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Manchester e la sua memoria operaia

AP OlO Manchester 2Se Londra, con la “Gloriosa Rivoluzione” del 1649, è il luogo di nascita della democrazia moderna e del parlamentarismo come sistema politico, Manchester lo è della Rivoluzione Industriale, del movimento operaio e della lotta di classe contemporanea.

Fondata nel 79 d. C. dal governatore romano Giulio Agricola, con l’immigrazione di una folta comunità fiamminga nel XIV secolo, la città inaugurò quella che sarebbe diventata la sua grande tradizione tessile. Il famoso telaio idraulico inaugurato nel 1769 da Richard Arkwright nel suo cotonificio (una cui riproduzione è esposta al Museum of Science and Industry) segnò il destino economico della città (che venne ribattezzata Cottonopolis) e della regione (il Lancashire), dando il via a quella rivoluzione industriale che cambiò la faccia del mondo.

Manchester fu però non solo la prima capitale economica del nuovo capitalismo industriale, ma anche – e di conseguenza – quella della formazione dei primi nuclei di classe operaia. Fu ai lavoratori mancuniani e alle loro drammatiche e degradate condizioni di vita che Friedrich Engels guardò quando scrisse il suo celebre saggio, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845), in cui il nuovo ambiente industriale veniva dipinto come un inferno sociale dove i lavoratori, mal pagati e affamati, morivano negli slums, negletti, disprezzati e coartati da una borghesia che li considerava oggetti e non esseri umani. Da questa condizione di subalternità pian piano maturò quella che più tardi venne chiamata la “coscienza di classe”. Il movimento operaio nacque e si sviluppò in tutta la Gran Bretagna attraverso varie fasi: la rivolta individuale; il luddismo; il tradunionismo e gli scioperi; il cartismo; le organizzazioni sindacali e le teorie socialiste.

A duecento anni di distanza il tessuto economico e sociale della città è radicalmente cambiato, non senza profonde crisi: nel secondo dopoguerra la filiera del tessile fu sostanzialmente spazzata via dalla concorrenza asiatica e statunitense, ma fu sostituita da quella dell’informatica (il primo computer fu costruito proprio a Manchester nel 1948). Dopo la depressione degli anni Ottanta, la città vide poi una profonda ristrutturazione urbanistica che la rilanciò come importante centro turistico e soprattutto culturale (con tre sedi universitarie). Ciò non ha, però, impedito alla comunità mancuniana di mantenere e preservare la propria memoria.

 

Un corteo lungo duecento anni di storia

AP OlO Manchester People_s History Museum«Join a march through time following Britain’s struggle for democracy over two centuries»: con questa frase si apre la presentazione del People’s History Museum sul proprio sito web. Allestito in un edificio che nell’epoca edoardiana (1901–1910) era adibito a centro di pompaggio, il museo di sviluppa su due piani in rigoroso ordine cronologico.

Al primo piano lo spazio è suddiviso in cinque sezioni. Revolution (1780-1840), è la parte dedicata alla rivoluzione industriale e alle prime grandi battaglie per il suffragio universale (come quella del 1818-1819 proprio a Manchester, che culminò in una manifestazione di 80mila persone duramente attaccata dall’esercito che fece 11 morti e centinaia di feriti, il famoso “Massacro di Peterloo”). In questa sezione trovano posto anche oggetti personali appartenuti a personalità di spicco del movimento democratico e rivoluzionario di allora, come la scrivania sulla quale Thomas Paine scrisse il suo I diritti dell’uomo (1791). Reformers (1786-1846) è invece lo spazio dedicato alla formazione dei primi due grandi partiti politici, i liberali (Whigs) e i conservatori (Tories), al Great Reform Act (1832) la legge sulla rappresentanza del popolo, e al Cartismo. Workers (1821-1930) e Voters (1880-1945) sono le sezioni più ampie del primo piano. In un tripudio di stendardi sindacali, ma anche di manifesti di propaganda ed elettorali, in questi spazi viene ricostruita la storia delle forme di organizzazione del movimento operaio, dalle prime società segrete, ai sindacati di mestiere, dai primi sindacati industriali al partito laburista e comunista (ma ci sono anche spazi dedicati alla propaganda conservatrice e liberale sui temi del lavoro). Questa parte, che raccoglie anche l’esposizione dedicata alla battaglia del movimento delle donne per il diritto al voto, si conclude con il periodo della seconda Grande Depressione e dei due conflitti mondiali. Infine, al centro della galleria è presente un piccolo teatro, dal quale si possono vedere o ascoltare brevi ricostruzioni audio-video degli eventi caratterizzanti l’esposizione.

