionisti, capaci di passare da un’ottava all’altra senza steccare e di passare dal basso all’acuto con naturalezza. Ma sono atleti della voce.
  6. Un’iniziativa elementare ma pratica consiste nel selezionare in ogni parrocchia almeno una voce guida. Una persona che abbia una bella voce, sappia cantare e leggere uno spartito e intoni per primo il canto, seguito dall’assemblea. E che sia capace anche di dare quelle indicazioni minime per cantare insieme in modo decente, visto che la pratica del canto corale è decaduta anche nella scuola primaria. Chiediamo troppo?

NOTE:

 

 

 

Istanbul a Milano, con un frammento del Museo dell’Innocenza

Istanbul a Milano, con un frammento del Museo dell’Innocenza

La scarpa e il cucchiaino, insieme alla saliera e il bottoncino d’una camicetta. L’amore immenso, appassionato, ossessivo di Kemal per la cugina Füsun, descritto in uno dei classici romanzi del Nobel della letteratura, lo scrittore turco Örhan Pamuk, un amore diventato impossibile per stato sociale, omologazione con la tradizione, destino pregresso e iniziale passività del giovane, promesso sposo alla pur avvenente Sibel, diventarono simboli esposti. Pamuk rilevò quella casa, frequentata dai protagonisti dell’avvincente storia, in un angolo della Istanbul storica. Si trova sotto il decumano, trasformato negli ultimi tempi dell’Impero e anche nell’epoca di Atatürk nella vetrina della metropoli sul Bosforo: Istiklal Caddesi. Masumiyet Müzesi è a metà del percorso, scendendo nell’area di Çukurcuma, che fra i Settanta e gli Ottanta quando un fremente Kemal l’attraversava di sera, aveva i suoi vicoli chiassosi desertificati dal coprifuoco dei militari. Oggi la casa-museo ha un bel colore rosso mattone. Non solo per la ristrutturazione riservatole dal progetto della memoria voluto dall’intellettuale, che ha preso spunto dalle vicende di Kemal Basmacı per lasciare nell’amata città una testimonianza che lega la vita sentimentale al più grande amore per la vita, ma per la passione totalizzante verso la storica metropoli cui ha dedicato l’affresco del romanzo omonimo.

Da oggi fino al 24 giugno il Museo Bagatti Valsecchi di Milano, in seno alla mostra “Amore, musei, ispirazione”, ospita alcuni pezzi del museo istambuliota. Sono ventinove vetrine che ricreano scampoli dell’atmosfera magica che si può respirare dentro l’edificio di Çukurcuma Caddesi, ma vale la pena accarezzarli. Soprattutto per chi ignora la spirale degli eventi di quella storia e può essere stimolato a tuffarcisi. Una storia ferocemente fatale per i protagonisti, ma egualmente romantica pur nell’assurdità di risvolti ossessivi, come l’accettazione d’un destino che appare insormontabile e viene lenito dal raccattare, dapprima segreto col tempo palese, dei mille frammenti capaci di mantenere un legame precedentemente vissuto con energico vigore e travolgente sensualità. Lettura del romanzo e visita della mostra meneghina potranno fare da trampolino per un futuro ingresso nel Museo dell’Innocenza nel quartiere di Beyoğlu. Perché, per chi non l’avesse mai fatto, può diventare l’occasione per gustare quegli angoli popolari della città che sopravvivono al tempo, alle mode e alle manìe amministrative (ma questo, purtroppo, accade ovunque) di snaturarli. Certo, le case di legno tipiche della tradizione locale, che pure erano presenti finché Kemal correva ansimante verso l’adorata Füsun, sono quasi del tutto scomparse. Eppure la magìa del Bosforo resta e Masumiyet Müzesi le fa da sentinella.

