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Conflitti Il Mondo in balia degli estremismi

Il 2023 si è concluso con numerosi conflitti attivi, un elenco preciso è difficile e varia da fonte a fonte e non ci sono solo l’aggressione russa all’Ucraina e Hamas – Israele, ma anche la guerra civile in Sudan e quella dello Yemen, solo apparentemente in standby sospesa per intrufolarsi tra quella di Hamas e Israele.

Altri conflitti, alcuni dei quali sono guerreggiati, dimenticati e a “bassa intensità”, dove si vedono non solo missili e dromi o cannoni e mitragliatori , ma anche fucili e pistole, lance e frecce, sino a machete e coltelli, circoscritti in piccole aree per il predominio sulle ricchezze naturali o per far prevalere gli interessi degli allevatori su quelli degli agricoltori, ma in ogni caso le vittime sono sempre le stesse: bambini e donne, ma anche operatori umanitari e dell’informazione.

Conflitti che possono variare da una sessantina a qualche migliaio, se si conteggiano anche eventi violenti che sporadicamente tuonano ad insanguinare le strade per motivi politici, religiosi e tribali, secondo le fonti come: ACLED (Armed Conflict Location and Event Data Project), Sipri  (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma) e l’Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo.

L’Etiopia, la regione africana del Sahel, il Mali, la Somalia, la Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria, il nord del Mozambico, l’Afghanistan, il Libano, Haiti, il Messico, la Colombia, lo Myanmar, tra India e Pakistan per il Kashmir, gli armeni e gli azeri, i russi e i georgiani, per non dimenticare la Siria e il governo turco contro i curdi.

Un Mondo in balia degli estremismi che si nascondono tra credi ed ideologie, ma in realtà sono solo avidi di potere e bramosi di possedere ciò che non gli appartiene, creando flussi migratori.

Ci sono migranti e migranti, come ci sono profughi e profughi, con una speranza che non trova spazio in un Mondo costruito sugli egoismi, dove quello che è mio rimane mio e quello che è tuo dovrebbe diventare mio.

Nel mondo esiste l’odio e se non c’è l’amore certamente non c’è l’empatia che può avvicinarci all’altruismo.

Usare le parole in modo inconsapevole o addirittura in mala fede possono essere un linguaggio d’odio, per questo la “Carrara di Roma”, come più recentemente Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio, indica l’uso corretto dei vocaboli e il loro contesto quando si parla di migranti.

Persone che vivevano assediate ed ora assediano, cacciati che ora praticano pulizie etniche, perché dei fanatici ritengono incompatibile la convivenza tra “differenti” culture.

Conflitti che nascono per combattere i “cattivi”, ma in realtà per nascondere che “l’erba del vicino è sempre più verde” e solo perché qualcuno vuole qualcosa che qualcun altro ha.

Sono lontani i tempi nei quali si rideva dell’esorcizzazione del possesso con il film di Stanley Donen, L’erba del vicino è sempre più verde, dove Cary Grant “ha” ciò che Robert Mitchum vuole e con il ruolo politicamente scorretto di Deborah Kerr nel ruolo dell’erba più verde.

Non possiamo soccombere alla prepotenza se non per noi almeno per chi non può difendersi creando le condizioni per scardinare l’invidia.

A molti manca quel coraggio in più dalle donazioni alle organizzazioni umanitarie che oltre a mitigare i sensi di colpa fa dispetto a quella destra incapace di empatia offrendo un impegno diretto verso gli ultimi.

L’Arte non avrà la capacità di difendere  l’umanità dalla crudeltà ma può far riflettere sulle diseguaglianze e fare da megafono ai giornalisti che fanno giungere oltre le aree di conflitto l’invocazione di un ragazzo dai fieri occhi azzurri, del suo “non ho paura, ma voglio vivere. Portatemi via di qua”.

L’Arte ha il compito di seminare dubbi e far riflettere sulle contraddizioni e le diseguaglianze che affliggono il Mondo e far dialogare le persone impegnate per la Pace.

Un’Umanità vittima della fuga dai conflitti e dalle carestie e obbligata a migrare dove la speranza di trovare un luogo per vivere per migliaia di persone naufraga in mare o nei deserti, nelle foreste o davanti al filo spinato di un confine.

