Archivi categoria: SCAFFALE DEGLI OZIOSI

Wild Swimming

Difficile descrivere un romanzo che non accetta schemi in una società ormai senza schemi. Lo stesso titolo – poco chiaro  per un italiano – rimanda a un nuoto non costretto da strutture e limiti. Una trama comunque c’è, più memoir che novel: l’autrice si descrive in prima persona e senza pregiudizi. Vive a Londra e lavora nel mondo dell’editoria e dell’università, è queer e si muove con disinvoltura tra amanti, amiche, concerti e mostre, ripensando tutte le sue azioni in funzione delle sue estese letture, “usando le opere per parlare di noi” (pag.61). Nata in Veneto, l’autrice ha studiato a Bologna e ha seguito la strada dello studio e del lavoro all’estero, ed è ora ben inserita a Londra nella professione accademica e nel mondo dell’editoria. La sua vita non è trasgressiva, nel senso che nella metropoli londinese quello che lei fa è ampiamente permesso, almeno in certi ambienti dove si può vivere senza uscire dalla “comfort zone”. Frequenti anche i viaggi, nello stile letterario che io chiamo (con ironia) internazionale: si prende l’aereo da una capitale all’altra solo per seguire un concerto, vedere un amico o vivere una notte d’amore. Ma se ormai niente e nessuno si oppone ai tuoi desideri e alle tue aspettative è difficile creare il dramma. L’autrice lo sa e fin dalla prima pagina crea l’evento:  entra in scena J., di cui non sappiamo nulla; si sono conosciute su un sito di incontri e arriva a Londra dal Canada, dove ha una ragazza che in quel momento però è in Costa Rica. Ma ha anche un compagno in Inghilterra e vuole incontrare a tutti i costi l’autrice, con cui quasi subito andrà a letto. Quest’ultima si lascia trasportare dal flusso degli eventi, ma vive su diversi piani: quello della realtà, quello letterario e quello della diplopìa, vale a dire immagina di continuo una storia parallela a quella che sta vivendo. Non andrò oltre per non far spoiler, ma tutto il libro è costruito per mondi paralleli, dove i piani si confondono e si sovrappongono: evidente il tentativo di dar senso a una narrazione che procede da una serie di appunti orchestrati in modo razionale, ma senza schemi fissi: “ho sempre preferito le cose indefinite e prive di confini” (pag. 116) dice l’io narrante, a cui fa eco J. , la quale “non pianificava mai niente, ha risposto. Non pianificava più niente”. Tutto dunque è possibile, e poche cose sono prive di confini come l’immaginazione personale, specie se amplificata da quella realtà aumentata chiamata letteratura. E non per niente l’elemento più citato nel libro è l’acqua, materia profonda e pervasiva ma dalla forma indefinita, natabile in superficie come in profondità. E’ la fluidità come dasein, esserci. E qui a metà libro scopriamo Waterlog di Roger Deakin (1), dove impariamo che significa traversare “a nuoto libero” un paese per vie d’acqua e raccontarne i rituali. L’autrice rievoca la laguna veneta e persino l’Istria, ma è Londra ad esser descritta come città d’acqua. E qui mi vengono in mente l’inizio di Cuore di tenebra, quando i legionari romani risalgono il Tamigi, e – perché no? Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome.

Altra riflessione frequente nel romanzo è il rapporto con una cultura diversa: identità della diaspora, essere altrove e sentirsi allo stesso tempo estranei e familiari, sforzarsi di capire una società dove non sarai mai accettato del tutto e di cui ti sfuggono alcuni parametri perché sottintesi o espressi con parole per te intraducibili. Chi studia le lingue sa bene che dietro grammatica e lessico vive una civiltà diversa dalla tua, e presto s’impara cosa significa vivere lontano dal proprio paese ma saperlo anche vedere dall’esterno. E qui sono inseriti i ricordi personali: la vita con la nonna, le piccole esperienze di bambina che lasciano il segno, la più aperta realtà bolognese. A far da catalizzatore è sempre il momento di crisi, stupendo termine greco e latino che sta per “giudicare, decidere” e indica il momento della scelta nella fase discendente a seguito della rottura di un equilibrio, in previsione di un nuovo equilibrio temporaneo. E il sottofondo risuona sempre di citazioni letterarie, appena accennate ma capaci di dare un senso più esteso alla propria esperienza e soprattutto a dilatarla oltre i confini della realtà tangibile. La definirei un’esaltazione delle zone fluide. L’autrice ha il tocco leggero, quasi minimalista: i capitoli sono brevi, agile la sintassi, i continui riferimenti letterari non pesano sul ritmo e la narrazione scorre rapida anche quando certe riflessioni sembrano uscite da un corso di strutturalismo. Alcune letture -Virginia Woolf, Flaubert, Orwell, Eliot, Proust – sono scontate, altre meno: Anne Carson, Cortazàr, Annie Ernaux, Stuart Hall, Derek Jarman, Deborah Levy, Zadie Smith, W.G. Sebald, Saidya Hartman e altri. In ogni caso l’elenco completo dei testi e degli autori citati è in fondo al libro, come le coordinate filmografiche e soprattutto musicali.