Enrico Campofreda, 19 gennaio 2018

Articolo originale
dal blog Incertomondo
nel settimanale Libreriamo

Turchia: il dramma di essere donna

Turchia: il dramma di essere donna

Trecentosassentacinque donne in undici mesi. Tutte uccise da uomini in Turchia, in un 2017 che non si è ancora chiuso. Sono i dati agghiaccianti offerti in una documentazione redatta dall’associazione dei diritti “We will stop feminicide”. Il 15% di queste donne stava chiedendo il divorzio, l’11% cercava una vita indipendente dal partner, il 7% prima di cadere vittima della violenza di genere lo era sul fronte finanziario, il 4% si era rifiutata di accettare una riconciliazione, un altro 4% era in contrasto sulla prole. Dell’altro 60% di casi di omicidio non si hanno notizie particolari se non quelle del machismo assassino imperante. Il 75% delle donne assassinate per richiesta di divorzio hanno un’età compresa fra il 25 e i 35 anni. Come spesso accade, molti degli eventi delittuosi avvengono fra le mura domestiche o in situazioni in cui i coniugi o le coppie si ritrovano soli: in strada, in un parco pubblico, in auto o in luoghi appartati.

Fra gli assassini non si annoverano solo i mariti, compagni abituali o occasionali, padri e fratelli della donna vestono anch’essi il macabro ruolo, secondo un copione purtroppo globalizzato al di là di culture, fedi e coordinate geografiche. Il rapporto presentato è meticoloso, riferisce gli stessi sistemi utilizzati per le uccisioni e le aree dove i delitti sono più ricorrenti: sulle sponde del Mar Nero, nella zona mediterranea di Mersin e Atalya, nella provincia kurda di Şırnak. Sull’ennesimo libro macchiato di sangue che riguarda l’Anatolia, già colpita da infinite violenze politiche, pesa pure l’altra forma di maschilismo: lo stupro e l’abuso sessuale. Quest’ultimi, spesso, trovano le vittime incapaci e impossibilitate a denunciare i fatti, anche perché la famiglia d’origine e l’ambiente dove vivono tendono essi stessi a colpevolizzarle. Questo sentirsi doppiamente abusate conduce parecchie donne al suicidio.

Enrico Campofreda, 22 dicembre 2017

Articolo originale
dal blog Incertomondo
nel settimanale Libreriamo

Globalismi e populismi: la crisi della diseguaglianza

Di Leonardo Servadio

Crescono le disparità. Tutti i giornali parlano del rapporto Oxfam, organismo di base a Oxford il cui scopo è contrastare la diseguaglianza nel mondo. L’uno percento dei più ricchi – ha scoperto Oxfam – possiede quanto il restante 99 percento e negli ultimi anni questa disparità è cresciuta. Nei circuiti finanziari i profitti crescono a dismisura per chi ha capitali sufficienti per entrarvici.

Il rapporto propone che si stabiliscano norme per contenere la diseguaglianza e tra l’altro denuncia la disparità di guadagni tra i direttori delle società e i lavoratori (l’esempio eclatante è quello del CEO della più importante azienda di informatica indiana che incassa 416 volte il salario medio degli impiegati di tale società). Il rapporto Oxfam è ampiamente elaborato con dovizia di fonti: va letto e studiato per questo lo rendiamo qui disponibile: 

Download (PDF, 864KB)

Cerchiamo di svolgere alcune considerazioni in relazione a quanto vi è detto.

Come esposto nel rapporto, sono molto chiare le caratteristiche della mastodontica diseguaglianza di cui soffre il mondo. Me nessuno fa nulla al riguardo: perché?

Perché per poter attuare misure atte a contrastare il fenomeno occorrono due condizioni che risultano impossibili per come il mondo è oggi strutturato:

Anzitutto sarebbe necessario che vi fosse una singola autorità capace di imporre regole (ovvero, che formuli tali regole e che abbia la forza di farle rispettare) a livello mondiale: sovranazionale. Se l’ingiustizia è globale, per contrastarla non si può non operare a livello globale. Per il semplice motivo che le grandi società operano sulla scena mondiale, non sono “geolocalizzate”. Non solo, gli strumenti attraverso i quali operano non sono geolocalizzabili: hai voglia a cercare di far pagare a Google le tasse sui profitti che ricava in un qualsiasi paese, se la sua sede legale si trova dove non si applicano imposte plausibili e se non v’è modo di contrastare la sua presenza ovunque diffusa – tra l’alto perché fa comodo a tutti e ovunque sia disponibile: è un motore di ricerca di ottima qualità e gratuito.