Al secondo piano la galleria è costituita da quattro sezioni. Citizens (dal 1945 ai giorni nostri), raccoglie fotografie, manifesti, striscioni, prime pagine di giornali che riassumono la storia delle lotte democratiche e sociali del secondo dopoguerra britannico: dall’epoca del Welfare State e dell’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale a quella del “consenso” ai partiti (1946-1979), dal Thatcherismo alla crisi della politica tradizionale, dall’esplosione dell’immigrazione alle grandi lotte per l’eguaglianza (in particolare i diritti della comunità LGBTQ), per la pace, contro la Poll Tax e contro il nucleare, fino ai grandi scioperi fra i quali giganteggia quello dei minatori del 1984. Banners è una parte dedicata agli striscioni e agli stendardi che, come un po’ nella tradizione militare, venivano issati alla testa della grandi manifestazioni sindacali, pacifiste e per i diritti civili. Accanto a questo spazio è possibile visitare il Textile Conservation Studio, dove per l’appunto vengono conservati e restaurati gli stendardi esposti all’interno del museo. Infine, con Time Off? l’esposizione si conclude con una sezione dedicata alla lotta per la riduzione dell’orario di lavoro, al sindacato dei calciatori, alle società di mutuo soccorso e al movimento cooperativo. A salutarci mentre usciamo dalla galleria, un juke-box d’epoca manda a getto continuo canzoni di lotta, ma anche brani di musica pop che hanno caratterizzato i movimenti sociali in Gran Bretagna e le loro lotte.

Ma il People’s History Museum non finisce qui: oltre agli spazi per mostre temporanee, allo shop e alla caffetteria del piano terra, nel seminterrato è possibile visitare il vasto archivio, dove vengono raccolti documenti (anche interni), giornali, riviste, pubblicazioni del movimento operaio e democratico, del Partito Laburista e del Partito Comunista.

 

Esplorare il passato per cambiare il presente

AP OlO Manchester 1«Explore the past. Change the future». Questo invece è l’incipit sul volantino informativo della Working Class Movement Library. Situata a Salford, nella contea di Greater Manchester, la biblioteca è stata costruita negli anni Cinquanta del secolo scorso a partire dalla collezione personale di Ruth e Edmund Frow, militanti comunisti, e ora detiene decine di migliaia di libri, opuscoli, archivi, manifesti, striscioni, giornali, dipinti, fotografie, fumetti e molto altro ancora. La collezione copre documenti che riguardano temi che vanno dalla vita lavorativa a quella politica, dalla vita sindacale a quella sportiva. Che si tratti di un ricercatore o una ricercatrice,  che si venga mossi da semplice curiosità per i grandi eventi o la vita comune del passato, chiunque (l’accesso è libero) può non solo consultare l’enorme mole di materiale raccolto nella biblioteca, ma anche partecipare ai numerosi eventi gratuiti che lì vengono organizzati. Entrando nell’edificio, è possibile prendere visione della vasta gamma di documenti collezionati attraverso il display presente al piano terra. Fra questi: 1) le grandi campagne politiche del Paese, dal Cartismo al “Grande Sciopero Generale” del 1926, fino alle proteste più recenti; 2) il lavoro e la vita delle persone che hanno lavorato in fra la fine del XVIII e il XIX secolo (le operaie delle fabbriche di spazzole, i lavoratori della seta, i sarti, i calderai, ecc.); 3) le storie drammatiche di coloro che hanno lottato per le trasformazioni sociali – come Benny Rothman, il militante della Youth Communist League che nel 1932 guidò l’occupazione delle terre di Kinder Scout nel Derbyshire, per affermare il diritto di poter accedere alle aree di aperta campagna (all’epoca vietato); 4) altri importanti eventi come il Massacro di Peterloo, la storia dell’indipendentismo irlandese, la guerra civile spagnola.

