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Il Turista nudo di Osborne

Gli anglosassoni hanno un tipo di scrittori da noi raro: il viaggiatore. Penso agli statunitensi Bill Bryson, Paul Theroux, William Least Heat-Moon, al gallese Jan Morris, agli inglesi Bruce Chatwin, Eric Newby, Wilfred Thesiger, Lawrence Osborne e Colin Thubron. Favoriti dalla loro indole di esploratori e protetti dall’espansione stessa delle loro nazioni, hanno sviluppato una letteratura unica nel suo genere, alla quale noi italiani – ben più provinciali – possiamo affiancare solo Tiziano Terzani. Fra questi autori scelgo oggi Lawrence Osborne, proponendo Il Turista nudo (2006), dissacrante panoramica del mondo attuale. Lui è un nomade, ma “il problema del viaggiatore moderno è che non sa più dove andare”: ormai il pianeta è un grande parco a tema o un’installazione turistica spacciata per natura incontaminata ma ormai priva dell’esotismo portato avanti dalle conquiste coloniali, quando il viaggiatore poteva scoprire il favoloso Oriente o l’Africa misteriosa senza rischiare di essere rapito o ucciso dai talebani o da qualche oscura banda locale, purché viaggiasse con la Thomas Cook e alloggiasse in quei monumentali alberghi con enormi viali e giardini curati da centinaia di lavoratori-schiavi. Tuttora si trovano al Cairo o a Bombay o Calcutta (pardon: Mumbay e Calkata), veri fortilizi di lusso dove godere di tutti i servizi necessari per un europeo ed evitare di essere infastidito e inseguito dalla folla dei poveri non appena girato l’angolo, cosa che è normale anche adesso: l’autore cita l’antropologo Claude Levy-Strauss ma si trova pure lui nella stessa situazione. D’altro canto la popolazione locale viene sempre incontro al turista e gli vende tutto, magari pure le figlie. Il viaggiatore e/o turista vorrebbe che se non tutto, almeno qualcosa fosse autentico, ma quando l’autore descrive Bali come una capitale del vero artigianato balinese ad uso del turismo e non ne può più della musica “barong”, che dire? Bali è un museo vivente, ma d’altro canto il mercato non sa che farsene del resto dell’Indonesia, musulmana e magari anche fondamentalista. Nelle isole Andamane (arcipelago indiano), già battute dalla Mead, alcune popolazioni sono ghettizzate (oppure ostili di suo) ma in un certo senso protette dal turismo. A Dubai l’opposto: è un vero luna park costruito dal nulla, tutto è nuovo (e kitsch), avveniristico, un miracolo strappato al deserto grazie al petrolio. Ma vale davvero la pena di andarci? Tutto è futuro, ma la classe dirigente è rimasta medievale. Altrove poi l’architettura non è così avveniristica: i simboli dell’antica Roma e Atene il colonialismo li ha usati per dare uno stile imperiale al dominio sugli altri (almeno fino alo 1950), ma di quei simboli si sono riappropriati i parvenu dell’indipendenza per dare vigore al progetto sociale e politico da loro giustamente proposto. Alla fine ne viene fuori un insieme di decadenza e consumismo, di generose aspirazioni politiche e sociali unite alla dipendenza dal denaro esterno. Il turismo mondiale muove 500 miliardi di dollari, quindi è la più grande industria del pianeta. Ma pochi sanno che le Maldive sono state letteralmente inventate nel 1972 da un gruppo di imprenditori italiani ed ora sono quello che sono. Osborne lo fa notare ed è abbastanza grande (1958) da ricordare molti luoghi prima che arrivassero le cavallette. In sostanza, nel mondo metà della società lavora per intrattenere l’altra metà, relegando la cultura e la