****************************

Note:

  1. In italiano: Diario d’acqua : viaggio a nuoto attraverso la Gran Bretagna / Roger Deakin ; traduzione di Elisa Comito. Torino, EDT, 2011

****************************

Wild Swimming / Giorgia Tolfo. Giunti / Bompiani, 2025. 297 pag., prezzo 18 euro

****************************

Il mio comandante Alfredo Di Dio

In occasione del 80° anniversario della Liberazione si commemora l’esperienza della Repubblica dell’Ossola, non l’unica Repubblica partigiana nata durante la Resistenza, ma certamente la più considerevole nella storia della Resistenza. La Repubblica dell’Ossola cercò nei suoi quaranta giorni di vita, dal 10 settembre al 23 ottobre 1944, di riformare la scuola, l’assistenza, e la giustizia in una organizzazione statale democratica e strutturata, con precise norme legislative e con tanto di ministeri ai cui vertici comparivano nomi che sarebbero stati in futuro fondamentali per la rinascita dell’Italia nel dopoguerra, come Vigorelli, Malvestiti e Terracini, presidente della futura Assemblea Costituente la quale trovò proprio ispirazione nei principi di libertà e democrazia che caratterizzarono la Repubblica dell’Ossola.
Nell’ottobre 2024 esce finalmente, dopo anni di attente ricerche e di verifiche su documenti anche inediti, un libro che racconta la vicenda di colui che reso possibile la liberazione dei territori che hanno fatto parte di questa repubblica partigiana, il capitano Alfredo Di Dio, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, ucciso in un (sospetto) agguato alle gole di Finero (VCO) il 12 ottobre 1944.
La presentazione del volume Il mio comandante Alfredo Di Dio di Grazia Vona e Margherita Zucchi, molto atteso soprattutto nell’ossolano, è avvenuta a Domodossola alla presenza anche di alcuni discendenti del capitano e con la presentazione del prof. Alfredo Canavero, già docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano.
Canavero nel suo intervento ha messo in evidenza come, in un periodo in cui si tenta di svalutare la Resistenza, sia fondamentale ribadirne l’importanza: la Resistenza ha impedito all’Italia di fare la fine della Germania alla conclusione del conflitto e ha avuto un forte significato morale di opposizione al fascismo.
Canavero ha anche sottolineato come per lungo tempo la narrazione della Resistenza sia stata appannaggio della storiografia di orientamento comunista e come, con la caduta del comunismo, se ne sia offuscato il recupero.
La Resistenza però non è stata solo da parte comunista, è esistita infatti anche una Resistenza cattolica, monarchica, badogliana, liberale, socialista, più vicina quest’ultima ai cattolici che ai comunisti.
Ѐ arrivato il momento di riprendere il ricordo di questa Resistenza non comunista, quasi dimenticata, ed è uno degli scopi che si propone questo nuovo volume.
Le autrici nel loro lavoro hanno cercato di dare un’immagine dell’uomo Alfredo Di Dio, sia attraverso testimonianze di chi molto lo stimava, come Ferruccio Parri, sia attraverso quelle di chi gli era avversario, anche tra altri gruppi partigiani, che pur hanno sempre avuto lodi per la sua condotta.
Alfredo Di Dio era di formazione cattolica, diplomato all’Accademia Militare di Modena con borsa di studio, quindi di famiglia non particolarmente facoltosa, e di solida formazione militare.
