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Non solo un “caravaggesco” di gran valore

Presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini è stata presentata una mostra dedicata ad Orazio Borgianni un valente pittore operante tra gli ultimi decenni del ‘500 e l’inizio del secolo successivo troppo sbrigativamente definito “un caravaggesco”.

Il nostro artista nacque a Roma del 1576 ed iniziò il suo apprendistato presso botteghe di pittori manieristi: successivamente lavorò il Sicilia ed in Spagna maturando e raffinando il suo stile ispirandosi anche a El Greco con il suo violento luminismo e le caratteristiche figure allungate. Rientrato a Roma all’inizio del ‘600 aderì alla corrente caravaggesca pur avendo forti contrasti di natura personale con il Merisi; la sua pittura mostra una tecnica libera e pastosa con effetti di luce e vivi contrasti. Morì a Roma nel 1616.

La mostra prende in esame il periodo di attività a Roma ed espone alcune sue opere accompagnate da altre di pittori suoi contemporanei. L’ esposizione è suddivisa in due parti: 18 dipinti sono di sua mano mentre 17 sono di altri artisti, più precisamente i suoi contemporanei Carlo Saraceni, Antiveduto Grammatica, Giovanni Lanfranco, Simon Vouet, Giovanni Serodine, tranne il Lanfranco gli altri fanno riferimento più o meno marcato allo stile del Caravaggio; sono stati scelti per dare una visione complessiva di quale fosse la vita culturale a Roma nei primi due decenni del ‘600.

Altri dipinti appartengono a pittori di poco successivi ma che mostrano di aver assorbito la lezione del Borgianni, sono valenti anche se non di primissimo piano ma aprono la strada all’arte barocca: Marcantonio Bassetti, Carlo Bonomi, Guido Cagnacci, Tanzio da Varallo, Loris Tristan, Claude Vignon e Gian Francesco Guerrieri.

Tra i dipinti del Borgianni ne spiccano due inseriti nelle collezioni di Palazzo Barberini: l’Autoritratto dell’artista e una splendida Sacra Famiglia con un notevole inserto di natura morta consistente in una culla con panni di vari colori, seguono una visione di San Francesco proveniente da una chiesa di Sezze, un Cristo fra i dottori ora ad Amsterdam, un San Carlo Borromeo da sempre conservato a Roma nella chiesa borrominiana di San Carlino alle Quattro Fontane; tutte queste opere risentono di una impronta caravaggesca caratterizzata dall’uso della luce e sono eseguite con una tecnica pastosa, realistica e ricca di colore. I dipinti dei pittori degli anni successivi seguono, sia pure in maniera differenziata, l’impostazione di stile suggerita dal Borgianni.

La mostra è collegata a vati eventi: una giornata di studio sull’artista per il 28 maggio, quattro visite guidate, incluse nel prezzo del biglietto, per date che nella attuale emergenza potrebbero essere variate e due appuntamenti per bambini.


Le Gallerie Nazionali di Arte Antica danno inizio, sui canali social, alla nuova rubrica “Le pillole del curatore”


Orazio Borgianni
Un pittore nella Roma di Caravaggio

Dal 6 marzo al 30 giugno 2020

Roma
Palazzo Barberini
via delle Quattro Fontane 13

Curatori: Gianni Papi

Informazioni:
tel. +39 06 4824184


L’Olandese torna nel palazzo del Principe

Più precisamente un quadro del pittore olandese Rembrandt, in possesso del Rjikmuseum di Amsterdam, è esposto per alcuni mesi presso la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Corsini dove era stato dal 1737 al 1799 nella collezione dell’omonima famiglia principesca. Rembrandt Harmenszoon van Rjin nacque a Leida nel 1606 e giovanissimo iniziò a frequentare gli studi di buoni pittori della sua città e, poco più che ventenne, aprì una sua bottega che gli procurò ben presto una vasta notorietà; ebbe anche grandi dolori per la morte della moglie e di alcuni figli.