reale esperienza del viaggio a settore residuale: l’importante è divertirsi e ci sono città come Bangkok che lui ribattezza “Edonopoli”, la città del piacere. Eppure la Thailandia (già Siam) non è mai stata colonia di nessuno. Osborne descrive ogni volta questi resort dove si può avere e fare di tutto, anche cambiare sesso o pagar poco un bravo dentista (noi italiani invece andiamo in Croazia). Tutto è artificiale ma inserito nella natura allo stesso tempo, così vuole lo standard del luogo incontaminato ma “comodo”, a meno di non scegliere Avventure nel Mondo e altre agenzie che comunque sorvegliano e proteggono il viaggiatore. Turista e viaggiatore ovviamente non sono la stessa cosa: il primo consuma ma resta un frettoloso estraneo, il secondo si suppone abbia interessi e curiosità più produttive. E’ il fascino di visitare i posti dove nono sono stati (ancora) gli altri, di interagire con il diverso. Eppure anche Osborne fatica a trovare i reali parametri della sua esperienza conoscitiva: inizialmente l’altro si pone sempre in modo di soddisfare le aspettative del nuovo venuto, vuoi per servilismo opportunista (chi ha viaggiato in certi paesi lo sa), vuoi per non essere invaso e mantenere il suo mondo religioso e parentale lontano  da occhi indiscreti. Osborne cita spesso Claude Levy-Strauss e Margaret Mead, grandi antropologi (la Mead tra l’altro è stata la prima a iniziare gli studi di genere oggi tanto popolari) e anche pessimisti sulla possibilità che trenta anni dopo le popolazioni di livello etnico visitate a suo tempo non fossero state corrotte dalla civiltà moderna (si cita spesso Tristi tropici di Levy-Strauss). Ma parlando strettamente di industria del turismo, avviene paradossalmente quanto diceva Walther Theodor Adorno a proposito delle avanguardie: l’avanguardia (qui: il turismo) deve continuamente andare avanti cercando nuove mete “vergini” da presentare come nuove, esotiche, incontaminate, altrimenti dopo pochi anni si cade nel già visto, nella ripetizione, nella colata di cemento e nel kitsch dei negozi di souvenir. Nessuno oggi definirebbe le Hawaii esotiche, lo erano duecento anni fa prima di diventare un’americanata. Nessuno crede oggi nell’originalità dell’artigianato veneziano (prodotto in Cina), ma ancora crede in quello balinese, non fosse perché gli artigiani sono veri e lavorano in modo tradizionale (parliamo di stile, non di tecniche e utensili). Un capitolo del libro s’intitola “un paradiso artificioso”, l’altro “La spa”. Già, perché l’ossessione per il corpo e per i centri di salute e benessere crea un indotto enorme e anche piacevole, diciamolo, almeno per chi se lo può permettere. Ai ricchi piacciono i resort fortificati e ho sottomano l’immagine di Rondoni (Mamula in slavo), una fortezza costruita su un’isola a protezione dell’accesso alle Bocche di Cattaro (Montenegro): ora è un resort esclusivo e costosissimo, ma da lontano sembra un penitenziario. Ben diverso dagli alberghi indiani che Osborne descrive senza sconti: gestiti dallo Stato, servono solo a dar lavoro ai giovani ma non garantiscono nemmeno sapone e lenzuola, articoli per i quali l’autore litiga e mercanteggia ogni volta. Sorprendente anzi la disinvoltura con cui sa passare daagli alberghi a cinque stelle (pagati dall’editore?) alle stamberghe dove meglio è mettere il tappo al lavandino per evitare la ronda dei bacarozzi (da me sperimentata in Turchia, ndr.). E da buon inglese, sorseggia sempre e ovunque un buon whisky, come Il nostro agente all’Avana di Graham Greene

