Dopo tre mesi da incubo alcune attività culturali vanno pian piano risvegliandosi ed ai Musei Capitolini è stata presentata la mostra “Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi”. Si tratta di una cinquantina di dipinti provenienti dalla Fondazione Longhi istituita in memoria del grande studioso d’arte; la Fondazione ha sede in una pregevole villa antica nei dintorni di Firenze ed ospita la collezione di dipinti, la biblioteca e la fototeca.
Il Longhi, nato nel 1890 e morto nel 1970, sin da giovane si distinse nei suoi studi sull’arte ed insegnò in varie università; i suoi interessi spaziarono in varie epoche toccando numerosi artisti dal contemporaneo Morandi agli ottocenteschi Courbet e Renoir. Ma il suo amore si rivolse soprattutto al Caravaggio per il quale organizzò nel 1951 la celebre mostra “Caravaggio e i Caravaggeschi” che valse a riportare l’attenzione degli studiosi e del grande pubblico sul Merisi ed i suoi seguaci.
L ‘arte del XVII secolo fino ai primi del ‘900 era tenuta piuttosto nell’ombra a favore di altri artisti di differenti periodi storici più apprezzati dalla storiografia nazionalista dell’epoca che privilegiava l’arte del Medioevo e del Rinascimento ritenuta più genuinamente italiana. Invece il Longhi aveva interesse per la pittura del seicento in particolare per il Caravaggio e per i tanti artisti che, pur con infinite sfumature, a lui si ispirarono.
La raccolta longhiana iniziò nel 1928 con l’acquisto del dipinto del Caravaggio “ Ragazzo morso dal ramarro” e proseguì per anni acquisendo opere di numerosi pittori, italiani e stranieri, che elaborarono la lezione del grande artista riproponendola anche decenni dopo la sua morte. Per ricordare il cinquantenario della scomparsa del Longhi l’Assessorato e la Sovrintendenza di Roma Capitale con il concorso della Fondazione e l’organizzazione di Zetema e Civita avevano predisposto una mostra che, per i noti eventi, è stata aperta solo il 16 giugno e che espone una cinquantina di pezzi della collezione scelti tra i più significativi in relazione al titolo.
L’esposizione si apre con il famoso “Ragazzo morso dal ramarro” che è stato l’atto di nascita della collezione, seguono alcuni dipinti da autori tardo manieristi che mostrano quale fosse il clima culturale nel quale si formò il giovane Caravaggio, si continua con tele del Saraceni, del Caroselli, del Moncalvo, del Fetti.
I caravaggeschi napoletani sono presenti con opere di Ribera, detto lo Spagnoletto, e di Battistello Caracciolo mentre di stranieri sono i dipinti di Valentin de Boulogne, che espone la splendida “Negazione di Pietro”, dell’Honthorst, del Baburen, dello Storm.
Di grande fascino sono le opere di Viviano Codazzi, di Filippo Napoletano, di Bernardo Strozzi e di altri meno celebri artisti,. Il percorso museale si conclude con quattro tele, due di Mattia Preti e due di Giacinto Brandi operanti decenni dopo la morte di Caravaggio e che mostrano quanto sia rimasto valido il messaggio lasciato dal grande artista.
Il tempo di Caravaggio Capolavori della collezione di Roberto Longhi Dal 16 giugno al 20 settembre 2020
Pandemic Objects (Oggetti Pandemici) è un progetto editoriale che raccoglie e riflette su oggetti che hanno assunto nuovi significati e scopi durante l’epidemia di coronavirus. Durante i periodi di pandemia, una miriade di “oggetti” spesso trascurati di tutti i giorni (nel senso più ampio possibile del termine) vengono improvvisamente caricati di nuova urgenza. La carta igienica diventa un simbolo di panico pubblico, un termometro frontale uno strumento per il controllo sociale, i centri congressi diventano ospedali, mentre i parchi diventano beni pubblici contestati. Compilando questi oggetti e riflettendo sul loro mutevole scopo e significato, questo spazio mira a dipingere un’immagine unica della pandemia e del ruolo chiave che gli oggetti svolgono al suo interno.
La mostra riflette sulla pittura di Georges de la Tour, caratterizzata da un profondo contrasto tra i temi “diurni”, crudamente realistici, che ci mostrano un’esistenza senza filtri, con volti segnati dalla povertà e dall’inesorabile trascorrere del tempo e i temi “notturni” con splendide figure illuminate dalla luce di una candela: modelli assorti, silenziosi, commoventi. Un potente contrasto tra il mondo senza pietà dei “diurni” e la compassionevole rappresentazione delle scene “notturne” che colpisce ancora oggi. Dipinti che conservano il segreto della loro origine e della loro destinazione. Come rimane un mistero la formazione del pittore, compresa la possibilità o meno di un suo viaggio italiano. La prima mostra in Italia dedicata a Georges de La Tour, attraverso dei mirati confronti tra i capolavori del Maestro francese e quelli di altri grandi del suo tempo – Gerritvan Honthorst, Paulus Bor, Trophime Bigote altri – vuole portare una nuova riflessione sulla pittura dal naturale e sulle sperimentazioni luministiche, per affrontare i profondi interrogativi che ancora avvolgono l’opera di questo misterioso artista.
