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I PPP (Paesi Parole Personaggi) del 2017

Secondo l’Economist è la Francia di Emmanuel Macron ad essere scelta come il paese del 2017. Con lo scegliere la Francia di Macron, con il suo movimento La République En Marche, il settimanale britannico mescola paese, parola e personaggio. Una Francia che ha superato il Bangladesh capace di accogliere 600.000 rohingya in fuga dall’esercito birmano, per non essere violentati e massacrati, o l’Argentina del presidente conservatore Mauricio Macri, forse per evitare polemiche sul drastico taglio alle spese “superflue” come sulle pensioni. Una “riforma” quella del sistema previdenziale, fiore all’occhiello dei governi Kirchner, che sta suscitando tante proteste nel paese, ma ritenuta necessaria dal presidente per sistemare la situazione finanziaria ed economica e sicuramente in linea con il credo liberale dell’Economist.

Un’altra istituzione britannica che si è adoperata nell’eleggere un simbolo del 2017 è l’Oxford Dictionaries, indicando come parola dell’anno “youthquake”, per sintetizzare il “cambiamento significativo culturale, politico o sociale, creato dall’azione dei giovani”. Uno “scuotimento”, un terremoto che resta difficile da percepire guardando una gran massa di individui con il naso incollato al display dei smartphone e tablet, il più delle volte per messaggiare o giocare e certamente non per cambiare il Mondo. In Europa sono la minoranza i giovani, in un continente che sta decisamente invecchiando, giovani che si dedicano ai cambiamenti e lo fanno lontano dai riflettori. Ma il più grande cambiamento che i britannici si possono aspettare potrà venire dal settantenne Jeremy Corbyn, come negli Stati uniti le speranze di rinnovamento erano state affidate a Bernie Sanders. Forse l’Oxford Dictionaries ha visto Macron in Francia o l’ascesa della destra austriaca del trentenne Sebastian Kurz come un positivo cambiamento.

Meglio la scelta del settimanale Time che ha designato “Persona dell’anno” le donne, le cosiddette “Silence Breakers”, che hanno rotto il silenzio sulle molestie sessuali nell’ambito lavorativo.

Interessante è la scelta fatta dal Courrier International sugli eventi del 2017 attraverso i cartoon mensili, partendo da gennaio con la strage di capodanno ad Istanbul con 39 persone uccise e 79 ferite per mano di un fanatico Daesh, per arrivare all’impossibilità per gli atleti russi di partecipare sotto la propria bandiera alle Olimpiadi, ma per partecipare individualmente dopo le accuse alle autorità sportive russe, da parte del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), per aver coperto un sistema di doping istituzionalizzato, senza dimenticare l’ascesa all’Eliseo di Emanuel Macron.

In questo calendario degli eventi troviamo la svolta autoritaria del presidente turco Erdogan con lo stato d’emergenza instaurato dopo il colpo di stato fallito nel luglio 2016, che dopo purghe, arresti e restrizioni sull’informazione, è stata varata la riforma costituzionale, firmata a febbraio e convalidata dal referendum del 16 aprile, consentendo di concentrare tutti i poteri nelle mani del presidente, ma abbiamo la Brexit, la repressione in Venezuela e la proclamazione dell’indipendenza della Catalogna.

Mentre il settimanale cinese Beijing Review non si limita a celebrare le prodezze del presidente Xi Jinping con la nuova Via della Seta o il rapporto instaurato con il presidente statunitense Donald Trump e le sue varie scelte dalla migrazione al clima, ma sottolinea la sconfitta dell’Isis dichiarata dal governo iracheno, la crisi nella penisola coreana per i test balistici condotti dalla Repubblica democratica popolare di Corea, la Brexit, la verifica dell’esistenza delle onde gravitazionali, il boicottaggio diplomatico ed economico promosso dall’Arabia saudita alle spese del Qatar per i suoi migliorati rapporti con l’Iran. A concludere l’elenco dei 10 eventi rilevanti per il settimanale cinese sono le dimissioni del Presidente dello Zimbabwe Mugabe.

 

 

La fine del catechismo

Trovo strana ma tutto sommato molto italiana l’inversione di quest’estate: in pochi giorni le ONG diventano paracriminali, mentre ora in Libia arruoliamo i contrabbandieri come guardie di frontiera. In più, qualche africano neanche emarginato ma solo ingrato e sciagurato ce la mette tutta per finire sui giornali, mentre la sindaca di Roma pensa di risolvere in due giorni una situazione vecchia di anni. Definisco molto italiano questo modo di fare perché i nostri politici sono velisti da regata, pronti tutti a sfruttare il vento in vista delle elezioni. Ed essendo ormai in perenne campagna elettorale, l’allenamento è continuo. E siccome si pensa che i voti li prenderà chi sarà capace di frenare l’immigrazione dall’Africa, meglio ancora se musulmana, il calcolo viene prima dell’ideologia, sperando che nessun elettore si accorga che in politica l’originale è meglio della brutta copia.