Nel 1631 si trasferì ad Amsterdam  lavorando senza posa e producendo dipinti, spesso firmati, incisioni e disegni  con soggetto mitologico, storico, religioso, biblico  insieme con numerosi fascinosi paesaggi. Negli ultimi anni di vita ebbe problemi economici e dovette vendere la casa e i molti quadri della sua collezione; morì nel 1669.

Contrariamente a parecchi artisti suoi contemporanei non visitò mai l’Italia ma molto si ispirò alla pittura caravaggesca, usò il chiaroscuro, sfruttò effetti di luce ed ombra, utilizzò colori ad olio decisi ottenendo cromatismi di grande spessore. Il quadro esposto è  noto come “l’Autoritratto come San Paolo” ed è uno dei tanti dipinti , di vario soggetto, nei quali l’artista amava autorappresentarsi; l’identificazione con l’Apostolo è dato da un fascio di fogli in mano, le Epistole, da una piccola spada tenuta in grembo e da una poco visibile inferriata rappresentante le prigioni che ospitarono il Santo. E’ dipinto nello stile degli ultimi anni di vita dell’artista con pennellate larghe e pastose, è su fondo scuro e brillante su cui spiccano il chiarore del volto e il bianco del turbante.

La storia  del quadro è lunga e complessa; firmato e datato nel 1661 lo si trova più di trenta anni dopo nell’inventario postumo di un collezionista parigino, in data ignota passò nella collezione del pittore francese Vleughels, direttore dell’Accademia di Francia a Roma e alla sua morte, intorno al 1737, la vedova lo vendette al Cardinale Neri Corsini nipote del Papa Clemente XII. Rimase nel palazzo principesco, esposto nella “Galleria dei quadri”, fino al 1799 quando a Roma arrivarono le truppe francesi di Napoleone che imposero sia al Papa che alle famiglie nobili gravose contribuzioni in denaro. In assenza del Principe Tommaso, che si trovava in Sicilia, il maestro di casa, Ludovico Radice, propose la vendita di alcuni quadri e, nonostante l’opposizione del principe, concordò con un mercante, in cambio di 3.500 scudi, la cessione di 25 dipinti tra i quali il nostro.

l Corsini riuscì a riavere indietro 9 quadri tuttora presenti in Galleria mentre gli altri attraverso mercanti d’arte inglesi andarono all’estero. Il Rembrandt passò per varie mani e diverse collezioni per giungere, nel 1936, ai coniugi de Bruijn che nel 1960 lo donarono al museo che tuttora lo ospita. La mostra espone in una sala il Rembrandt con di fronte il quadro settecentesco del Cardinale Corsini insieme con lo zio Papa, intorno parecchie incisioni dell’artista olandese, per le quali era famoso, provenienti dalla raccolta Corsini ed ora all’Istituto  Centrale per la Grafica; tra loro due molto celebri: “I cento fiorini” e “I tre alberi”.

In una saletta laterale un piccolo quadro con il ritratto del Principe Tommaso Corsini e due  incisioni di inizio ‘800 una delle quali di Charles Turner; una vetrina ospita lettere e documenti, provenienti dall’archivio Corsini, che hanno permesso di ricostruire le tormentate vicende dell’opera.


Rembrandt alla Galleria Corsini
L’Autoritratto come san Paolo

Dal 21 febbraio al 15 giugno 2020

Roma
Galleria Corsini
via della Lungara 10

orario:mercoledì/lunedì 8,30 – 11,90


Francesca Piqueras: Quando l’abbandono diventa poesia

Mentre la Brexit riaccende il dibattito sull’indipendenza della Scozia, è verso le sue coste che ci invita a dirigerci verso Francesca Piqueras.