Secondo il Mid-Year Trends Report dell’UNHCR (l’Alto Commissariato ONU per i diritti dei rifugiati), sono oltre 100milioni le persone che fuggono dai conflitti.

Come scriveva Italo Calvino “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.” (Le città invisibili).

È un inferno dove fanatici estremisti vengono manipolati da chi ha come unico interesse il profitto, sfruttando la Natura e le Persone. Individui in cerca di profitto ad ogni costo, spesso nascosti dietro a rassicuranti elogi della Pace.

Dovrebbe essere possibile emarginare e sconfiggere i fanatici dediti a far soffrire gli estremisti che vogliono comandare. Due entità che fanno gli interessi di chi opera scommettendo sulle disgrazie altrui.

Conflitti che si protrarranno per anni se non si troveranno soluzioni diplomatiche o “non perderà” chi resisterà di più.

L’Onu come Unione Europa, i vari stati e organizzazioni sbandierano la Carta dei Diritti Umani, ma sono diritti che non valgono per tutti. Governi che accusano altri governi di violare i Diritti e la storia si ripete con il bue che da del cornuto all’asino.

Anche la nostra Costituzione, all’Articolo 2, sancisce che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”, come ha tenuto a ricordare il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, oltre al consigliare di praticare la gentilezza, dando il buon esempio, affermando anche che “La guerra genera odio, serve cultura di pace” e ai giovani in particolare: “L’amore non è possesso” e “La democrazia è voto e non sondaggio”, è partecipazione come cantava Giorgio Gaber.

Ralph Oggiano, il pugliese che stregò l’America

Nulla sapevo di questo grande fotografo, ma per un caso ho conosciuto quest’estate alcuni suoi familiari – le nipoti per l’esattezza – le quali mi hanno parlato a lungo di questo artista nato in Puglia ma presto emigrato in America, dove a New York si fece un nome e si affermò come uno dei più grandi fotografi della prima metà del secolo XX. Figlio di scultori, era nato ad Oria, in provincia di Brindisi (ma all’epoca di Lecce), a 17 anni emigrò nel 1920 per cercare l’America e la trovò a New York. Non avendo soldi si mise in società con un altro fotografo, Herbert Mitchell, finché nel 1934 diventò abbastanza ricco e famoso per mettersi in proprio: era ormai uno dei ritrattisti più noti di Brodway, per poi approdare al successo internazionale, riaffermato in due grandi mostre nel 1940 a New York (344 ritratti fotografici di dive e nomi famosi). Ricevette committenze e tenne mostre in Inghilterra, Austria, Germania, Italia, Yugoslavia. Il suo lavoro si caratterizza per l’espressività, a tratti monumentale, del volto umano, raggiunta attraverso un innovativo e magistrale utilizzo della luce. Simbolo di coraggio e determinazione, esempio di riscatto sociale, la sua vita rappresenta in maniera emblematica la storia dell’emigrazione pugliese nel mondo, ricalcando i passi di migliaia di italiani partiti dal loro paese natale con una valigia piena di sogni e speranze, alla ricerca di una vita migliore, ma allo stesso tempo privati del conforto della famiglia e del legame con la propria terra. Terra di cui Oggiano mai si dimenticò: sposò una calabrese di New York, ebbe figli e comprò ai genitori una villa al paese natìo. In Italia tornò solo due volte: la prima alla fine degli anni ’30, una seconda nel 1949 (morì nel 1962). Del periodo “italiano” ci restano i fotoritratti del Duce e dei suoi gerarchi e – successivamente – un ritratto di Pio XII, per ora disperso. Il ritratto di Mussolini è impressionante: a parte l’uso del flou (tipico della fotografia dell’epoca), è come se Oggiano abbia saputo leggere l’anima del suo uomo, che più che Duce appare più come un padre di famiglia italiano o se vogliamo il capo del villaggio. Nulla della retorica fascista voluta dallo stesso Mussolini, che qui ha riposto assoluta fiducia nel fotografo – è infatti un ritratto ufficiale. Ma cosa caratterizza lo stile di Oggiano, vero mago della luce? I suoi ritratti sono tutti a inquadratura alta (“waist-up”) o facciali, in bianconero con luci di schiarimento e ritocco. I toni – pur contrastati – restano così molto morbidi e sfumati.