L’ultimo capitolo però è diverso dagli altri: l’autore, dopo un’opportuna preparazione, decide di vivere per qualche tempo in Papua Nuova Guinea, uno dei posti meno turistici del mondo, privo com’è di strade. Eppure vi si parlano più di 800 lingue diverse e c’è una varietà di colture e culture sorprendente. L’autore si appoggia a una vecchia missione evangelica per addentrarsi nell’interno, con il necessario supporto di guide locali. Gli indigeni vivono nella foresta da millenni e la sanno lunga, al punto di studiare loro il “diverso” che hanno davanti. Ed ecco le osservazioni finali:

Tornando a Tambunam ho capito in modo molto chiaro che la vita e la cultura di un popolo si possono cogliere solo vivendo fino in fondo tutta una serie di intensi rapporti personali. Solo attraverso l’intreccio delle vite possiamo sperare di capire bisogni profondi , quali la continuità, la ripetizione delle esperienze e l’intimità”.


Il turista nudo
Autore: Lawrence Osborne
Traduttore: M. Codignola
Editore: Adelphi, 2006, pp. 272
Pezzo: 22,90 €

EAN:9788845920677


Money money money

Confesso che man mano che leggevo questo romanzo mi veniva voglia di scrivere: del rapporto fra donne e soldi poco si parla, eppure alle donne i soldi piacciono e non solo perché servono o fanno comodo, ma perché attraverso essi passano i rapporti di potere e per secoli le donne erano prive di indipendenza economica. C’è chi si mette con un uomo ricco, oppure – nel caso della protagonista e del suo doppio – si ritrova ricca in poco tempo grazie a un best-seller e al film che ne deriva. Ricordo il titolo di un articolo di vent’anni fa: “Guadagnare un milione a 18 anni”. Qui Melissa gioca a carte scoperte: l’io narrante è proprio lei e nulla s’inventa. Di fantasia invece è il suo rapporto con Clara, l’attrice che a suo tempo impersonò il suo personaggio in un film di successo derivato da un suo libro (non è dunque Maria Valverde Rodriguez, che recitò nel mediocre film prodotto nel 2005 da Francesca Neri e Claudio Amendola, diretto da Luca Guadagnino). La giovane attrice da quel giorno divenne famosa, ma qui invece viene immaginata ancor giovane (è quasi coetanea di Melissa) ma povera e sul viale del Tramonto. L’incontro fra Melissa e il suo doppio inizia in modo casuale e si svilupperà fin quando Clara vorrà narrare la sua storia. Anche lei era divenuta ricca e famosa e Lino, il suo agente, gli aveva fatto sposare suo figlio Trevor (chi ha orecchie per intendere intenda), con vantaggi per entrambi: Lino è un ex-povero, duro e spietato ma sa il suo mestiere e Clara è disinibita, ha talento e lavorerà persino con Roman Polansky e Francis Ford Coppola, ma non si accorge che Lino la imbroglia e soprattutto non sa gestire il denaro. Solo le escort guadagnano tanto in poco tempo e sia Clara che Melissa i soldi indirettamente li hanno fatti col sesso, per cui resta dentro di loro un senso di colpa, una mancanza di sicurezza quasi autodistruttiva. In più gli uomini sono abituati da sempre a gestire i capitali, molte donne invece non l’hanno mai fatto. Clara dilapida la sua fortuna e sua madre fa il resto chiedendo sempre soldi, è una madre che prende invece di dare. Un rapporto così ambiguo fra madre, figlia e denaro finora si era visto solo ne L’Amante, il romanzo di Marguerite Duras (1984), dove nell’Indocina francese la madre impoverita accetta che la figlia minorenne sia l’amante di un ricco cinese. Clara vive solo nel presente e Melissa