Perché parlo di catechismo? Col termine intendo un insieme dottrinale di concetti enunciati con chiarezza – quindi comprensibili – e ribaditi di continuo, in linea con la tradizione dei cristiani sociali e del vecchio partito comunista. Ma se ai concetti non si accompagna un’adeguata analisi teorica, tutto resta infine un insieme di frasi fatte e come tale viene ripetuto alla nausea dai mass-media. In più c’è il problema di qualsiasi politica: il passaggio dall’idea alla realizzazione concreta nel sociale. Faccio qualche esempio: “La società futura sarà multietnica e multiculturale” ; “lo straniero ti arricchisce” ; “ fuggono dalla guerra”. Analizzando questi stupendi concetti: nel primo caso ormai il futuro è il presente, ma ancora non è chiaro come questa società deve funzionare. Che lo straniero o l’immigrato ti arricchisca è vero fino a un certo punto, visto che si tratta di masse di poveri. Quanto alla guerra, spesso è difficile distinguere il profugo politico da quello economico, anzi trovo la distinzione praticamente priva di senso e spesso impossibile da certificare.

Ora, cosa non ha funzionato? Cosa ha spinto la politica a cambiar vela di corsa? Perché la gente normale non segue più neanche gli appelli di papa Francesco? Proviamo a dare qualche risposta.

Lasciando da parte – per ora – la diffidenza verso l’Islam, alimentata dal terrorismo ma forte della presenza in Italia di quasi due milioni di musulmani (partiti da zero quarant’anni fa), la prima osservazione è che da dieci anni viviamo una crisi economica e dunque sociale, quindi le classi sociali meno ricche e meno scolarizzate devono spartire le risorse con i nuovi arrivati, ma in modo perverso: diminuiscono le prime, mentre aumentano i secondi. La seconda osservazione è che lo Stato si sta riprendendo solo ora le prerogative che aveva delegato a organizzazioni private. Parlo delle cooperative di volontariato o di assistenza, degli appalti e subappalti per insegnare l’italiano ai migranti, dei centri gestiti da chi non l’ha mai fatto prima, e naturalmente delle ONG. Si può anche parlarne male, ma il termine stesso “non governative” suggerisce che per definizione queste organizzazioni non sono necessariamente allineate alla politica del governo, qualunque esso sia. Possono commettere qualche peccato veniale per la giusta causa, ma sono coerenti con sé stesse, a differenza di un governo che accoglie tutti e poi non sa che farne e dove metterli. Se sono davvero una risorsa, i migranti non sono valorizzati come serve. Anche per questo la gente mugugna.

Residuati bellici

Come Plutarco, voglio metter a confronto due vite parallele: quella di Igor il Russo (in realtà il serbo Norbert Feher) e quella del generale croato Slobodan Praljak. Il primo è stato arrestato dopo una catena di feroci omicidi e fughe romanzesche, il secondo si è suicidato col veleno davanti ai giudici all’Aja, nel Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia dell’Onu.

Mentre il primo è ancora vivo, il generale croato è morto dopo aver bevuto in diretta televisiva una bottiglietta di veleno al momento della conferma della sentenza di colpevolezza per crimini di guerra con la condanna a vent’anni di carcere al Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia.

Cosa hanno in comune i due? Semplice: sono entrambi prodotti della guerra civile che ha insanguinato la ex-Jugoslavia negli anni ’90 del secolo appena passato, guerra troppo presto rimossa ma combattuta dietro l’angolo di casa nostra e che ci ha lasciato in eredità anche una pericolosa delinquenza secondaria, quella cioè favorita da circostanze sociali traumatiche. Si è molto parlato di Igor il Russo, si sta cercando di capire la natura e l’ampiezza della rete di complicità che ne ha coperto la fuga, ma stranamente non si è scavato nel suo passato di miliziano.

Perché una cosa è certa: Igor ha avuto un addestramento militare e le sue abitudini e capacità sembrano più quelle di un guerrigliero che di un delinquente comune: sa usare alla perfezione le armi e tira sempre nel punto giusto, uccide senza rimorsi e sa vivere alla macchia, diversamente dal tipo del criminale urbano. In più si sa infiltrare, assumendo false identità. Tutte competenze che è facile aver sviluppato e perfezionato in una delle tante bande irregolari di miliziani che hanno fiancheggiato l’esercito serbo nelle operazioni di pulizia etnica degli anni ’90. Il generale croato stava forse dall’altra parte, ma si è reso responsabile di crimini di guerra per i quali è stato regolarmente processato da un tribunale internazionale.