Per concludere, il People’s History Museum e la Working Class Movement Library non solo sono due fra i maggiori istituti culturali della città, ma, attraverso metodologie espositive  e strategie comunicative che sfruttano a piene mani anche le nuove risorse digitali, riescono a garantire e preservare la memoria operaia e democratica della città (e del Paese), come confermano le numerose visite, non solo di studiosi e ricercatori, ma di scolaresche e di gruppi di giovani provenienti da tutta l’Inghilterra.

Biblioteche: La carta in Rete

Eitoriale Digitare la conoscenza Libri

Il Ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini ha scelto la conferenza “Cultura e turismo per la crescita del Paese”, presso l’Accademia dei Lincei, per dare l’annuncio che l’ICCU verrà dotato del servizio Digital Library, il quale coordinerà i programmi di digitalizzazione del patrimonio culturale, elaborerà il piano nazionale di digitalizzazione e ne curerà l’attuazione, anche in collaborazione con altri enti pubblici o privati. Grandi pacche sulle spalle e congratulazioni a non finire per il provvedimento che il Ministro ha firmato a marzo per finanziare con due milioni di euro la nascita della Digital Library Italiana. Un lodevole proposito quello del Ministro, ma se l’iniziativa fosse stata battezzata Biblioteca Digitale, nessun motivo per sottolinearne la nazionalità.

L’Italia s’impegna dunque a valorizzare il patrimonio d’immagini conservato nei 101 Archivi di Stato, nelle 46 biblioteche statali e negli archivi fotografici delle soprintendenze. Ma piuttosto che varare Digital Library Italiana, non era più logico potenziare il Sistema bibliotecario nazionale (SBN) http://www.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/free.jsp, magari ampliandone i servizi? SBN non discrimina le biblioteche in base alla gestione (statale o enti locali, etc.), ma permette di offrire in qualsiasi luogo del mondo i propri servizi e acquisire informazioni su milioni di pubblicazioni conservate in strutture piccole e grandi.

Proprio quelle che meriterebbero più risorse. Infatti il Ministro afferma che quel patrimonio è “un bene ineguagliabile di enorme valore culturale che nell’era della rete ha anche un valore economico considerevole”, ma lascia finanziamenti irrisori ad Archivi e Biblioteche di Stato, strutture fisiche con materiale cartaceo e personale in carne e ossa. E proprio l’ICCU (Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane) http://www.iccu.sbn.it/opencms/opencms/it/ ha fatto notare al Ministro che si sta varando ennesimo pirotecnico progetto, un gran bel fuoco d’artificio che abbaglia, ma non prende in considerazione la realtà del patrimonio culturale italiano. Prima di digitalizzare è necessario conservare e per farlo bisogna avere dei luoghi idonei e del personale con le attrezzature adatte per tradurre il patrimonio cartaceo adattandolo alla consultazione in Rete.

Rete già piena di relitti: nulla si è più saputo del coinvolgimento e Argentina Buenos Aires letture sotto terra permite_descargar_mas_de_200_libroscontributo italiano nel World Digital Library www.wdl.org/en che nel giugno del 2011 era stato presentato dall’allora Ministro Galan. Un progetto gestito dalla Library of Congress of Washington https://www.loc.gov/, con il patrocinio dell’UNESCO, e in collaborazione con centinaia d’istituzioni nel mondo, indirizzato ad ampliare gli orizzonti del sapere, grazie ad una biblioteca digitale multilingue. Da non dimenticare poi l’esperienza di Internet Culturale http://www.internetculturale.it/opencms/opencms/it/index.html.