Francesca Piqueras, conosciuta per le sue fotografie di relitti abbandonati alla ruggine, presenta una nuova serie nella continuità. È lo stesso tema, lo stesso assillo che l’artista scava e approfondisce qui con il suo approccio singolare, affascinato dal rapporto che l’uomo ha con la natura. Ma è verso il continente che si è rivolta, questa volta, il suo obiettivo e sui due elementi fondamentali che sono la pietra e l’acqua

Queste strutture in cemento e acciaio consentono a Piqueras di giocare sui paradossi. In primo luogo, poiché sono emblematici dell’era industriale, sembrano usciti dalle profondità dei secoli. Le piattaforme evocano totem eretti per la gloria di alcune divinità marine. Le file di piramidi di Cramon fanno eco agli allineamenti delle Sfingi di Luxor. Gli obiettivi di Luce Bay ricordano queste pietre megalitiche, che si trovano in gran numero in Scozia.

Le sue fotografie sono meno meditative, più frontali. Il rapporto con gli elementi e con la luce è sia più naturalistico che più sfumato. Se la sua opera raggiunge un punto di maturità continuando a interrogarci sul destino umano attraverso i suoi manufatti, non si tratta più di confrontarli con l’elemento marino ma con questa costa che ora appare sullo sfondo.

Queste strutture in cemento e acciaio consentono a Piqueras di giocare sui paradossi. In primo luogo, poiché sono emblematici dell’era industriale, sembrano usciti dalle profondità dei secoli. Le piattaforme evocano totem eretti per la gloria di alcune divinità marine. Le file di piramidi di Cramon fanno eco agli allineamenti delle Sfingi di Luxor. Gli obiettivi di Luce Bay ricordano queste pietre megalitiche, che si trovano in gran numero in Scozia.

Un altro paradosso su cui gioca la fotografa: se queste piattaforme e queste vestigia segnano gli stretti legami (militari, economici) della Scozia con il resto del Regno Unito, sembrano qui delimitare e isolare il “territorio tranquillo” che noi vede sullo sfondo delle sue fotografie.


Francesca Piqueras
Territoire Tranquille
TERRITOIRE TRANQUILLE
Dal 18 febbraio al 5 aprile 2020

Galerie de l’Europe
55 rue de Seine
Paris


Edward Hopper: Narrare su tela

Timidi tentativi di raffigurare una realtà più aderente a una America a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento si hanno con pittori come Cari Wimar, intenti a scoprire l’altra America, quella degli indiani, delle praterie e della grandi foreste, pur rimanendo legati ai virtuosismi della vecchia Europa. In questo contesto fatto di una tradizione ricostruita e di una realtà non interamente rappresentata nasce, nel 1882, Edward Hopper. Divenuto un trentenne illustratore newyorkese e occasionale pittore “estivo”, Hopper visita l’Europa tre volte, tra il 1906 e il 1910. Durante questi viaggi conosce Cézanne e si scontra con una realtà artistica vitale, luminosa; non più ferma alla maestria settecentesca, ma ricca della lezione impressionista, fauvista, simbolista e surrealista. Affascinato dai colori e dalla luce, decide di dedicarsi a tempo pieno alla pittura, realizza i suoi primi “appunti” di viaggio pittorici.

Dall’esperienza europea ritornerà in patria con una pittura lontana dalla “pana” folla e ricca di attenzione per l’architettura, pronto per avviare il discorso di un “realismo americano”.

Contemporaneo di Norman Rockwell e di Sen Shahn, Hopper si colloca tra loro, tra la tradizione illustrativa americana e un certo tipo di Espressionismo europeo, realizzando una pittura che trae ispirazione dalla quotidianità paesaggi, oggetti e persone immerse nella luce, anche nell’ambientazioni notturna, atmosfere velate del surrealismo alla Magritte, irreali quanto un set cinematografico.

Tra il 1915 e il 1923 Hopper si dedica quasi esclusivamente all’acquaforte e alla puntasecca, un lavoro che gli permetterà di approfondire una visione architettonica nella costruzione dello spazio pittorico, sostituendo le macchie di colore con le grandi stesure cromatiche.