Ma il caso di Google in fondo non è tra i più significativi, tra l’altro proprio perché è molto ben visibile. Mentre le investment companies e banche che operano sui mercati mondiali hanno bensì dei terminali visibili, ma perlopiù agiscono tramite le decine di mercati offshore e comunque con transazioni online, oggi in gran parte gestite da programmi automatizzati studiati per massimizzare i profitti sul brevissimo periodo. Sono decisamente invisibili.

L’attività di investimento finanziario è da tempo totalmente estranea alla logica economica (si ricordi, per inciso, che “economia” vuol dire “amministrazione della casa” e si riferisce all’insieme di beni fisici atti a garantire il benessere degli abitanti): non mira a far crescere economie definite secondo territori o popolazioni, ma solo a far aumentare i profitti computabili in denari. E quanto più questi denari sono numeri registrati in memorie volatili di reti di computer, tanto maggiori sono.

Poi ovviamente tali capitali possono a volte calare, con la stessa logica del falco che caccia la propria preda precipitandovisi dall’alto, sulle economie territorialmente definite e in tal modo incidono su quel tipo di economia che ha a che vedere con i livelli di vita delle persone: in meglio o in peggio. Ma si tratta di casi secondari: la logica trainante è l’astratto profitto.

La creazione del Bitcoin e di tutte le altre criptovalute che ne seguono l’esempio – e che aumenteranno di numero sempre di più – è una delle espressioni di questo mondo che predilige l’astrazione del potere monetario alla concretezza del bene utile. È noto che uno dei segreti del successo delle criptovalute è che costituiscono un facile sistema di riciclaggio del denaro derivante da traffici illeciti, quali le droghe. Ma d’altro canto la pura speculazione finanziaria non è altrettanto, se non più pericolosa delle droghe stesse? Essa di per sé droga i circuiti economici attirando gli investimenti nei circuiti dell’astrazione finanziaria, in tal modo distogliendoli da altri usi che si potrebbero definire socialmente utili: per esempio per permettere di ampliare i livelli di istruzione nei paesi più poveri e delle classi più povere, in tal modo permettendo di migliorare le loro condizioni di vita.

Invece nelle condizioni date cresce il consumo del lusso e si deprime il consumo più legato alle forme di vita collegate a quel che era la classe media. Che senso ha che vi siano automobili che costano due milioni di euro o più? Dal punto di vista dell’utente della strada, nessuno. Dal punto di vista dell’investitore, ha lo stesso valore che potrebbe avere un oggetto appetibile in quanto raro e desiderato da molti della sua stessa cerchia, simbolo di ricchezza e potere: un tempo in Olanda erano i bulbi di tulipano, nell’antica Roma lo era il pepe, oggi questa appetibilità collegata alla perfetta inutilità è data da una varietà di oggetti: dalle opere d’arte, il cui valore non deriva dall’arte stessa ma esclusivamente dalle valutazioni di mercato, sino a quella mostruosità che sono le criptovalute: mostruosità per il semplice fatto che esse non sono oggetti, ma algoritmi criptati, flatus vocis ammantato di aura elettronico speculativa.

La ricchezza finanziaria non conosce territorio, ergo per poterne contenere la rapacità non v’è altra soluzione possibile se non stabilire un’unica autorità mondiale volta a tassarla per consentire di ridistribuirne parte per fini utili. Sarebbe inevitabile che nel seno delle Nazioni Unite si costituisse un’Autorità centrale per tassare i redditi finanziari e per ridistribuirne i ricavi secondo le necessità delle popolazioni: ovviamente si tratterebbe anche di stabilire i criteri per l’equa ripartizione di tali somme e per evitare che esse ricadano entro circuiti estranei alla vita delle persone. Questione difficilissima sul piano giuridico e tanto più difficile perché tutta da inventarsi. Per giunta in condizioni in cui sarebbe indispensabile un controllo adeguato sulla correttezza ed efficacia delle sue operazioni, e tale controllo potrebbe avvenire solo attraverso l’assoluta trasparenza e attraverso un’efficace pubblicità delle sue azioni. Ma questa può esser data solo da un adeguato funzionamento dei mass media a livello globale e oggi i mass media sono in gran parte corrotti: o sono di parte e quindi fanno parte del grande gioco del potere finanziario globale, o sono espressione di desideri di singoli (i “social”) proni alle notizie false e tendenziose (fake news) propalate in virtù di quel che i singoli, divenuti massa elettronicizzata, diffondono pappagallescamente mossi da quel che percepiscono come interesse proprio anche se spesso si tratta di interesse altrui.