Alberto Giacometti è conosciuto soprattutto come scultore e pittore. Disegnava anche molto: era un modo privilegiato per cercare di conoscere la realtà, tramite lo studio delle opere d’arte di ogni epoca. Durante la sua vita, egli ha ugualmente realizzato un gran numero di incisioni e litografie. La produzione grafica di Giacometti è espressione di una profonda ricerca, rimasta meno visibile fino a oggi. Per questa ragione, il m.a.x. museo ha ritenuto di valorizzarla. È esposta così, per la prima volta, una visione globale della sua opera grafica, con oltre quattrocento fogli: dalla xilografia all’incisione a bulino, dall’acquaforte alla litografia; non è infrequente che questi fogli siano legati all’illustrazione di libri. A essi si aggiungono alcuni dipinti, disegni, sculture e fotografie, nonché una scelta di tavole che fanno parte della raccolta intitolata Quarantacinque disegni di Alberto Giacometti, pubblicata da Einaudi nel 1963. L’esposizione, che si avvale di prestiti di prestigiose istituzioni e collezionisti privati su tutto il territorio svizzero e anche a livello internazionale, è a cura di Jean Soldini, filosofo e storico dell’arte, e Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e dello Spazio Officina, e si inserisce nell’ambito del tema del Centro Culturale Chiasso per la stagione 2019-2020, ossia “confine”.
Un
tempo correva il detto “meglio un morto in casa che un marchigiano fuori della
porta”, era l’espressione della forte avversione dei romani nei riguardi degli
esattori delle tasse che Papa Sisto V, marchigiano, aveva scelto tra i suoi
corregionali. Ma ormai sono passati secoli ed ora Roma festeggia un marchigiano
illustre, Raffaello Sanzio, ospitando, nei suggestivi spazi delle Scuderie del
Quirinale, una imponente mostra sull’artista.
Raffaello
nacque ad Urbino nel 1483, figlio di Giovanni Santi pittore, scrittore, poeta,
intellettuale di valore inserito nell’ambiente umanistico della corte dei
Montefeltro signori di Urbino. Raffaello iniziò il suo apprendistato presso il
padre, e dopo la sua morte nel 1494, il giovanissimo artista continuò a
frequentare la bottega paterna e successivamente fu a lungo con il Perugino.
Insieme con Evangelista di Piero di Meleto lavorò a Città di Castello decorando
uno stendardo con la Santissima Trinità, passò poi a Perugia dipingendo la
“Pala Colonna “ e la “Pala Oddi”; si spostò a Siena collaborando con il
Pinturicchio negli affreschi della Libreria Piccolomini e a Firenze dove
dipinse lo “Sposalizio della Vergine” ed ebbe i primi rapporti con la pittura
di Leonardo da Vinci.
La
fama raggiunta lo portò a lavorare in varie città dell’Italia Centrale finché
Papa Giulio II Della Rovere lo chiamò a Roma per affrescare le Stanze
dell’Appartamento Papale; contemporaneamente dipinse nel 1507 la famosa “Pala
Baglioni” e il noto ritratto di Giulio II. Ebbe ottimi rapporti con il nuovo
Papa Leone X Medici che gli affidò numerose commissioni e lo nominò
Sovrintendente ai lavori architettonici della Basilica Vaticana e alle
antichità archeologiche di Roma verso le quali Raffaello aveva un particolare
interesse. Fu amico di Agostino Chigi all’epoca il più noto e ricco banchiere,
mercante e imprenditore dell’intero mondo occidentale, che aveva fatto
costruire dall’architetto Baldassarre Peruzzi una fastosa villa extraurbana,
ora nota coma “la Farnesina” dal nome dei successivi proprietari, e Raffaello
vi affrescò il “Trionfo di Galatea” e, con i suoi aiuti, la “ Loggia di Psiche”.
Dipinse la “Fornarina “, forse una sua amante, e per vari committenti la
“Madonna di Foligno”, la “Madonna Sistina, l’”Estasi di S. Cecilia”, la
“Madonna della Seggiola”; per il Papa preparò i cartoni degli arazzi della
Cappella Sistina tessuti poi nelle Fiandre e come architetto si occupò dei
progetti di Villa Madama, Palazzo Braconio dell’Aquila e Palazzo Alberini.
Affrescò, con i collaboratori, le Logge Vaticane e nel 1516 iniziò a dipingere la
“Trasfigurazione” rimasta incompiuta.