si darà da fare col piglio del commercialista per ricostruire il conto spese di Clara, uno dei pochi modi per conoscere le persone, scoprendo che Clara non ha mai pensato a investire nel futuro. Quando Clara lascerà lo scialbo Trevor per Pietro, archetipo del bel mascalzone ozioso ma bravo a letto, Lino sadicamente rescinderà il contratto con Clara, la quale dovrà trovarsi da sola ingaggi per spot pubblicitari, promozioni di cosmetici e comparsate in tv sperando da vecchia di fare la nonna saggia in qualche serie televisiva. Cade dunque in depressione e in effetti ce n’è di che essere depressi: avrà anche un figlio da Pietro, ma non potrà allevarlo e lo affida alla madre. Melissa cerca di aiutarla trovandole un ingaggio, ma è troppo tardi: Clara nel frattempo si è tolta la vita ingerendo monetine da 10 centesimi (chi di noi non conserva gli euro fior di conio fingendo che siano d’oro?). Sapeva che dopo la risalita sarebbe ricaduta un giorno in depressione e non ha avuto il coraggio di vivere. Questo mentre la vita di Melissa prosegue nella routine di lavoro e famiglia, ma dopo il rapporto con Clara non sarà più la stessa.
Questa la trama del libro. Melissa afferma di aver impiegato tre anni a scriverlo, ma già nel 2011 aveva espresso in un’intervista concetti analoghi (1). Nel racconto di Clara vi sono forse velate allusioni autobiografiche, quasi messaggi in codice (Melissa sempre siciliana è) ma è presente anche la coscienza di essere cresciuta troppo in fretta, a suo agio fra sushi, viaggi e interviste, ma impreparata a gestire somme di denaro iperboliche per un’adolescente. C’è anche chi – stordito da fama e denaro – è finito cocainomane, mentre Melissa ha continuato la sua sistematica carriera di scrittrice, ovviamente senza la fortuna del primo libro, ma gestisce una piccola agenzia letteraria, ha un marito e due figli ed è presente in blog e riviste. E vive a Roma, la quale è più che uno sfondo per il romanzo; è una città divisa per caste ma con precisi punti d’incontro e scambio: feste in terrazza con vista sul Centro, locali di tendenza, ristorazione promossa dai social, movida rumorosa, case sempre aperte a tutti. Ma è’ un mondo dove Clara non riesce a governare gli eventi, lei naviga nella corrente ma può anche annegare. E’ una Roma che illude il provinciale, una sorta di Grande Bellezza vista con gli occhi del disincanto, dove coatti, palazzinari, attrici e attricette, politici e cinematografari, nobili romani, stranieri residenti e forse anche qualche camorrista si mescolano ogni sera per sviluppare alleanze temporanee e proporre amicizie interessate. A Roma nessuno è qualcuno, così annota Clara. E’ la Roma già descritta ai tempi di Nerone da Petronio Arbitro nel Satyricon (magistralmente reso da Fellini), dove i personaggi sono coscienti della loro precarietà: erano nulla il giorno prima e possono perdere la fortuna da un giorno all’altro. E’ una Roma effimera, una sorta di Barocco 2.0 dove tutto è apparenza, caducità, se vogliamo è lo spirito della Controriforma. Paradossalmente questo libro pur trasgressivo (infrange un tabù) ha infatti una sua moralità, ripetendo ancora una volta l’idea che il benessere è effimero e i soldi non danno la felicità. Almeno quando sono troppi e – come Melissa e Clara – si è convinti di non aver fatto molto per meritarseli. Chi vive a Roma alla fine ne assorbe lo spirito e impara a superare con lo sguardo le apparenze, altrimenti sarà un perdente.