In seguito Oggiano è stato dimenticato: la sua fotografia è troppo legata a uno stile culturalmente superato. E’ stato però rivalutato negli ultimi dieci anni negli Stati Uniti e in Italia attraverso una serie di mostre e studi specializzati (1). In Italia segnalo la collettiva del 2013 a Oria (2, 3) e quella monografica, sempre a Oria, nel 2022, curata dall’architetto Alessio Carbone, dove la famiglia ha contribuito anche con cimeli personali (4). La nipote mi ha parlato della “vecchia” villa dove erano conservati oggetti personali, foto, quadri e documenti, pazientemente riordinati da Alessio Carbone, peraltro concittadino di Oggiano. Della mostra non è stato stampato un catalogo, ma in compenso Oria ha intitolato al suo figlio una piazza. Ma a questo punto propongo un progetto visionario: Ralph Oggiano merita un film o uno sceneggiato televisivo. La sua storia così emblematica ha tutti i numeri per avere successo: il giovane emigrato italiano, la gavetta a New York, il successo, la famiglia e le stesse immagini fotografiche sulla cui elaborazione Oggiano manteneva il segreto per non rivelar nulla ai concorrenti. Anche l’incontro con Mussolini deve essere stato particolare, vista l’innata diffidenza del Duce verso il prossimo. Cosa manca per un film? Almeno tre elementi: un regista (pugliese o italoamericano), un produttore che si muova bene tra l’Italia e New York, più i contributi della regione Puglia, finora ben generosa con chi vuole produrre cinema ambientato nella Regione. E’ un sogno? Anche quello di Ralph Oggiano lo era.

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NOTE:

  1. David S. Shields, Ralph Oggiano, in Broadway Photographs – Art Photography & The American Stage 1900-1930,  (www.broadway.cas.sc.edu)
  2. https://www.exibart.com/artista-curatore-critico-arte/ralph-oggiano/  
  3. https://news.oria.info/oria-shoots-prestigiosa-mostra-fotografica-presso-palazzo-martini/201325254.html
  4. https://www.brindisireport.it/eventi/mostre/ralph-oggiano-figlio-oria-strego-usa-foto-mostra.html

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Filologia 2.0

Il caso Camilla Läckberg ha smosso il mondo della critica letteraria: non sarebbe lei (o solo lei) l’autrice di alcuni gialli scandinavi di successo, come La gabbia dorata (2019) e Ali d’argento (2020). C’è anche la mano di Pascal Engman, che peraltro lavora per un editore. A scoprirlo è stato il giornalista Lapo Lappin, che ha analizzato i romanzi della Läckberg attraverso un programma che analizza le impronte stilistiche degli scrittori, cogliendo parole e strutture più frequenti; quello che è definita tecnicamente come intertestualità. Lappin ha usato il software JGAAP, (Java Graphical Authorship Attribution Program) usato nelle perizie di tribunale (1), inserendo i libri di altri otto giallisti svedesi. Valersi di scrittori ombra o ghostwriters non è certo una pratica rara, ma un conto chiedere la collaborazione di specialisti per arricchire le descrizioni d’ambiente o descrivere correttamente procedure tecniche, altro è farsi aiutare a scrivere i libri. Per La grande fuga dell’Ottobre Rosso è chiaro che Tom Clancy ha pagato un ufficiale sommergibilista per rendere credibili i tecnicismi, ma la strutturazione del racconto è opera sua. Altro è pagare uno scrittore e nasconderlo. Sia chiaro: lo fanno sicuramente gli sportivi quando scrivono libri che non avrebbero tempo o competenze per farlo, ma nessuno pretende troppo da loro, mentre da una autore noto a livello internazionale il lettore pretende l’onestà. In questo caso una scrittrice di successo ha cercato di mantenere i ritmi imposti dalle aspettative dei suoi lettori e dagli interessi del suo editore.