Qui entra il secondo aspetto della difficoltà: compiere un’operazione simile, anzi soltanto concepirla, implica mettere in discussione tutta l’ideologia del libero mercato, l’idea della “mano invisibile” che lo regola. Quella del libero mercato è l’ideologia superstite del mondo ottocentesco, da cui provengono tutte le ideologie contemporanee. Il problema è che non è riconosciuta come ideologia: è assunto come “dato di fatto”.

Le condizioni sono mature però, perché qualcosa possa cambiare. Anzitutto perché la mano invisibile è sempre meno invisibile. I Panama Papers ne han dato in piccolissima parte contezza. Studi come quello realizzato da Oxfam o il noto lavoro di Thomas Piketty sul Capitale nel XXI secolo hanno spiegato al mondo quali sono le caratteristiche fondamentali della logica dell’ingiustizia che lo governa.

Il problema è strettamente ideologico. L’ideologia del libero mercato è fondata su presupposti assurdi: come può mai immaginarsi che l’egoismo accentuato, cullato, vezzeggiato, favorito sino a spronare i singoli a sentirsi re del mondo, possa portare a un’equa redistribuzione dei profitti grazie alla semplice competizione?

Di solito non si mettono in pista dei paralitici a competere con dei centometristi olimpici: sarebbe ridicolmente patetico. Né si concede a chi dispone di carri armati di circolare liberamente per le strade urbane. Perché invece quando si parla di capitali, si consente a chi dispone di cifre stratosferiche di “competere” con chi non ha il becco di un quattrino?

È tempo che l’ideologia del libero mercato sia smascherata per tale e che si ridefinisca il ruolo della pubblica autorità nel regolare il traffico economico. E poiché questo è globalizzato, l’autorità regolante dev’essere globale.

Vi sono altre due caratteristiche della situazione attuale da considerare.

La prima è che, essendo quella del libero mercato un’ideologia, e precisamente l’ideologia vincente dopo la caduta del Muro, essa viene inconsciamente propalata ovunque.

Per dire, un esempio banale: sui mass media, quegli stessi che a volte denunciano differenze sociali per poi dimenticarsene il giorno dopo, si vedono grandi servizi sulle nozze reali, sulle auto di iperlusso, sulla vita glamour dei potenti: il lettore è invogliato a identificarsi e a desiderare di essere “come loro”. In tal modo dimentica di essere vittima di quel sistema che ha generato quei potenti. Quel che un tempo si vedeva solo sulle rivista di bassa lega, sfogliate da chi aveva poca voglia di leggere e molta di sognare. I giornali non hanno la capacità di compiere opera di denuncia, tutti presi come sono dalle piccolezze che avvengono dietro l’angolo della loro strada, indaffarati a riempire le pagine di quel che pensano faccia gola al fruitore. La moda del fatto di cronaca elevato a proclama cubitale è coeva con l’affossamento della politica, dagli anni ’80 in poi ridotta ad amministrazione di apparenze, a spettacolo privo di contenuto, mentre il potere si raccoglieva sempre più esclusivamente in ambito finanziario speculativo.

A volte compaiono scandali tipo Panama Papers, ma in breve scompaiono e non si a più nulla di chi imbosca i capitali al sicuro dalle tasse.

Forse anche perché sotto sotto non sono pochi coloro i quali vorrebbero fare lo stesso, anzi, nel loro piccolo fanno proprio lo stesso: non con cifre stratosferiche ma coi loro piccoli risparmi. Una percentuale delle fortune dei Bitcoin è molto probabilmente attribuibile a questi benpensanti che vorrebbero unirsi alla schiera dei ricchissimi. (Non è questa la logica per la quale nei momenti di crisi aumenta a dismisura il numero di coloro che giocano alle tante lotterie che gli stati e i privati propongono? E non sono Bitcoin e consimili una delle tante lotterie proposte?). Anche questo è un sintomo di come diffusa sia l’ideologia del libero mercato: il profitto a tutti i costi, e prima di tutto e soprattutto subito e senza pensare alle conseguenze che potrà avere nel tempo. Chiunque deponga i propri averi in fondi speculativi nutre il desiderio di arricchirsi in fretta: è ideologizzato.