Era il portale di Stato inaugurato nel 2005, che s’inseriva nel quadro del progetto “Biblioteca digitale italiana” risalente al 2001, con l’obiettivo di rendere disponibili i cataloghi e parte delle informazioni contenute nelle biblioteche pubbliche. Un portale web promosso dagli addetti ai lavori di allora (Salvatore Italia, Capo Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari e Luciano Scala Direttore Generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali) per il Servizio bibliotecario nazionale, tenendo invece ai margini Ministro di allora Rocco Buttiglione, peraltro più preparato di altri.

Ma torniamo alla World Digital Library (WDL). Essa mette gratuitamente a disposizione sul Web materiali che testimoniano le diverse culture del mondo. Manoscritti, lettere, carte geografiche, stampe, giornali, libri rari, documenti, filmati, registrazioni sonore, manifesti e illustrazioni sono messi a disposizione da istituzioni di tutto il mondo, mentre la Digital Library italiana vuol essere originale e far pagare il sapere.

Sembra dunque che in Italia, più che in altri Paesi, i portali Web hanno la capacità di moltiplicarsi sulle stesse tematiche per poi rimanere sospesi nel nulla. Un modo come un altro per far apparire il politico di turno estremamente efficiente nello spendere e spandere, mentre i fondi speciali nelle biblioteche degli enti locali sono lasciati alla rara sensibilità di amministratori senza soldi o alla ottusità di personaggi pavidi e poco interessati alla valorizzazione il patrimonio librario come bene comune da condividere.

Gianleonardo Latini – Marco Pasquali
(Librarians and Digital publications)

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Digitare la conoscenza

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Marcinelle

LMB Marcinelle 1

Ricordate ancora quando partimmo?
Gli occhi allegri e il sorriso pronto,
la nostra pelle ancora bruna
figlia del sole che nei campi
bruciava gli occhi
quando all’alba, d’estate,
già sulle zolle piegava
alla fatica nostra giovinezza.
Sulle nostre mani
già grosse e dure
correva il filo impaziente
del nostro furioso coraggio:
fame e rabbia, andar via!
per dimenticare i rattoppi,
le quattro sigarette contate,
le inutili bestemmie
e i giorni vuoti buttati in piazza.
Così andammo via
stipati nei treni, come tradotta
ci portava in guerra
cercando lontano, fin lassù,
nel grigio paese d’un livido sole
i pochi soldi da avere in tasca,
una cravatta, la brillantina
e una camicia pulita il sabato sera.
“Nè cani né italiani”
era scritto sulle porte;
gente chiusa tra parole diverse,
noi sfrontati nelle “salles de bal”,
ubriachi di solitudine,
per rubare un sorriso, un “giro”,
a pallide ragazze intimorite.
Arrivammo lassù, eravamo solo carne,
braccia di giovani schiavi
in cambio di carbone.
Scendemmo fino in fondo al buio
nel pozzo che ci stringeva alla gola,
contando i giorni per tornare a casa.
La chitarra, le canzonette,
le fotografie, birra, vino
e qualche bacio non bastarono.
…Salvatore, Rocco, Felice, Attilio,
Guerrino, Santino, Donato…
Eravamo in tanti,
più di cento a morire!
Laggiù siamo rimasti per sempre,
terra nella terra,
uno vicino all’altro
per farci coraggio,
con negli occhi ancora
nuvole e sole di nostra terra antica.
Urlammo in fondo al pozzo
maledicendo il Dio
avaro dei braccianti,
l’angelo nero che ci soffocava.
In fondo ai tunnel, notte per noi,
lassù era mattina,
lasciammo giovinezza e miseria,
gli occhi allegri a bere con gli amici,
i baci e promesse scambiati nel partire.
Sognavamo di tornare,
in piazza a far romanzo
della nostra avventura.
Ma muti tornammo per sempre
e il campo ci copre ormai
dove sudammo un giorno
per contenere appena
stomaco e arsura.
Muti tornammo all’aria,
ci tolsero al buio,
era agosto in cielo,
mentre la gente urlava ai cancelli
nomi sconosciuti.
Dal fondo ci raccolsero
come sacchi di nero carbone
e tornammo poveri corpi stremati,
ancora uno all’altro vicini
nel viaggio fino a casa.
Ora in silenzio dormiamo
nei campi che conobbero
i nostri piedi nudi,
sotto gli ulivi, sulle pietre
mangiando il nostro pane.
Sognammo tutti una terra
per noi di frutti e di grano,
di figli contenti e l’amore
di chi ci volle per sempre.
Come ci chiamavamo?
…Francesco, Michele, Pasquale,
Raffaele, Angelo, Emidio…
Eravamo in tanti, più di cento.
Un giorno partimmo.
25 Febbraio 2017