All’indomani dell’8 settembre, sottrattosi alla cattura insieme al fratello Antonio, immediatamente si era proposto di formare gruppi militari allo scopo di liberare l’Italia dall’occupazione tedesca. Di Dio impose una formazione militare ai suoi gruppi, con studio di tattiche e battaglie a tavolino, non escludendo la possibilità di trattative, previste sempre dalle leggi militari, al fine coinvolgere il meno possibile la popolazione civile. A differenza delle bande partigiane comuniste il cui scopo non era solo quello di liberare l’Italia ma anche di instaurare un nuovo ordine sociale, nella divisione di Di Dio non era ammessa la discussione politica. La priorità restava la liberazione dal nazifascismo, la discussione politica veniva rimandata a dopo la liberazione; la presenza di un commissario politico, che approvasse le operazioni, figura presente nelle formazioni partigiane comuniste, non era quindi prevista né ammessa nella Divisione di Alfredo Di Dio, che ragionando da militare aveva la necessità di decidere e agire rapidamente.
L’attività del capitano durante la Resistenza si inserì poi in un più ampio progetto elaborato da Ferruccio Parri insieme a inglesi, americani e badogliani per creare in Ossola un ponte di passaggio per gli alleati, vista la comoda vicinanza del confine svizzero e arrivare possibilmente fino all’Austria. Il ventiquattrenne capitano Di Dio si assunse quindi, davanti a una riunione di tutti i comandanti del progetto, la responsabilità di liberare l’Ossola, al fine di arrivare alla liberazione dell’Italia.
Il volume si presenta ricco di testimonianze e di documenti inediti, ma non solo: le autrici si sono avvalse della collaborazione Carlo Fedeli, esperto in storia militare, per analizzare le circostanze della morte di Alfredo Di Dio che, come riportano le cronache, cadde in una imboscata alle gole Finero, in Val Cannobina, il 12 ottobre del 1944, insieme al colonnello Attilio Moneta.
Cosa è accaduto veramente? Se era noto che le gole pullulavano di tedeschi come è possibile che dei militari esperti come il col. Moneta, che aveva combattuto anche nella prima guerra mondiale, il maggiore canadese Patterson e il comandante “Marco”, alias Alfredo di Dio siano caduti nella trappola? Si dice che siano andati in ricognizione, ma Fedeli spiega che una ricognizione condotta in tal maniera, con i comandanti in testa e senza un’adeguata copertura, è fuori da ogni logica militare.
Le nuove indagini delle due autrici, con la collaborazione di Fedeli, hanno esaminato tutti gli elementi come mai era stato fatto in precedenza (compresa un’accurata ricerca circa le posizioni dei bossoli sul luogo) e hanno attentamente vagliato tutte le testimonianze che, per quanto a volte discordanti, convergono però tutte su un punto: Di Dio aveva ricevuto un dispaccio che lo assicurava del ritiro dei tedeschi ma l’informazione ricevuta risultava palesemente errata. Chi poteva essere questo messaggero che aveva la totale fiducia del capitano Di Dio e che gli aveva comunicato la certezza che la via era libera? Chi lo aveva inviato?
Se gli esecutori materiali della morte di Alfredo Di Dio sono stati i tedeschi, Vona e Zucchi concludono però che i responsabili vanno ancora cercati altrove.


Il mio comandante Alfredo Di Dio
Grazia Vona – Margherita Zucchi
Edizioni Lampi di Stampa, p. 372
Prezzo: € 25