Tra le conseguenze di questo pensiero fondato sul profitto a breve c’è lo sfascio delle infrastrutture che non siano in qualche modo collegabili al mondo del glamour: per dire, funzionano le linee ad alta velocità che collegano le città principali, ma le ferrovie per pendolari fanno acqua da tutte le parti…

La seconda è che la Cina comunista, che sino a ora (con tutte le storture del partito unico al potere) bada anzitutto alle infrastrutture e all’economia reale, quella visibile sul territorio, dopo decenni di crescita rutilante continua ancora a crescere e si pone l’obiettivo di eradicare completamente la povertà al proprio interno. Se veramente riuscisse a raggiungere tale obiettivo per il 2020 (come Xi Jinping dichiara di voler fare), avrà compiuto quel che nessun regime capitalista è mai riuscito a fare.

La Cina oggi propone un contrappunto al mondo dell’ideologia del libero mercato. Perché difende la libertà di impresa e di commercio, ma allo stesso tempo la attua in modo almeno in parte controllato. Seguendo principi “dirigistici”, che son poi quelli che han reso grande l’economia statunitense nel corso dell’800 e nel secondo dopoguerra del ‘900, quando gli Stati Unite erano ancora gli Stati Uniti e non un tempio votato all’adorazione del dollaro, guidato da quel che sembra, più che un politico, un grande sacerdote dell’opulenza.

Ecco dunque gli ingredienti della crisi attuale: la crescente disparità sociale ed economica, la circuitazione di notizie che insegue la globalità dell’economia finanziaria, un paese politicamente comunista ma con economia di mercato.

Con questi ingredienti, la domanda è se oggi sia già possibile proporre di attivare qualcosa come la Tobin tax (la tassazione dei profitti finanziari), e studiare nuovi sistemi per ridistribuire il reddito a livello globale, così come al livello globale si “produce” reddito puramente contabile e impropriamente sempre più accentrato.

Certo, ci vorrebbe l’equivalente di una rivoluzione.

Per ora l’unico che sembra volerla è Xi Jinping, che usa quel di cui dispone: il suo Partito Comunista Cinese che sta cercando di diffondere nel mondo, ovunque vi sia qualche compatriota. E siccome di cinesi ormai se ne trovano ovunque, non è detto che non riesca nei suoi intenti.

Di solito il mondo si muove in caso di crisi belliche di grandi dimensioni. Potrà oggi evitare la crisi bellica che potrebbe profilarsi non sulle bombe nordcoreane, ma sulle tensioni crescenti tra Cina e USA, e tra populismi e globalismi?

Per quel che ci riguarda, preferiremmo che si rivalutasse l’umanesimo cristiano, ovvero che si ridesse una base morale alla società, strappandola all’ideologia dell’egoismo a ogni costo e sopra ogni cosa.

su Frontiere

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Quando un sottomarino fa acqua