Migrazione: Orban ha una ricetta per l’accoglienza

Migrazione Orban sfida la Ue per una nuova accoglienza Viktor-OrbanL’Ungheria di Orban ci riprova, con il suo senso nazionalistico, a scoraggiare i migranti nel passare per quelle contrade. Dopo il Muro e la proposta di relegare clandestini su un’isola del nord Africa, da dove potranno fare domanda d’asilo, è ora la volta di fare un ulteriore passo in avanti per irritare l’Unione europea nella proposta di accogliere i migranti in strutture carcerarie, con la motivazione di prendere le dovute precauzioni contro l’imperante minaccia terrorista.

Questa particolare scelta di Orban, diversamente dalle precedenti iniziative, può avere degli aspetti relativamente umanitari, nell’accogliere persone che hanno affrontato pericoli ed esposti alle intemperie di un inverno che non ha scoraggiato la fuga dalle zone di conflitto, raggruppandole in strutture carcerarie dove non gli si negherà cibo e assistenza sanitaria, invece di lasciarli senza un tetto, in balia delle intemperie.

Ma Orban non si vuol limitare a reinterpretare personalmente il significato di assistere il prossimo in difficoltà: vuole avere il completo controllo, mettendo al bando ogni persona impegnata nel rispetto dei Diritti umani e le organizzazioni come Hungarian civil liberties union, Transparency international e Hungarian Helsinki commitee, legate al finanziere d’origine ungherese e di genitori ebrei George Soros, accusandolo di essere al servizio dei poteri forti e di tramare contro il governo.

Mentre in Francia, tra le montagne della valle della Roia, Cédric Herrou è un uomo dedito all’allevamento e all’agricoltura e interpreta alla lettera l’insegnamento, non solo cristiano, di dare ospitalità allo straniero, offrendo non solo un giaciglio e un pasto ai migranti di passaggio, ma aiuta i migranti a passare il confine senza dover sottoporsi alla dura burocrazia delle nazioni.

Fermare i profughi è impossibile: la via balcanica non è stata mai chiusa e la via mediterranea non ha cessato di essere utilizzata.

Nonostante i pericoli che comporta una migrazione affidata ai trafficanti di esseri, l’umanità che fugge non rinuncia alla possibilità di trovare un luogo lontano da conflitti e carestie, senza dover aspettare di essere scelti per i Corridoi umanitari.

Un mezzo quello dei Corridoi umanitari ben collaudato dalla comunità di Sant’Egidio, con la Federazione delle Chiese Evangeliche e la Tavola Valdese. Un progetto, finanziato con l’8 per mille e protocollo d’intesa firmato con il Viminale e la Farnesina, che ha portato in Italia un numero di rifugiati non lontano da quello che l’intera Unione europea è riuscita sinora a ricollocare, con tanta parsimonia, nei singoli paesi.

I vertici dell’Unione europea non si lasciano scappare occasione per stigmatizzare la necessità di non lasciare la questione dei migranti solo sulle spalle dei paesi in prima linea (Grecia, Italia, un po’ Malta e Spagna in minima parte), ma non riesce ad essere altrettanto convincenti a far rispettare la ridistribuzione migratoria come quando minacciano sanzioni ai paesi inadempiente verso le percentuali deficitarie.

Una nuova iniziativa dell’Unione europea intende schierare le navi a ridosso delle coste per dissuadere i trafficanti della migrazione a mettere le bagnarole in mare. Per questo progetto la Ue stanzia 100milioni di euro per il governo libico riconosciuto dall’Onu.