8 racconti fantastici

Firmati da Marguerite Gautier, questi racconti sono in realtà scritti a quattro mani (1) e presentano tratti originali: ambientati ora in società distopiche, ora in laboratori di ricerca, ora in società tradizionali; sono frenetici nel loro sviluppo e propongono un’insolita, curiosa integrazione fra scienza e religione, dove gli elementi tradizionalmente fiabeschi si mescolano con teorie quantistiche e fisica della materia. I titoli stessi dei racconti suggeriscono un calendario liturgico: Strenia – Epifania, Nel cuore di Cupido – San Valentino, Dante’s Feminine Carnival – Carnevale, Hovo Sapiens – Pasqua, Gloria – Assunzione della Beata vergine a Ferragosto, Santi – Ogmissanti, Ritorno al Futuro – Commemorazione dei Morti, Il Natale di Natale – Natale. Difficile descrivere i singoli racconti, dinamici come sono e pieni di simboli, né farò lo spoiler. Mi limito a dire che la narrazione si basa sul contrasto dinamico tra due prospettive antitetiche, cristiana e matematico-scientifica, col Tempo inteso come dimensione fisica e metafisica. Quasi tutti i personaggi loro malgrado sono catapultati da un momento all’altro in dimensioni spazio-temporali diverse, con un meccanismo che ricorda i “varchi” de I banditi del tempo di Terry Gilliam (1981), mentre la sontuosa festa in costume di Dante’s Feminine Carnival l’accosterei invece alle barocche messe in scena di Goltzius and the Pelican Company (2012) di Peter Greenaway. Il primo racconto Strenia – Epifania rimanda invece a Metropolis (1927), archetipo delle collaudate città speculari, distopiche e classiste. C’è in questi racconti una forte immaginazione visiva e il senso del movimento, per cui è istintivo pensare a uno sviluppo cinematografico, sempre che il regista trovi i fondi necessari per le sue visionarie scenografie. E leggendo Gloria – Assunzione della Beata vergine a Ferragosto, nello sviluppo dell’azione non è difficile riascoltare l’eco degli Infiniti Mondi di Giordano Bruno: teologia e natura dialogano e interagiscono tra di loro stimolando l’integrazione fra religione e scienza. Curioso poi è il trattamento della dimensione temporale: più di un personaggio si trova sbalzato da un’epoca all’altra e si rivede alla fine spettatore della scena da cui è uscito o più spesso scappato inseguito da malintenzionati. Personalmente avrei approfondito in almeno due racconti (San Valentino e Ritorno al Futuro) la tecnica del tempo circolare, qui appena suggerita. Nel cinema è rara e a memoria d’uomo la ricordo solo in Giulia e Giulia (1988) e Allacciate le cinture (2014). Comunque vale senz’altro di leggere questi otto racconti: sono mozzafiato.


Note:

  1. Autori ne sono Margherita Lamesta Krebel (attrice, giornalista, sceneggiatrice) e Gualtiero Serafini (regista, sceneggiatore e docente di sceneggiatura).
    Scheda:

8 racconti fantastici / Marguerite Gautier. Prefazione di Enrico Vanzina, prresentazione di Maria Grazia Bianco. Milano, Rossini editore, 2023. 230 pag. , 14.99 euro. Distribuito anche da IBS


Eppure si vive anche così – storia di un’esperienza missionaria

Selene Pera è una simpatica volontaria lucchese poco più che trentenne, che dal 2012 svolge attività con la Congregazione delle suore di santa Gemma Galgani e in dieci anni ha lavorato nelle missioni nella Repubblica Democratica del Congo e a Betlemme. Questo libro è il diario degli ultimi tre mesi passati nel 2023 in Africa, nella zona est attigua a Ruanda e Burundi, separata dal lago Tanganica. Un’area povera e politicamente instabile da sempre, dove le Ong e le missioni cristiane fanno quello che possono dove lo Stato non può arrivare.

Selene torna in Africa dopo dieci anni ma ha già un bagaglio di esperienze e contatti nel volontariato, lo fa con gioia e sa bene che l’aspetta una vita scomoda, ma è serena e preparata (è laureata in scienze sociali). Le prime pagine parlano di saluti ad amici, parenti e suore, più le vaccinazioni e l’elenco di cosa portare con sé: in Africa mancano sempre le cose più cretine. Il volo la porta a Bujumbura (Burundi) e si prosegue con un pick-up carico verso la regione di Uvira (R. Dem. Congo), dove si trova la comunità. Sono solo 30 km, ma alla frontiera i controlli vanno per le lunghe e quando vedono un bianco (Muzungu in svahili) cercano sempre di farsi dare soldi, cosa che avverrà spesso in quei tre mesi. La zona dove Selene e le suore operano è turbolenta: la parte orientale del Congo ex-belga poi Zaire ed ora Repubblica Democratica del Congo è campo di battaglia per più formazioni armate (Movimento M23, Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda o FLDR), guerriglieri, bande tribali o comuni briganti. Chi scrive si ricorda ancora dei Katanga, di Bob Denard, di Jean Schramme e dei suoi duri mercenari al servizio dell’Union Minière che resero il Congo degli anni ’60 un inferno sulla terra. Sia le forze armate regolari (FARDC) che  le forze di pace dell’ONU (MONUSCO) portano avanti operazioni militari, ma la posta in gioco resta sempre la stessa – lo sfruttamento delle risorse minerarie – e i risultati modesti: la zona di Kivu è pericolosa e nel 2023 a Goma è stato ucciso il nostro ambasciatore Ugo Attanasio (1). In sostanza il conflitto è endemico e farne le spese è sempre la popolazione dei villaggi, regolarmente vessata da regolari e ribelli.