La novità è casomai l’uso dell’informatica per fare quello che per secoli hanno fatto i critici letterari: riconoscere e ricostruire la rete di relazioni che quel testo intrattiene non solo con i suoi possibili modelli letterari, ma anche con altri testi dello stesso autore. Si tratta anche di analizzare il lessico, gli stilemi, la lunghezza dei periodi. La filologia classica queste cose le fa da secoli, esercitandosi su una serie finita di testi sui quali si sono cimentati migliaia di studiosi. Usando l’Intelligenza Artificiale facciamo semplicemente prima.

Ma con l’intelligenza artificiale ben altri orizzonti si aprono alla filologia (2). Leggiamo ora “porfyras” (porpora)” in uno dei papiri di Ercolano, grazie a una tecnologia all’avanguardia in grado di individuare le tracce di inchiostro nei rotoli carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio. Ma non è l’unico contributo della tecnologia allo studio dei testi antichi: il programma Ithaca è frutto della collaborazione internazionale tra diverse università (tra cui la Ca’ Foscari di Venezia) e DeepMind di Google. Promette di aiutare con grande precisione gli storici nel restauro e nella collocazione geografica e temporale delle iscrizioni greche, e chissà che non si applichi presto anche a quelle latine raccolte nel monumentale CIL, Corpus Inscriptionum Latinarum. Ancora: con il progetto Electronic Babylonian Literature l’intelligenza artificiale è stata addestrata a leggere la scrittura cuneiforme – gli specialisti sono un centinaio in tutto il mondo –  rendendo più semplice il lavoro di identificazione di nuovi frammenti. In più, i ricercatori dell’Università di Tel Aviv (TAU) e dell’Università di Ariel hanno sviluppato un modello di intelligenza artificiale in grado di tradurre automaticamente in inglese i testo in accadico scritto in cuneiforme. L’accadico era una lingua usata nei commerci e nelle relazioni internazionali e la scrittura cuneiforme fu adattata a questa lingua. Come si vede, la capacità di analizzare e sintetizzare enormi mole di dati anche diversi per classe apre nuovi orizzonti. Ci saremmo arrivati lo stesso? Sicuramente impiegando molto più tempo.

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NOTE

  1. http://evllabs.github.io/JGAAP/
  2. https://www.academia.edu/35968989/Artificial_intelligence_and_linguistics

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MEDITERRANEO, un mare di molti altri

Si può parlare del Mediterraneo senza pregiudizi, tenendo conto di tutte le dinamiche che lo agitano – esattamente – da migliaia di anni? Ovviamente no, ma si può provare a superare schemi acquisiti e aprirsi a nuovi linguaggi. Ci provano Iain Chambers e Marta Cariello, entrambi attivi negli atenei di Napoli scrivendo a quattro mani La questione mediterranea. Trattandosi di un testo universitario, un editing più rigoroso avrebbe aggiunto una bibliografia e soprattutto avrebbe livellato lo stile, involuto e ideologico e forse anche tradotto male quello di Chambers, più agile quello della Cariello, a cui sicuramente si devono nel capitolo “Memorie e archivi” le belle pagine sulle poetesse e sulla donna mediterranea in generale, storico spartiacque tra la donna emancipata (Europa) e quella velata (Islam). Ma lo stesso discorso europeo non è univoco, su di esso convergono tante storie, ideologie e culture alle quali il testo cerca di dare eguale dignità, smontando nel contempo le strutture di potere che strutturano la geografia e le gerarchie fra culture, senza per questo arrivare a professare un comodo relativismo. L’impostazione ideologica è anticolonialista, al punto di definire Israele “una colonia residenziale”, senza peraltro riconoscere nelle culture non europee gli stessi meccanismi di pratica della violenza. Davvero la conquista araba dell’Egitto o l’espansionismo dei turchi Ottomani verso l’Ungheria e nei Balcani si è svolto secondo dinamiche diverse da quelle dei Francesi in Algeria? Alla base di un’espansione militare, politica e religiosa c’è sempre un’idea di superiorità, un razzismo giustificato da una religione o semplicemente dal successo sul terreno. Si cita Anna Arendt e le sue origini del totalitarismo:  l’Iliade è “ il poema della forza” e i Greci sbarcati a Cuma hanno ucciso gli indigeni, ma ogni migrazione dell’antichità era armata, e per dire che Enea è un migrante ci voleva solo Papa Francesco. Il cosmopolitismo di alcune metropoli – Costantinopoli, Alessandria – nascondeva anche gerarchie, spazi esclusivi e quartieri “europei”, anche se il nazionalismo turco e panarabo fanno rimpiangere la realtà descritta da Orhan Pamuk. Ma se la multiculturale Salonicco è stata ormai “grecizzata”, perché allora non parlare del pogrom di Instanbul del 1955 contro i residenti greci e armeni? Poco invece si parla di alcune forze che hanno invece favorito lo scambio tra civiltà diverse: a parte gli ebrei nel medioevo, neanche una parola viene spesa per l’Impero Romano d’Oriente, che è durato mille anni e ha fatto da ponte per tre continenti. Comunque ha ragione Chambers quando nota che parlare di Medio, Vicino ed Estremo Oriente significa parlare da Londra. Anche nomi più recenti sono prodotti del Potere (1). La geografia è espressione dello Stato e forse per questo in Italia non viene più insegnata a scuola.