Trattare con uno dei governi che attualmente legiferano in Libia non appare una buona mossa, tanto più se accompagnata da un’elargizione di milioni di euro in stile accordo euro-turco.

La Ue ha mostrato tutta la debolezza nell’affidare alla Turchia il ruolo Migrazione Orban sfida la Ue per una nuova accoglienza muro_54131882di sentinella dei confini europei, senza permettere al Commissario europeo per le migrazioni, il greco Dimitris Avramopoulos, e al lettone Nils Muižnieks, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, di vigilare sul rispetto dei Diritti nei luoghi di “filtro” migratorio.

È oltre modo utopistico poter scuotere le coscienze dei benestanti in pelliccia e cravattino sulle pene di un’umanità in migrazione con Fuocoammare, il lavoro pluripremiato di Gianfranco Rosi e ora candidato all’Oscar come miglior documentario, come ottimistico è affidare ad operazioni navali come Mare Nostrum e Triton o all’agenzia Frontex la sicurezza e la gestione dei confini europei.

Non ultimo è l’impegno di nel ministro degli Interni Marco Minniti nel non lasciare in mano della destra lo scettro della mano pensante verso la migrazione, organizzandosi per  aprire un centro Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione) in ogni regione, per una specie di internamento del frutto dei “rastrellamenti” attuati nelle città per scovare chi viene trovato privo di documenti, senza utilizzare un carcere, adeguandoci all’idea di accoglienza modello Orban.
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Qualcosa di più:

Aleppo peggio di Sarajevo

Migrazione: La sentinella turca

Migrazione: Punto e a capo

Migrazione: Il rincaro turco e la vergognosa resa della Eu

Europa e Migrazione: un mini-Schengen tedesco

Migrazione: Quando l’Europa è latitante

Un Mondo iniquo

Rifugiati: Pochi Euro per una Tenda come Casa

Siria: Vittime Minori

Europa: Fortezza d’argilla senza diplomazia

La barca è piena

Il bastone e la carota, la questione migratoria

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Trump: Un uomo per un lavoro sporco

Trump Un uomo per il lavoro sporco e le personeDonald J. Trump si è insediato a Washington come 45° presidente degli Stati uniti, ma si è trovato costretto a mantenere alcuni funzionari del Dipartimento di Stato e della Sicurezza nazionale nominati da Obama per garantire la “continuità di governo”.

Un presidente che si insedia, con il più basso indice di gradimento degli ultimi 50 anni, su di una delle poltrone dalla quale si decidono le sorti del Mondo, ma dovrà attendere l’approvazione della commissione del Congresso sulle tutte le persone scelte da Trump per ricoprire gli incarichi di governo per iniziare a trasformare lo slogan “America First” in una realtà, imprimendo un radicale differente indirizzo nella politica estera.

Intanto il Presidente inizia a firmare i primi ordini esecutivi per “alleviare” l’onere economico della riforma sanitaria voluta da Obama che garantisce l’assistenza a 20 milioni di cittadini.

Una riforma che Trump si dovrà limitare a ridimensionare e non a smantellarla completamente, come avrà delle difficoltà a far comprare solo prodotti statunitensi fabbricati negli Stati uniti, ma probabilmente potrà contare sull’appoggio anche dei democratici per il rilancio delle infrastrutture, se per finanziare i lavori non effettuerà tagli alla spesa sociale.

È strano che un presidente come Trump possa riscuotere così tanti eccitatissimi sostenitori nella schiera di quelli che ieri erano dei ferventi anti-americani, quando il suo slogan è fare Grande l’America, attraverso il protezionismo, chiudendo le frontiere e rispolverando la politica isolazionista di Harding.

Mr. “American First” abbandona ufficialmente il TPP, l’Accordo Trump Un uomo per il lavoro sporco2 Transpacifico di libero scambio, firmato da Barack Obama lo scorso anno con altri 11 Paesi del Pacifico, esclusa la Cina, ma che il Congresso non aveva finora ratificato, e vuol rinegoziare l’accordo Nafta che coinvolge, oltre agli Stati uniti, il Canada e il Messico.