Detto questo, torniamo alla nostra Selene. E’ accolta dalle suore con gioia, alcune le conosceva già (suor Adacieuse, nomen omen), e sempre con gioia svolge il suo lavoro di apostolato laico: assistenza nel dispensario alle giovani madri con bambini, visita agli ospedali, distribuzione di viveri. La sanità congolese è a pagamento e non passa i pasti, per cui chi non ha parenti deve affidarsi alla carità o appunto a organizzazioni missionarie autorizzate dal governo centrale. Selene resta sbalordita dalle cifre per noi irrisorie (ma non per loro) che uno deve spendere per una lungo degenza o per una protesi, al che interviene di tasca sua con una somma donatagli dall’amico Fiorenzo. E qui la classica riflessione di chi ha operato in Africa: basta poco per assicurare alle famiglie cibo e assistenza; per noi sono realmente cifre accessibili se non ridicole, ma non per la poverissima gente dei villaggi e delle periferie urbane. Ma una volta che uno vede certe scene di miseria e malnutrizione non sarà mai più lo stesso. Un bambino – Emmanuel – all’inizio pesa tre kg e mezzo! Selene e le sue compagne hanno una serenità e una resistenza fisica fuori del comune, si adattano ai tempi lunghi, ma anche gli africani hanno una vitalità e un’allegria che rimane impressa: in ogni luogo dove vanno, o a messa, sempre danze e tamburi (anche nella liturgia) e gente gioiosa per l’arrivo di queste donne che non chiedono niente. C’è una socialità diffusa a tutti i livelli e compensa dalle fatiche: difficile fare progetti quando sei impegnato ogni giorno in una routine ben organizzata dalle suore, le uniche che sanno anche cavarsela ai posti di blocco dei malpagati doganieri, le sole che sanno districarsi tra fango e baracche. I nomi dei luoghi citati sono tanti ma li ho voluti esaminare uno per uno con Google Maps e immagini di corredo. Alla fine dalla terra rossa e dal verde della vegetazione esce sempre fuori l’esteso agglomerato di case basse e di baracche privo di un centro e di un’organizzazione razionale dello spazio. Ho visitato la chiesa cattolica di Kavimira, ma ho anche esplorato il santuario di Kibeho (Ruanda), la cattedrale di Butare (id.), Bukavu (Congo), dove oltre la chiesa c’è un centro di orientamento e istruzione per ragazzi e ragazze di strada (CTEO). Ho anche visto l’esterno della Prison Centrale de Bukavu (una muraglia di mattoni con una scritta a caratteri cubitali), dove le nostre cercano di assistere alcune ragazze ma non riescono a contattare Emanuel, un ragazzo che aveva seguito una brutta strada. Inutile descrivere le condizioni di vita delle patrie galere del Congo o delle bidonvilles, sono state descritte più volte. A rimanere impressi sono i ritratti delle persone: Maombi, la moglie del soldato, la Petite, suor Esperance, suor Agnes e le altre – e soprattutto l’atteggiamento positivo e pratico di Selene e delle sue colleghe, il suo inguaribile ottimismo e le descrizioni di luoghi e persone senza retorica. Spesso sono persone che non rivedrà più – la discontinuità delle relazioni è parte dell’intenso volontariato, mentre rimane la rete delle amicizie con le suore e altri volontari. E rimane fermo l’appello che papa Francesco fece nel 2015: Se tu vuoi trovare Dio, cercalo nell’umiltà, cercalo nella povertà, cercalo dove Lui è nascosto: nei bisognosi, nei più bisognosi, nei malati, negli affamati, nei carcerati”.