Nota

  1. Intervista del 5 gennaio 2011 per Dagospia

Storia dei miei soldi
di Melissa Panarello
Editore: Bompiani, 2024, pp. 208
EAN: 9788830110052
Prezzo: € 18,00


Putin lo Zar

Putin occupa ormai ogni giorno le cronache, ma a questo punto è interessante rileggersi il saggio che Sergio Romano pubblicò nel 2016, quindi dopo l’occupazione della Crimea ma prima dell’invasione dell’Ucraina. L’autore oltre ad essere un fine analista politico è stato ambasciatore a Mosca dal 1985 al 1989, seguendo l’ascesa e il declino di Gorbaciov (più amato da noi che dai russi), l’implosione dell’Unione Sovietica e il caos che ne è seguito, politico ed economico. Non ci vuole molto a capire che la popolarità di Putin si deve alla sua capacità di mettere ordine, non importa con quali mezzi: la debolezza storica delle istituzioni democratiche e l’accentramento dei poteri in un paese immenso sono elementi russi strutturali. Non si può capire l’ascesa di Putin senza tener conto delle forze centrifughe dei governatori di provincia, delle minoranze musulmane in un paese a egemonia cristiana, e soprattutto della “cleptocrazia” (governo dei ladri) incoraggiata da Boris Eltsin, quando una minoranza di imprenditori e burocrati si è accaparrata in aste riservate gli enti di stato privatizzati e l’azionariato diffuso, ricreando la classe dei boiari come ai tempi di Ivan il Terribile. Putin con le buone o meno li ha costretti a pagare le tasse e a non comprare più tv e giornali per presentarsi in politica, anzi da quel giorno gli oligarchi che hanno provato a farla sono finiti male, come del resto sono finiti male i dissidenti di ogni ordine e grado. Putin proviene dal KGB e non riesce a immaginare una società democratica e infatti ha pure chiuso le istituzioni culturali non allineate. Ha invece favorito la Chiesa ortodossa, vera anima della Russia. Oriente significa divinizzazione del potere e anche qui Putin non fa che rinverdire le strutture profonde di un paese che occupa nove meridiani ma si sente sempre accerchiato. Putin ha ridato dignità a una società traumatizzata, esattamente come Hitler negli anni Trenta. Questo gli ha permesso di sistemare la Cecenia, intervenire in Siria, riprendersi la Crimea e reagire all’allargamento della NATO a Est. Quanto all’ipotesi di aver organizzato i sanguinosi attentati terroristici compiuti in Russia negli ultimi anni, è impossibile dare una risposta senza un’indagine indipendente. Ricordiamo però una frase del filosofo tedesco Jurgen Habermas: il terrorismo non provoca la repressione, ma la legittima.
Il libro si ferma al 2016, quindi non copre ovviamente gli ultimi due anni di guerra, anche se Sergio Romano ha rilasciato interviste (reperibili su Youtube) e curato aggiornamenti del libro (1). Non si parla p.es. della crisi politica causata dall’allargamento a Est della NATO (che del resto non è mai stato sottoposto a negoziato e ha lasciato pochi documenti ufficiali). Si accenna comunque alla crisi del Donbass e agli accordi di Minsk (mai messi in pratica da Zelensky, ndr.). I russi usano ora il termine “ricongiungimento” (in russo: vossoyedineniye) per definire queste operazioni di riconquista dei confini del tempo sovietico e traccia ce n’è persino in alcuni nostri libri scolastici. Storicamente, le uniche operazioni del genere riuscite sono la Reconquista spagnola della penisola iberica e – per duecento anni – la riconquista di Siria e Cilicia da parte dell’Impero Bizantino contro gli Arabi, più l’espulsione dei Turchi Ottomani dall’Europa dopo l’assedio di Vienna del 1683. Fallita invece la politica della Serbia verso il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina, che avrebbe dovuto insegnare qualcosa anche a noi: la Jugoslavia era il paradigma di uno stato federale che dissolto scatena il delirio nazionalista. Naturalmente il cambio di politica ucraino dopo Maidan è stato pagato dagli agenti imperialisti: per Putin e i russi l’autodeterminazione dei popoli vale solo per gli africani. Ma le democrazie occidentali hanno fatto anche grossi errori politici: l’illusione tedesca che il commercio fosse più produttivo della guerra, la troppo rapida espansione di quella che era ed è un’alleanza difensiva, ma non è percepita nello stesso modo dai russi. Sergio Romano chiosa il libro: “dovremmo chiederci se all’origine dell’autoritarismo di Putin non vi sia anche la pessima immagine che le democrazie stanno dando di se stesse”. Ebbene, l’attuale guerra in Ucraina dimostra che Putin l’autoritarismo ce l’ha nel sangue e che se l’immagine delle democrazie è pessima, quella che ha dato lui di se stesso era al di sopra di qualsiasi previsione.