La modernità di Edward Hopper nel narrare le atmosfere urbane, i paesaggi costieri di Cape Cod, i granai del Massachusetts e gli immensi orizzonti del Sud, è nell’osservare la vita americana, tra gli anni Venti e i primi anni Sessanta, e raccontarla con apparente oggettività e freddezza. Da cronista cala i personaggi in un inquietante silenzio.

Con Hopper nasce il moderno mito americano del viaggio, con i suoi motel, i distributori di benzina, la ferrovia. la poetica dell’incomunicabilità e della solitudine rappresentata da Hopper offre dei personaggi colti in un attimo non ben definito del tempo e dell’azione, in un momento di riflessione o, forse, di ripensamento, fotogrammi di un’epoca malata di malinconia.

Un’America tragica e generosa alla Faulkner.

I personaggi assorti nella lettura o nelle fantasie del “sogno americano” , mentre sullo sfondo, oltre il finestrino del treno o dell’albergo, scorre il paesaggio. Una pittura americana autonoma che darà impulso all’Action Panting di Jackosn Pollock, all’lperrealismo e alla Pop Art, influenzando pittori come Eric Fischl.


Edward Hopper
Dal 26 gennaio al 17 maggio 2020

Fondation Beyeler
Basilea (Svizzera)

https://www.fondationbeyeler.ch/en/exhibitions/edward-hopper/

Trailer “Two or Three Things I Know about Edward Hopper”
by Wim Wenders for our upcoming exhibiton.


Zehra Doğan: La Libertà dell’Arte

L’arte Zehra Doğan, artista e fondatrice dell’agenzia giornalistica femminista curda “Jinha”, si interseca e intreccia con la vicenda personale e con i drammatici eventi politici della più stringente attualità.

Il percorso espositivo riunisce circa 60 opere inedite, tra disegni, dipinti e lavori a tecnica mista, che interessano tutto il periodo della detenzione dell’artista nelle carceri di Mardin, Diyarbakir e Tarso, dove Zehra è stata rinchiusa per 2 anni, nove mesi e 22 giorni con l’accusa di propaganda terrorista per aver postato su Twitter un acquarello tratto da una fotografia scattata da un soldato turco. Questo disegno digitale mostrava la città di Nusaybin distrutta dall’esercito nazionale nel giugno 2016 con le bandiere issate e trionfanti, e i blindati trasformati in scorpioni.

La mostra dà conto della necessità irrefrenabile di produrre e raccontare non tanto la propria, quanto l’altrui condizione con l’immagine e la parola. Dalla carta di giornale alle stagnole dei pacchetti di sigarette, dagli indumenti di uso comune ai frammenti di tessuto: ne emerge una amplissima gamma di strumenti e materiali, spesso legata alle particolari contingenze entro le quali le opere hanno trovato vita. Qualunque elemento tratto dal quotidiano incorre nella creazione, come il caffè, gli alimenti, il sangue mestruale o i più tradizionali pastelli e inchiostri, quando reperibili.

Il corpo rientra nella rappresentazione politica con scene di guerra in cui di nuovo incorre la predominanza della presenza femminile, a sottolineare come la prima delle battaglie da vincere sia quella contro il patriarcato. Pablo Picasso, quello di “Guernica” e dell’elaborazione di un linguaggio specifico della disperazione è, nelle parole dell’artista stessa, il punto di riferimento fondamentale per definire una narrativa del dolore.

Zehra Doğan è anche protagonista, insieme alla scrittrice turca Asli Erdogan e alla docente universitaria di medicina legale Sebnem Korur Fincanci, del DopoFilm Curdi Terroriste Zehra e le altre di Francesca Nava.


Zehra Doğan
Avremo anche giorni migliori
Opere dalle carceri turche

Dal 16 novembre 2019 al 1 marzo 2020

Brescia
Museo di Santa Giulia
via Musei, 81/b

Curata da Elettra Stamboulis