****************************

NOTE:

  1. https://www.ilriformista.it/cose-la-guerra-mondiale-africana-il-conflitto-nel-quale-e-maturato-lattacco-allambasciatore-luca-attanasio-198403/amp/

Eppure si vive anche così. Viaggio missionario nella Repubblica Democratica del Congo / Selene Pera. Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, 2024. 119 pag., 12 euro. Quanto ricavato dalla vendita del libro sarà devoluto alla missione di Kavimvira.


Bangkok

Lawrence Osborne l’ho già apprezzato come autore de Il turista nudo, ma qui l’intero libro parla di una sola città. Nato forse come materiale per un romanzo, il libro si regge da solo perché la protagonista è proprio la città stessa di Bangkok, descritta nei suoi angoli più segreti o comunque ignoti al turista che prosegue per le spiagge di Pattaya o Phuket: centinaia di luoghi e strade dai nomi più strani, locali, alberghi e club che possiamo anche esplorare con Google Maps, solo per accorgerci che noi di Bangkok non sappiamo niente e che la città descritta da Osborne sembra il Satyricon di Fellini mixato con Blade Runner. Il mio paragone col film di Ridley Scott ho scoperto che non è originale, ma evidentemente ha la sua ragione d’essere, anche se chi risiede a Bangkok – penso al giornalista italiano Marino Morello (1) – assicura che la città somiglia molto meno al Naraka (o Narok, l’inferno buddista) di come la descrive Osborne, al quale piacciono i toni drammatici e i cui personaggi – molto British – sembrano piuttosto usciti da Il nostro agente all’Avana di Graham Greene: tutti adulti navigati e disillusi, singoli, forse lavorano ma di sicuro bevono Gin tonic e amano le donne thai e disprezzano gli italiani repressi e assatanati che affollano i bar e i bordelli di Patpong. I residenti europei qui descritti si vantano sempre di conoscere un posto segreto ed esclusivo – in genere un locale notturno o un club riservato – e curano l’iniziazione del compagno di avventure. Di giorno fa troppo caldo – 40° gradi, umido, monsone a parte – e per raggiungere i luoghi si passa sempre di notte attraverso strade trafficate brulicanti di vita, botteghe di ogni tipo, street food a base di pesce o insetti, canali interrati, giardini segreti e tempietti buddisti, autentici luoghi di pace in mezzo a una bolgia di gente in una città brulicante di vita, ma la cui urbanistica non ha nulla di razionale e asfalta i canali che prima ne facevano una Venezia d’Asia. Ogni tanto piccole oasi di pace dello spirito: giardinetti buddisti, il santuario della Sposa Fantasma (un mito visto anche nel cinema), il tempietto di Mae Nap, piccoli angoli residui fra i canali e le vie affollate, che contrastano colle bizzarre architetture del mercato del pesce (sembra una chiesa, come a Trieste) o con le scenografiche prospettive greco-romane dei vecchi alberghi. Bangkok ha 11 milioni di abitanti ma forse anche 16, sempre che se ne traccino chiari i confini. Ma al di là dell’immagine che ne abbiamo e soprattutto vogliamo averne noi europei, la Thailandia è un anche paese proteso verso il futuro, avanti con l’elettronica e le tecnologie. E’ una metropoli in continua trasformazione e l’autore nota la rapidità con cui certe zone vengono buttate giù e ricostruite senza ripensamenti. Speculazione edilizia e sviluppo urbanistico a parte, questo scarso amore per il passato e le sue vestigia a noi pare strano, ma lo sviluppo asiatico è notoriamente frenetico e il disvalore per l’antico è sicuramente influenzato dal buddismo, la religione maggioritaria, per il quale tutto è transeunte e decade in fretta, complice il clima caldo umido che deteriora tutto ciò che l’uomo costruisce. D’altro canto la tronfia edilizia paracoloniale o saray roman con la quale le classi alte siamesi esibivano ricchezza e prestigio ha qualcosa di kitsch, di decadente. Il Siam non è mai stata colonia e ha tuttora un Re di supposta ascendenza divina. Osborne descrive questi edifici: ambasciate, grandi hotel vintage, ospedali, residenze private ora alberghi e club esclusivi incastonati in un parco. Si gioca molto sul contrasto drammatico fra asiatico ed europeo, fra tradizione e futuro. Il libro è stato scritto nel 2006 e tornando nel 2011 tante cose erano cambiate (2). Ma amiamo perderci anche noi nelle vie dai nomi esotici (magari lo sono meno per chi ci vive).  