Non era un incolto: ingegnere, analista politico e regista (1), era uno dei sei leader militari e politici croato-bosniaci condannati in primo grado nel 2013 per crimini contro l’umanità e crimini di guerra; tra questi lo stupro e l’omicidio di musulmani bosniaci. Gli imputati erano stati accusati di aver messo in atto un’operazione di pulizia etnica per espellere i non croati da determinate aree del territorio della repubblica di Bosnia Erzegovina, da integrare successivamente tramite una cooperazione, in seguito con una vera e propria annessione, a una “grande Croazia”, un mito analogo alla “grande Serbia” di Slobodan Milosevic’ e come tale basato sulla purezza etnica e religiosa in un’area che pura non è mai stata e mai potrà esserlo, visto l’endemico intrico di etnie, lingue, religioni e culture diverse, incrociate e sovrapposte.

Nel caso del nostro generale, a lui si deve la distruzione del ponte di Mostar: i crimini furono commessi in otto municipalità, tra cui Mostar, considerata capitale della Bosnia Erzegovina. Nella maggior parte dei casi, concludeva il verbale di accusa, «i crimini non vennero commessi da alcuni soldati indisciplinati ma furono al contrario il risultato di un piano elaborato dagli accusati per allontanare la popolazione musulmana. Nel caso della storica città di Mostar, venne usata una «estrema violenza» per espellere i musulmani dalla parte occidentale della città: «I musulmani venivano svegliati in piena notte, pestati e cacciati dalle loro case, molte donne, tra cui una ragazza di 16 anni, vennero violentate» dai soldati del Consiglio di difesa croato (HVO). Dal giugno 1993 all’aprile 1994 Mostar Est venne tenuta sotto assedio e la popolazione musulmana fu oggetto di bombardamenti «intensi e costanti», con molti morti e feriti tra i civili.  Ora, a 72 anni e con buone probabilità di morire in prigione o uscirne un vecchio rimbambito dimenticato da tutti, il nostro generale ha scelto una morte omerica: da oggi è per i croati un eroe nazionale e tutti naturalmente sono convinti se non della sua innocenza, sicuramente della bontà della causa.

Questo dimostra quanto nei Balcani ancora pesi una mentalità arcaica, mistica, che è l’esatto contrario della logica. Ma anche l’Europa ha le sue colpe: prescindendo dall’immediato riconoscimento di Croazia e Slovenia da parte di Germania e Vaticano, seguiti a ruota da Austria e Ungheria, abbiamo incoraggiato il frazionamento della zona in piccoli stati nazionali il cui unico obiettivo è quello di federarsi con l’Europa. Potevano farlo come Federazione Jugoslava, senza scannarsi tra di loro, ma nessuno li ha incoraggiati in questo senso. Quando poi sono intervenuti con la NATO, gli Americani presto hanno capito che quella non era una zona adatta alla loro incoerente diplomazia, oltre che troppo povera per essere sfruttata. I risultati si vedono ancora adesso.

  • Libri: Why and how the Muslim A BiH <Bosnia-Herzegovina, ndr.>Attacked the HVO <Hrvatsko vijeće obrane, Consiglio di difesa croato, ndr.> and the Croats in BiH: The Conflict of A BiH and HVO in Uskoplje (Gornji Vakuf) : how the Old Bridge was Destroyed : Destroyed and Damaged Catholic Churches and Other Religious Objects in BiH During the War 1991-1995, Destroyed and Devastated by Some A BiH Troops : Crimes Committed by Some Members of A BiH Against the Croats in BiH 1991-1995 : Refugees and Displaced Persons (Croats and Bosniaks) in BiH During the War 1991-1995 : Camps-prisons-detention Centres where Some A BiH Troops and Other Structures of Muslim Authorities Kept Detained Croats : Aggression of Bosnia and Herzegovina Against the Republic of Croatia : Stupni Do : Enclosure–DVD, ALTRO
  • Film: Povratak Katarine Kožul, Jegulje putuju u Sargasko more (lett: il ritorno di Katarina Kozul, le aquile si spingono fino al mar dei Sargassi), 1989.

La Repubblica che non fu

Purtroppo gli italiani frequentano poco la loro storia, e i romani ancor meno…. La Repubblica Romana del 1849 fu il punto più alto del nostro Risorgimento (fra l’altro pubblicò la prima costituzione democratica d’Europa!)… Il 3 Giugno di quell’anno le truppe dei volontari accorse da tutta Europa agli ordini di un certo Garibaldi inflissero, (da porta san Pancrazio al casino dei quattro venti di villa Pamphili) una memorabile sconfitta alle truppe francesi accorse a Roma invocate da papa Pio IX, truppe convinte di entrare in città senza colpo ferire (“gli italiani non si battono” disse con altezzosa sicurezza il generale Oudinot!)…

I volontari inseguirono le truppe francesi in rotta fino a Castel di Guido e le avrebbero rigettate in mare fino a Civitavecchia se Mazzini non le avesse fermate per “non infierire verso i nostri fratelli francesi” e per guadagnarsi le simpatie dell’0pinione pubblica francese… errore strategico gravissimo al quale dovette sottostare Garibaldi!..