Morì
improvvisamente il 4 aprile 1520, Venerdì Santo, e come da suo desiderio fu
sepolto nel Pantheon; una settimana dopo morì il suo grande amico e mecenate
Agostino Chigi. La sua morte gettò nella costernazione l’intero mondo artistico
ed intellettuale dell’epoca in quanto Raffaello era stimato e apprezzato dagli
uomini ed adorato dalle donne che l’artista frequentava con un impegno sovente
eccessivo come maliziosamente citato dalle fonti contemporanee. Il “Divino
Pittore” era affabile e di buon carattere, ben diverso dallo scontroso
Michelangelo, frequentava la corte pontificia e le famiglie nobili apprezzato
per le sue qualità, la cultura e le buone maniere. Aveva organizzato una
fiorente bottega con aiutanti di gran valore il che gli permetteva di produrre
opere in gran numero e di ottima qualità; i suoi principali collaboratori
furono Giovanni Penni, Perin del Vaga, Giulio Romano, Giovanni da Udine, l’incisore
Marcantonio Raimondi e lo scultore Lorenzetto tutti destinati in futuro a buona
fama.
La
mostra è stata organizzata per ricordare i 500 anni trascorsi dalla morte
dell’artista ed espone circa 200 opere delle quali 120 assegnate alla mano
dell’Urbinate; i quadri sono poco più di una ventina il resto sono disegni e
bozzetti, purtroppo la parte più grandiosa di quanto prodotto dalla bottega di
Raffaello è costituita da affreschi per loro natura inamovibili; il resto di
quanto esposto è costituito da reperti archeologici, incisioni, disegni,
riproduzioni di altri artisti per far comprendere quale fosse il mondo artistico
dell’epoca. La mostra è articolata in maniera singolare, si svolge in ordine
cronologico al contrario partendo dalla morte di Raffaello risalendo poi fino
agli esordi; anche nel titolo della mostra le date di nascita e morte sono
invertite 1520-1483.
La
mostra, coerentemente, si apre con la riproduzione, a grandezza reale, della
tomba sovrastata dalla Madonna scolpita da Lorenzetto e prosegue esibendo un
autoritratto di Raffaello sulla trentina, con una inconsueta barba, e i dipinti
di due suoi grandi amici gli intellettuali umanisti Pietro Bembo e Baldassarre
Castiglione; il ritratto di un altro amico, Fedra Inghirami, è al piano
superiore. In una bacheca è esposta una lunga lettera, di pugno del pittore e
conservata all’Archivio di Stato di Mantova, nella quale Raffaello, coadiuvato
da Baldassarre Castiglione, scriveva a Papa Leone X lamentando l’incuria nella
quale erano tenute le antichità romane. Il Papa accolse la proposta e Raffaello
divenne il sovraintendente alla curatela delle antichità archeologiche che
amava intensamente e che erano per lui fonte inesauribile di ispirazione.
Una
sala espone due arazzi, tessuti nelle Fiandre, predisposti per la decorazione
della Cappella Sistina ed ora nei Musei Vaticani; Raffaello ne dipinse i
cartoni; i 7 rimasti sono ora in Inghilterra ed in mostra è esposta la
riproduzione di uno di essi, a grandezza naturale, posta di fronte al
corrispondente arazzo vaticano. Il piano superiore accoglie i visitatori con
tre ritratti di donne: una sconosciuta, opera giovanile, e due notissime, la
“Fornarina” e la “Velata”.
Altre
sale esaminano le attività dell’Urbinate in campo architettonico con molti suoi
disegni per progetti per la Basilica di San Pietro e per la Villa Madama, su
una parete spicca la riproduzione della facciata del non più esistente Palazzo
Braconio dell’Aquila in Borgo. In altre sale diverse Madonne tra cui quelle
“della Rosa”, “dell’Impannata” e “Tempi “corredate da numerosi interessanti
disegni preparatori. Con i vivaci toni rossi delle vesti spiccano i ritratti di
Papa Giulio II e di Leone X; la grande tela dell’“Estasi di Santa Cecilia” è
posta a confronto con un busto di Iside che condivide con la Santa la singolare
acconciatura dei capelli. Le ultime sale espongono dipinti giovanili ancora
legati allo stile dei pittori dell’ultimo ‘400 e prima dell’incontro con
l’innovativa arte di Leonardo.
La
mostra si chiude con il famosissimo autoritratto di Raffaello all’età di circa
venti anni fiancheggiato dal quadro della “Dama con l’Unicorno”.e dalle
immagini di due giovani nobiluomini purtroppo anonimi La mostra è piacevole,
interessante, scientificamente valida, unico piccolo neo, come accade sovente,
i cartellini esplicativi sono spesso poco leggibili.
Accanto all’esposizione delle opere sono previste numerose iniziative quali lezioni, incontri, conferenze, laboratori.
Raffaello.1520-1483: Una passeggiata in mostra Una visita virtuale per superare le ristrettezze sociali imposte dalla situazione pandemica
Raffaello 1520-1483 Dal 5 marzo al 2 giugno 2020 Proroga dal 2 giugno al 30 agosto 2020
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