Putin e la ricostruzione della grande Russia
di Sergio Romano
Editore: Longanesi, 2016, pp. 160

EAN: 9788830445147

Prezzo: € 18,00


L’Alto Adige dietro l’immagine dorata

Vi sono scrittori – penso a Sciascia e Camilleri – che cercano di evidenziare quello che la propria comunità cerca di nascondere. Qui non siamo in Sicilia ma a Bolzano e l’autore, FlavioPintarelli, è un copywriter e blogger quarantenne come il suo personaggio, al quale la sua agenzia pubblicitaria commissiona una guida turistica che vada oltre i collaudati stereotipi tradizionalmente diffusi dagli albergatori tirolesi. Alex – questo è il suo nome – a Bolzano ci è nato e cresciuto (ovviamente nel quartiere ex operaio e ora molto composito nella confluenza fra Talvera e Isarco ), ma è un libero professionista e quindi non deve scontrarsi con quella specie di apartheid alla rovescia creata e difesa dalla Provincia autonoma di Bolzano/Bozen. La sua “capa”, Arianna, gli commissiona un lungo reportage sul nuovo volto che sta assumendo l’Alto Adige e lui accetta. Inizia a tavolino setacciando l’archivio di Google Maps, per poi dedicarsi a una serie di elementi per lui interessanti, ma che si riveleranno poco produttivi ai fini promozionali del turismo: la mappatura aerea dello sviluppo industriale, gli effetti dell’innevamento artificiale delle piste di sci, gli sbandati davanti ai giardini della stazione, una manifestazione contro la chiusura e il pattugliamento del Brennero contro i migranti in transito, l’intervista a un motociclista di una banda tipo Hell’s Angels il cui capo fu ucciso dal capobanda rivale, la banda larga e le sue ricadute, la contesa fra nord e sud Tirolo per accaparrarsi le spoglie di Ötzi (trovato in effetti sulla linea di cresta del confine) e farne un’attrazione museale. E infatti Arianna, che pur aveva lasciato ad Alex carta bianca, è perplessa. Eppure ciò è quanto appare sotto la dorata immagine di una terra di confine felice e prospera, capace di mantenere la sua identità storica e culturale conciliandola con la modernità di uno sviluppo razionale che porta ricchezza e benessere. Non per niente in una “performing lecture” si fa riferimento (pag. 150) al Sakoku, termine giapponese (lett. “paese chiuso”) riferito al periodo che termina con l’arrivo della squadra navale americana nel 1853 e l’obbligo del Giappone di aprirsi al commercio. E qui si disvelano, congelate, le due immagini immanenti dell’Alto Adige/Sud-Tirolo: la cultura tirolese resiliente ma modernizzata e l’italianità letteralmente inventata dopo il 1920 dal geografo Tolomei e favorita dal Fascismo (1). In cento anni, col tempo e qualche decina di morti si è arrivati a un civile armistizio, così perfetto che nessuno ha mai imitato le nostre concessioni alla minoranza (?) germanofona. Bolzano è la città delle istituzioni parallele, in realtà una vera integrazione avviene al massimo tra i giovani, anche se chi vuole una casa popolare o un impiego pubblico deve decidere se è italiano o tedesco, alla faccia delle famiglie miste e del multiculturalismo. In un certo senso i due nazionalismi hanno bisogno speculare uno dell’altro, anche se nel libro il massimo dello scontro avviene nel 2017 quando si decide di coprire con un’installazione luminosa i bassorilievi della facciata fascista del Palazzo degli uffici finanziari (2). E’ una frase di Hannah Arendt (bilingue, bilingue…): “Nessuno ha il diritto di obbedire”. Ed è proprio seguendo questo principio che Alex si licenzia (o è licenziato) inseguito dalle minacce di Arianna. Ma la mia recensione non sarebbe completa se omettessi di parlare di Manfred e di Serena. Il primo è il fotografo d’agenzia che segue Alex come gregario; in realtà sa vivere meglio di lui e solo alla fine sapremo dei suoi problemi familiari (due bambine a carico e una moglie morente). Ha un rapporto con la natura (peraltro molto vicina alla città) migliore di Alex, che ogni tanto raggiunge una sorta di delirio sciamanico confrontandosi con la componente stavo per dire pagana della sua terra, simboleggiata dalle tre “madonne” (o parche?) , Aubet, Cubet e Quere venerate dai contadini. Serena invece è la donna di Alex, non è bolzanina ma vuole la sua parte di amore da Alex e alla fine diventerà anche madre, convincendo il nostro copywriter a cambiar vita e superare il culto del lavoro “glamour”.