Fanno però bene gli autori a fare il punto sugli studi classici sul Mediterraneo, che conta autori del rango di Henri Pirenne, Predrag Matijevic, Fernand Braudel, David Abulafia, (2). Puntuale l’analisi e anche la critica: Abulafia p.es. conta solo l’apporto dei Fenici e trascura altre culture. Ormai pochi credono ancora agli Ariani che con armi di bronzo e cavalli al galoppo hanno invaso l’Europa (3): sappiamo che la civiltà è arrivata lentamente dall’Asia e dall’Africa trasformandosi (il Ratto di Europa ne è la metafora perfetta) ed è un peccato che gli autori non citino Atena Nera di Martin Bernal (1987), una brillante anche se discutibile (sul piano della filologia) critica dell’Eurocentrismo. Citano comunque Giovanni Semerano (pag. 47 e nota 36), studioso dalla solida cultura linguistica (vedi nota 3) e attento analista di nomi e toponimi mediterranei. Certo, ancora fino alla seconda Guerra Mondiale ammettere che la civiltà europea doveva qualcosa a semiti ed africani era una bestemmia anche pericolosa per chi la pronunciava, ma oggi per fortuna i tempi sono cambiati e l’apporto di nuove scienze – penso all’analisi genetica – lascia meno spazio all’ideologia. Ma c’è sempre lo spettro dello storicismo razzista ad agitare le acque di un mare di fatto colonizzato dall’Europa, almeno da quando i cannoni delle navi inglesi e olandesi hanno ridotto nel XVII secolo l’egemonia ottomana e la Francia si è dedicata alla sponda africana. L’Italia purtroppo ha perso la sfida con la Storia: superata l’epoca dell’Impero Romano, poteva diventare egemone ma non lo è mai stata e resta subalterna, pur avendo una posizione geografica la cui importanza strategica è intuitiva. Ma anche adesso assistiamo da parte della politica italiana a goffi tentativi di arginare un esodo epocale che porterà comunque a nuovi equilibri. Napoli in questo senso può essere un interessante laboratorio: è una città del Mediterraneo ma non gravita come Genova o Trieste verso l’Europa continentale.

Ma a questo punto il pregio del libro è di averci aperto comunque un mondo, non solo invitandoci a rivedere le nostre categorie culturali – il migrante è il simbolo del Mediterraneo, non lo scarto –  ma parlando anche di autori mai tradotti in italiano, al massimo in francese, il che dimostra ancora una volta il nostro provincialismo. A pag. 70 si parla di centinaia di poetesse nel canone letterario arabo. Ma si parla diffusamente anche di tanti altri autori, come lo storico arabo Ibn Khaldoun (1400), la berbera (pardon, tamazight) Fatima Sadiqi. Si citano anche film poco o per niente noti sull’emigrazione (il regista Dagmawi Yhmer, chi è?), la cui conoscenza potrebbe integrare il nostro punto di vista – penso a Io Capitano di Garrone –  con quello loro. Purtroppo la mancanza di una bibliografia generale non aiuta il lettore.