Il 15 novembre 2017 il sottomarino ARA San Juan della Marina argentina perde i contatti con la base navale di Ushuaia, in Mar del Plata. Da quel momento inizia una frenetica ricerca del battello, ostacolata dalle proibitive condizioni meteo nel sud Atlantico. È una serie di false tracce, dichiarazioni contraddittorie e speranze mal riposte, finché la dura realtà emerge il 28 novembre, quando la Marina argentina rivela la causa della scomparsa del sommergibile. L’ultimo messaggio inviato dal San Juan il 15 novembre avvertiva: “Acqua è entrata dallo snorkel (la presa d’aria, ndr.) nella sala delle batterie elettriche e questo ha causato un cortocircuito e un principio di incendio. Procediamo in immersione con metà potenza. Vi terremo aggiornati”. Ma è l’Organizzazione del Trattato di proibizione totale dei test nucleari (Ctbto), integrata nel sistema dell’Onu, a riferire che due sue stazioni idroacustiche hanno rilevato “un evento impulsivo subacqueo avvenuto alle 13.51 GMT del 15 novembre” a una latitudine di -46,12 gradi e longitudine di -59,69 gradi. L’ultima localizzazione del sommergibile è la zona del Golfo San Jorge, a 268,5 miglia dalla costa argentina, 30 miglia dall’ultima posizione nota (1). Di sicuro dopo quel messaggio del 15 novembre non saprà più nulla del battello e dei 44 militari dell’equipaggio, tra cui la prima donna nella storia della Marina Argentina, Eliana Maria Krawczyk.
Questa la cronaca. Cerchiamo ora di capire cosa può essere successo, valendoci di fonti specializzate. Intanto il battello: classe TR-1700, varato in Germania nel 1983 ed entrato in servizio nel 1985 per la Marina argentina (ARA) con la sigla S-42, il San Juan era un classico battello a propulsione mista diesel /elettrica, 66 metri di lunghezza, 2116 tonnellate di dislocamento, 2264 in immersione (2). I motori diesel vengono usati normalmente in emersione, mentre quelli elettrici, non consumando aria, assicurano il movimento in immersione. Gli accumulatori vengono ricaricati dai motori diesel in modo analogo alle attuali macchine a motore ibrido.
Quel giorno il San Juan navigava sicuramente in immersione, le condizioni del mare in superficie essendo proibitive: vento oltre i 45 nodi e onde anche di 9 mt. E siccome il moto ondoso decresce con la profondità, non c’era motivo per navigare in superficie e venir sballottati come un tappo. E infatti il contatto radio è possibile solo se l’unità naviga in superficie o comunque con l’antenna oltre il pelo dell’acqua. Ma torniamo all’ultimo messaggio: “l’acqua è entrata dallo snorkel nella sala delle batterie elettriche e questo ha causato un cortocircuito e un principio di incendio. Procediamo in immersione con metà potenza”. Lo snorkel (dal ted. Schnorkel, trachea) è un lungo tubo di presa d’aria esterna collegato a una pompa, che serve sia al ricambio dell’aria che all’alimentazione dei motori diesel, che dell’aria non possono fare a meno. Navigando almeno a quota periscopica lo snorkel viene attivato, altrimenti la valvola di testa è chiusa ermeticamente. A sentire i tecnici, l’acqua può anche entrare nello snorkel, ma mai con effetti devastanti. Lo snorkel ha infatti almeno tre valvole: una in testa della canna (head valve) per prevenire l’ingresso delle ondate – è una sorta di boccaglio – e due in prossimità dello scafo resistente per resistere alla massima quota. Dopo la canna in genere c’è un sistema di raccolta per evitare che l’acqua entrata possa iniziare a scorrere lungo le condotte, sistema che dovrebbe avere delle sicurezze che fanno chiudere le valvole resistenti. La valvola di testa ha due contatti elettrici che in acqua vanno in corto e chiudono automaticamente la valvola. Se il battello scende sotto la quota di snorkel il valvolone si chiude e a bordo se ne accorgono subito: il diesel è in funzione pomperà l’aria dall’interno del battello, creando un’improvvisa depressione. Poca acqua può anche entrare se il mare è in tempesta, ma viene raccolta in un apposito pozzetto che poi viene esaurito con pompe di drenaggio. Ma se il valvolone di testa ha un difetto meccanico o elettromeccanico, allora di acqua ne entra tanta e rapidamente. Nel caso del San Juan la reazione dell’equipaggio può essere stata tardiva: il messaggio radio parlava di acqua passata dallo snorkel ed entrata nella sottobatteria di prora, provocando un principio di incendio. Non è chiaro se l’incendio si è sviluppato nel locale o sugli interruttori di sicurezza, né è chiaro se le batterie avessero perso di potenza prima ancora di andare in corto a contatto dell’acqua salata. Perché infatti risalire a quota snorkel con quel mare se non per dover ricaricare gli accumulatori coi motori diesel? Credevano quindi di aver arginato il problema, poi qualcosa è andato