Note

  1. Una provincia tutta da inventare. L’annessione dell’Alto Adige all’Italia (1918-1922) / Magda Martini. Carucci editore, 1922.
  2. “Depotenziamento tra le polemiche del fregio mussoliniano di Piffrader sulla facciata del palazzo uffici finanziari”, articolo di Stefano Elena su Il Nordest Quotidiano del 6 novembre 2017. Quello strano “depotenziamento” sembra proprio la traduzione di “Entmachtung”.

Il Velo
di Flavio Pintarelli
Editore: Alphabeta, 2023, pp. 204
EAN:9788872234129


Marco Corsi “E venne l’alba”

Marco Corsi non è nuovo alla poesia, infatti la silloge “E venne l’alba”, Edizioni Ensemble 2023, segue “Voci senza voci” edito dalla stessa casa editrice nel 2018. Presentata nella splendida cornice del Salone della Biblioteca Angelica (2 dicembre 2023), la silloge è stata introdotta da Amedeo di Sora, che ha curato anche la prefazione al testo con il breve ma intenso saggio “Il mistero della poesia” in cui, tra l’altro, sottolinea la preziosa fonia delle parole usate da Corsi. Del resto Amedeo di Sora è un poeta, ma è anche un attore ed un vocalista, pertanto riesce a cogliere in particolare questa componente basilare del linguaggio poetico.
Le poesie raccolte si susseguono talvolta in modo un po’ criptico; alcune hanno il titolo ma molte sono senza e pertanto per citarle riporto il primo verso seguito da puntini di sospensione; in mancanza di indice, il testo in una pagina ora è chiaramente relativo ad un solo testo poetico, anche se scandito da una spaziatura che varia, altre volte invece sono presenti più testi. Ma infondo la poesia non deve essere necessariamente razionale, anzi la razionalità non le appartiene, per cui credo che l’invito dell’autore al lettore sia proprio quello di lasciarsi trascinare da un verso all’altro.
Vari sono i temi affrontati, da quello tragico della guerra (Ai Caduti) alle problematiche proprie della poesia (Elegia amorosa, Poeta caro viandante…), dal rapporto col mistero divino (Io e Dio) alle reminiscenze di una cultura classica (Euridice 2.0). Ma ciò che pervade tutte le liriche è la natura e i suoi mutevoli aspetti in relazione alle ore, al tempo atmosferico ed alle stagioni, una natura palpitante e ricca di mille voci: «Il corteo della pioggia / sui rami / tinnava / una prosa di fiori».
Con la sintesi che è propria della poesia ecco emergere quadretti quasi leopardiani come all’arrivo della sera, quando i bimbi ormai stanchi raccolgono il richiamo delle madri, la luna appare nel cielo e si ode il frinire della cicala ritardataria (Bisbigliano ultime ore del…).
Tra gli elementi più amati dal poeta c’è sicuramente il mare, tanto da spingerlo a dichiarare: «In quell’attimo volevo essere / mare» e da dedicargli una poesia (Mare). E il mare serpeggia lungo tutta la silloge: il poeta ne ascolta l’eco fino a che si allontana; lo vede incaponirsi sul molo; lo sente partecipe del suo stato d’animo e schiumare frenetico; i suoi occhi patiscono ingannati dal tremolio delle onde.
E gli umani? Appaiono raramente, qua e là, e sono figure femminili: la madre (Angelo caduto) e l’amata, cui dedica la lirica più breve della silloge: «Dissolvenze di labbra / in quest’alba indicibile».
“E venne l’alba” è una raccolta da leggere ed interiorizzare fino a che le tante atmosfere naturali, altamente suggestive, entrino in noi per lascarci con l’animo piacevolmente appagato: «L’iride embrione / e il cielo setacciava le nubi / già irritate dal vento, ora, / abbandonate alla dissolvenza…».


E venne l’alba
Autore: Marco Corsi
Editore: Ensemble, 2023, pp. 66
Prezzo: 13,00 €

EAN: 9791255710783