Bangkok sembra essere un agglomerato di centri autonomi ma non conflittuali e Osborne va a infilarsi anche al Roong Mun, il mattatoio cittadino dove operai strafatti di ya-ba (una droga locale piena di metanfetamina e caffeina) macellano i maiali a colpi di mazza. La zona del porto è separata da un muro e oltre c’è Thong Lor, malmesso quartiere di servizio dove vivono i lavoratori poveri in mezzo a condizioni igieniche da paura. Ancora oltre ci viene presentato Joe Maier, un missionario cattolico irlandese che ha un bel daffare in quelle zone, ma è allegro e felice. Disincantati e scrocconi invece i nomadi notturni amici del nostro scrittore: McGinnis, Lionel, Brian capiscono poco il thai e la sua strana scrittura, non è chiaro che lavoro fanno (se ne hanno uno), disprezzano i turisti inglesi proletari in bermuda e T-shirt, per non parlare dei tedeschi crucchi. Il padrone di un locale è francese e questo gli dà un tocco di ambiguità: anche nei film il francese d’Indocina è sempre ambiguo. Ma si direbbe che tutti questi nomadi “farang” (3) vivono a Bangkok per morirci. In effetti anche un nostro pensionato può viverci bene ed avere anche buone cure mediche, anzi la Thailandia è famosa per il turismo sanitario oltre che sessuale. Su questo è stato scritto molto, ma qui è diverso: i nostri si dividono PornTit, una ragazza che deve finire gli studi e integra il mensile in questo modo, il che da quelle parti sembra una pratica comune. Lionel ha invece una giovane moglie, la quale dice senza remore che pur di uscire dalla povertà sposerebbe chiunque. Bisogna capirla: è Asan (etnia del nord molto bella quanto povera) e si vuole sistemare: non compagnia in cambio di soldi, ma di ascesa sociale. La descrizione di alcuni locali poi è curiosa: c’è il ristorante dove una ragazza ti imbocca, oppure un locale dove le ragazze sono vestite da poliziotte con tanto di manette, per non parlare dei LadyBoys, i femminielli, altra specialità di un mercato iniziato durante la guerra del Vietnam (1965-1973), quando Bangkok era il luna park dei soldati americani in turno di riposo. Del resto la cultura asiatica ha sul sesso idee abbastanza aperte, senza quei sensi di colpa che i nostri sgangherati eroi si portano ancora dietro. Divertente casomai è la descrizione dei locali che frequentano, dove architetture improbabili nascondono interni dove c’è posto per tutto e il contrario di tutto: affreschi enormi (Helix il pittore spagnolo lavora per i grandi alberghi), atmosfere ora coloniali (come all’esclusivo English Club vittoriano) ora futuristiche, con ragazze che prima di spogliarsi girano vestite nei modi più assurdi. Edonismo puro, dove thai e farang almeno su certe cose si capiscono benissimo, con la benedizione del buddismo Theravada, che i suoi amici britannici ignorano e di cui Osborne cerca ogni tanto di spiegare i principi, ma senza troppa convinzione né competenza. Pur vivendo in mezzo alla gente thai, Osborne e i suoi amici restano pur sempre dei farang.

****************************

NOTE:

  1. https://ogzero.org/autore/massimo-morello/
  2. https://www.newsweek.com/after-bangkoks-floods-lawrence-osborne-revisits-his-old-haunts-66325  nel 2011
  3. Farang in Asia indica l’occidentale. La parola deriva da “Franchi”, come gli arabi in Terra Santa chiamavano i Crociati. Da lì il termine si è esteso in tutta l’Asia e non è sempre spregiativo.

Bangkok / Lawrence Osborne. Milano, Adelphi, 2009. Prezzo 22 euro