storto. Il vano batterie è per ovvii motivi ben isolato, quindi suggerisco l’ipotesi di una progressiva perdita di potenza o un’avaria grave alle batterie precedente alla manovra di risalita e all’ingresso dell’acqua dallo snorkel, che ha mandato tutto in corto producendo gas tossici (cloro, idrogeno). Questo può aver paralizzato la reazione dell’equipaggio: anche un’avaria al quadro di propulsione (che smista l’energia elettrica delle batterie e dei generatori) doveva comunque permettere l’emersione di emergenza (nel San Juan ad aria, a idrazina nei battelli più moderni. Si tratta di una sostanza che a contatto con l’acqua sviluppa gas e gonfia i cassoni). Non solo: ogni battello è dotato di più di un dispositivo di sicurezza capace di comunicare in caso di avarie posizione o comunque lanciare un SOS. Non c’era la boa EPIRB, che si stacca automaticamente e lancia un segnale satellitare di soccorso, ma doveva esserci almeno il trasmettitore subacqueo di emergenza, che si attiva manualmente o automaticamente e funziona a batteria anche per 10 giorni. Ma il vero problema è che il battello, ormai senza energia elettrica e/o appesantito dall’acqua entrata, quindi con le pompe di esaurimento e gli impianti per l’emersione di emergenza pressoché bloccati e un’aria interna degradata da gas, fumo e fiamme, a quel punto è andato a fondo con tutto l’equipaggio. Non esiste mai una sola causa e i nostri sommergibilisti sono addestrati in modo maniacale agli interventi di emergenza, in modo da sviluppare automatismi comportamentali. L’emersione rapida è possibile se il battello è dotato di un impianto di esaurimento rapido delle casse zavorra con funzionamento manuale e non solo elettrico, e comunque la manovra manuale è lenta, sempre che ci sia il tempo di attuarla. Sicuramente è mancata la propulsione, un grande aiuto per tornare verso la superficie, forse per i danni dell’incendio o forse per l’allagamento delle altre sottobatterie. La rotta era al limite della piattaforma continentale, ma l’implosione è avvenuta a una profondità relativamente bassa (388 mt.), causando la morte istantanea di tutto l’equipaggio fino a quel momento sopravvissuto.
Ma passiamo dunque alle batterie e alla loro presunta combustione senza fiamma. Il San Juan aveva subito tra il 2008 e il 2014 una revisione, eseguita dai cantieri argentini Cinar di Buenos Aires, un’azienda statale. Furono sbarcati e revisionati completamente o sostituiti i quattro motori diesel, il motore elettrico di propulsione e i 960 elementi delle batterie. Ma per permettere lo sbarco degli elementi di grandi dimensioni che non potevano passare dai due portelli d’imbarco esistenti a bordo, durante i lavori fu necessario tagliare letteralmente in due lo scafo del San Juan che venne poi nuovamente saldato. Come si può facilmente immaginare, visto che i sottomarini sopportano forti sollecitazioni, non sono lavori che può fare un cantiere qualsiasi, in un paese afflitto oltretutto da una lunga e devastante crisi economica e aziendale. Un’indagine del ministero della Difesa argentino ha dimostrato poi che la Marina del paese ha commesso violazioni nelle regole per l’acquisto delle batterie: i rappresentanti della Marina non avevano seguito le norme regolamentari per la riparazione del sottomarino e la sostituzione delle batterie, e l’acquisto delle batterie era stato gestito nell’interesse di alcuni fornitori. I risultati di questa indagine coincidono con i dati della Gestione generale del controllore dell’Argentina, che conferma la presenza di irregolarità. Anche i tecnici di controllo hanno scoperto che, a causa del ritardo del processo di acquisto, sono state acquistate batterie scadute. Secondo informazioni dei portali tedeschi BR Recherche e ARD-Studio Südamerika, due aziende tedesche si sarebbero accaparrate la sostituzione dei dispositivi pagando delle tangenti e installando prodotti di qualità scadente per risparmiare. In occasione di una revisione completa del “San Juan” conclusasi nel 2011, la Ferrostaal e la EnerSys-Hawker avevano ottenuto un contratto per la consegna di 964 celle per un importo di 5,1 milioni di euro. Secondo quanto indicato da alcuni politici argentini, è praticamente certo che le due aziende tedesche abbiano pagato delle tangenti per ottenere quella commessa. Un’accusa depositata nel 2010 in tal senso era finita in un insabbiamento. Riguardo alla qualità della merce consegnata, ecco il commento ufficiale: «Sussiste il sospetto che le batterie non fossero, in parte o per niente, della qualità che avrebbero dovuto essere … non sappiamo nemmeno da dove venissero, se dalla Germania o da un altro Paese». Purtroppo il prezzo l’hanno pagato i marinai.

NOTE

 

 

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