La scelta di penalizzare i prodotti provenienti dal Messico, anche aumentando i dazi, avrà anche delle conseguenze nei rapporti economici con altri stati, portando gli Usa verso un’autarchia economica laddove è internazionalmente riconosciuta la sua carenza produttiva in alcuni campi che potrebbe far retrocedere una grande nazione di qualche decennio.

Al confine messicano vuol completare il muro, ma non è sufficiente una firma, ha anche necessità di fondi. Dopo il Messico forse sarà la volta anche di blindare il confine canadese.

La migrazione è nel cuore di Trump, non si vuol limitare a blindare i confini, congelando per alcuni mesi l’ingresso negli Stati uniti di profughi e dei cittadini provenienti da sette paesi islamici (Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen), ma non dall’Arabia saudita, Pakistan e Afghanistan luoghi non certo immuni dalla presenza jihadista.

Un ordine esecutivo che sta creando confusione negli aeroporti, creando tante surreali situazioni vissute come da Tom Hanks nel film The Terminal di Steven Spielberg, intere famiglie rifiutate all’imbarco e persone bloccate all’arrivo, senza poter andare avanti o indietro. Trump doveva prendere in considerazione di firmare un ordine “meno” esecutivo per dare il tempo di organizzarsi e non trovarsi con un’umanità che può contare solo sulla pressione dei gruppi attivisti per la salvaguardia dei Diritti umani come l’UNHCR o International Rescue Committee per uscire dall’empasse nel trovarsi ad essere dei detenuti in aeroporto.

La migrazione è il fronte sul quale Trump si sta maggiormente, impegnando tanto da arrivare a minacciare tutte quelle amministrazioni locali marchiate come sanctuary cities (città santuario) di un taglio di fondi federali per lo stato sociale se non si adeguano alle direttive di Washington.

Potrebbe anche pensare alle espulsioni, iniziando con il confezionare Fethullah Gulen come un pacchetto regalo per Erdogan.

Un’altra forma di isolazionismo è l’imposizione al silenzio delle agenzie che ritiene inutili (protezione ambiente, agricoltura, etc.) interrompendo qualsiasi tipo di comunicazione pubblica sui siti istituzionali e i social. Il web è un altro fronte per rafforzare la sua presidenza, togliendo la versione in ispanico dal sito della Casa Bianca.

Così Donald Trump non subirà dei contraddittori nel ritenere una bufala che la causa del cambiamento climatico sia dovuto all’inquinamento prodotto dall’uomo e al riscaldamento globale, ma solo da una manovra della Cina per ostacolare l’industria statunitense. Che la salvaguardia dell’ambiente non sia tra le priorità del presidente è evidenziata dalla scelta di inimicarsi anche i nativi americani, sbloccando la costruzione dell’oleodotto sulle terre sacre dei Sioux in North Dakota.

Anche le critiche che Trump ha più volte esternato verso la NATO (North Atlantic Treaty Organization) è un ribadire l’isolazionismo basato su meno Alleanza atlantica per tutti e più interessi nazionali.

Trump Un uomo per il lavoro sporco1L’insofferenza di Trump per ogni organizzazione transazionale come l’Onu o che con Putin condivide anche la voglia di disgregare l’Unione europea, fomentando il caos e seminando zizzania attraverso i movimenti nazionalisti ed euroscettici, cercando di instaurare un nuovo rapporto con la Gran Bretagna di Theresa May, nell’inconsapevole strategia del dividi e domina – Divide et impera – dei condottieri dell’antica Roma.

Un presidente che in una decina di giorni è riuscito a ridisegnare l’immagine degli Stati uniti e ha ancora quattro anni per continuare a sovvertire le regole, esaltando la tortura, rintroducendo il Waterboarding, per rispondere al fuoco con il fuoco.

Il risvolto nella scelta isolazionista nel bene e nel male, è che comunque gli Stati uniti non si intrometteranno, per i prossimi anni, negli affari di altri paesi.

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Qualcosa di più:

Elezione di Trump | Quando l’improbabile è prevedibile

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