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Note:

  1. Vedi p.es. L’invenzione del Sahel.Narrazione dominante e costruzione dell’Altro /  Jean-Loup Amselle. Meltemi editore, 2023.
  2. Ma stranamente non viene citato Luciano Canfora e il suo Mediterraneo, una storia di conflitti. Castelvecchi editore, 2016
  3. La favola dell’indoeuropeo / Giovanni Semerano. Bruno Mondadori, 2005.

La questione mediterranea / Iain Chambers, Marta Cariello


La questione mediterranea Condividi
di Iain Chambers e Marta Cariello
Mondadori Università, 2019

Pagine: VIII-152 p.
EAN: 9788861847002

Prezzo: € 12,00


Quando la Musica non placa l’irrequietudine

Negli anni ’60 molti artisti pop erano attratti dal buddismo e dalle religioni asiatiche in genere, oggi le tendenze sono più diversificate. Intendo parlare delle conversioni di Cat Stevens e di Sinead O’Connor all’Islam. Quella di Cat Stevens (oggi Yusuf Islam) avvenne in circostanze da lui spesso ribadite: nel 1977 stava per annegare a Malibu (California) e questa fu la rivelazione sulla via di Damasco. Da quel giorno si ritira dalle scene, vende le chitarre e diventa un attivista e membro influente della comunità islamica di Londra, al punto di aprire anche la Islamia Primary School e finanziare una serie di attività umanitarie, ma provocando anche la reazione e il boicottaggio dei suoi fan quando nel 1989 difende la fatwa (condanna religiosa) contro Salman Rushdie per i suoi Versetti satanici. Da quel momento il mondo musicale gli è ostile e nel 2004 si vede rifiutare il visto per gli Stati Uniti dopo l’attacco alle Torri Gemelle (2001). Fa però a fine secolo un ben documentato viaggio in Bosnia (1), all’epoca fresca di guerra civile, finanziando attività umanitarie islamiche e cantando in pubblico a Sarajevo (2) per la prima volta dopo molti anni. Ha ripreso a cantare e a tenere concerti praticamente da quest’anno e uno si è anche tenuto a Roma il 18 giugno all’Auditorium Parco della Musica. Yusuf/Stevens ha ormai 75 anni ed era visibilmente invecchiato, ma i suoi fan non l’hanno tradito.

Sinead O’Connor (ora Shuhada Sadaqat) è un caso diverso. La sua conversione è stata presentata come una delle tante mattane di una instabile mentale, ma è un giudizio affrettato e non rende giustizia del rapporto profondo e conflittuale dell’artista con la religione, e chissà che qualcuno non ci faccia la tesi di laurea in teologia. Irlandese di nascita e quindi cattolica, Sinead è sempre stata profondamente religiosa. Nel 1992, ospite del Saturday Night Live, durante la sua performance distrusse una foto di Papa Giovanni Paolo II, vent’anni dopo ha definito le dimissioni di Ratzinger «una saggia decisione». Sono atteggiamenti tipici di un credente, non di uno scettico. In un’intervista, dichiarò infine di volere «salvare Dio dalla religione». Negli anni ’90 Sinead si era fatta addirittura “preta”, ordinata da una setta scissionista cattolica di nome Irish Orthodox Catholic and Apostolic Church e le foto la ritraggono in abiti ecclesiastici. Poco si sa di questa chiesa cattolica scissionista, ma sicuramente la preparazione teologica di Sinead  non era superficiale. Ed ecco nel 2018 il gran finale:

 “Sono orgogliosa di essere diventata musulmana. Questa è la conclusione naturale di un viaggio di ogni teologo intelligente. Lo studio di tutti i testi porta all’Islam e rende tutti gli altri inutili”

Non sono parole di una popstar, ma di una mistica. Anche se gli atteggiamenti possono sembrare plateali, Sinead O’Connor è assimilabile a Ildegarda di Bingen, monaca benedettina, scrittrice, mistica, teologa e grande musicista, la prima donna a firmare con il suo nome alle proprie composizioni musicali religiose (3). Anche Sinead O’Connor ha avuto con la religione un rapporto comunque profondo, tormentato e lo ha trasmesso anche alla musica. Per questo va rispettata.

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Note:

  1. https://catstevens.com/tag/bosnia/
  2. https://www.youtube.com/watch?v=jmVMcMfxm5Q
  3. https://www.santa-ildegarda-di-bingen.it/

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