Invito i romani che hanno dimenticato la storia della loro gloriosa Repubblica a visitare l’interessantissimo Museo di porta san Pancrazio che descrive minuziosamente tutti i fatti di quell’assedio fino all’inevitabile resa dopo tanta eroica resistenza!

Le parole e le cose

Per un malinteso, il mio articolo sulle bandiere ha attirato su Facebook le folgori della Folgore. Ma vorrei solo ricordare che proprio i parà nel 2008 in Afghanistan furono coinvolti in un incidente di percorso: un giornalista de L’Espresso notò la palma dell’Afrika Korps dipinta sulla fiancata di un mezzo della Folgore e ciò addirittura provocò un’ interrogazione parlamentare. Per i parà quella palma con A e K ai lati era un riferimento alla battaglia di El Alamein (1942) e alle tradizioni del reparto, ma per gli altri un simbolo nazista. E all’epoca la polemica sui simboli non era ancora così feroce come oggi, quando oltre i simboli del fascismo storico si vorrebbe distruggere l’architettura stessa del Ventennio. E perché non si è fatto in questi settant’anni? Semplicemente perché, cancellati i simboli, gli edifici mantengono comunque una funzione che va oltre la forma. Solo la Roma antica è letteralmente sprofondata sottoterra per essere riscoperta e valorizzata molti secoli dopo.

Ma se le immagini sono metafore, lo sono anche le parole, e anche qui andiamo sul pesante. Mi ha sorpreso l’elenco delle parole che il presidente Trump ha bandito ufficialmente dalla comunicazione sanitaria: transessuale, feto, diversità, vulnerabile, diritto, basato sulle evidenze, basato sulla scienza: sette termini che si vuole proibire nei documenti della sanità, con un approccio ideologico senza precedenti che ha già scatenato forti polemiche nel mondo politico e scientifico. Personalmente, quello che trovo più inquietante è la censura sulle due ultime espressioni: significa dar credito non a Galileo, ma alle chiese evangeliche americane e alle paranoie dei loro predicatori nomadi. Ma – a ben guardare –  la deriva fondamentalista l’hanno a suo tempo promossa proprio i “Liberals” con la loro ossessione del politically correct, di fatto una forma di censura che ormai permea il linguaggio e i rapporti sociali e nella versione italiana scivola facilmente nell’ipocrisia. Chiamare “non vedenti” i ciechi non ne ha migliorato la vista, e infatti l’Unione Italiana Ciechi non ha ancora cambiato nome. Sui rom il discorso è diverso, perché “zingaro” ha effettivamente una connotazione negativa e non definisce l’insieme della comunità (gitani, camminanti, zingari, zigani, sinti, korakanè, etc.). E almeno sui poveracci che sbarcano sulle nostre spiagge finalmente si è arrivati a un termine linguistico condiviso: sono migranti. Trovo invece oziose le discussioni di genere: assessora? sindaca? L’italiano permette di scegliere se privilegiare il sesso o la funzione sociale, il resto è politica, la quale piuttosto dovrebbe star più attenta a cambiare le cose invece dei nomi delle cose. In questo i politici sono ostinati: il geografo Tolomei scelse con cura tutti i nomi italiani per il Tirolo meridionale acquisito dopo la Grande Guerra, nomi che ora i sudtirolesi della Volkspartei cercano in ogni modo di cancellare, salvo far scrivere Alto Adige sulle confezioni di yoghurt da vendere nei nostri supermercati. I nazionalisti sono sempre sistematici poi nel cambiare a forza i cognomi o negare addirittura l’identità di un popolo: fino a pochi anni fa i curdi stanziati in Turchia erano semplicemente “turchi di montagna”. E se noi abbiamo italianizzato i cognomi sloveni in Carnia, chi ai tempi di Tito osava dire Zara e Spalato invece di Zadar e Split doveva comunque litigare con i croati, mentre un francese sa benissimo che la sua capitale noi la chiamiamo Parigi né si offende per questo, ma graziosamente francesizza i nostri nomi e cognomi accentandoli sull’ultima sillaba. E’ evidente che nominare significa comandare, e infatti Adamo nella Genesi dà il nome a piante ed animali, ma non potrà mai pronunciare il vero nome del suo Creatore. Né questo modo di vedere il mondo è un’esclusiva dell’ebraismo, essendo presente in molte religioni e mitologie. Per concludere, è bene ricordarsi sempre della massima del filosofo Wittgenstein: attenzione, perché alle parole corrispondono le cose.