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Arabia In-Felix

Sull’Arabia Saudita le opere in italiano non sono molte e il libro di Liisa Limatainen riempie un vuoto, visto che il documentato libro di Pascal Menoret, Sull’orlo del vulcano. Il caso Arabia saudita risale al 2004 e ha un taglio accademico, mentre la Limatainen è una nota giornalista finlandese che da anni vive a Roma, ma ha scritto già un libro sull’Iran (non ancora tradotto) ed ora ci offre uno spaccato trasversale dell’Arabia saudita, una nazione strategicamente importante quanto ideologicamente arretrata, ai limiti del medioevale. E se il libro di Menoret si preoccupava delle future conseguenze dell’immobilismo della famiglia reale e della dirigenza religiosa, il crollo del prezzo del petrolio ha messo ora in crisi il patto sociale che manteneva stabile la società saudita: benessere senza diritti civili. Stiamo parlando di un paese dove non esiste parlamento né codice civile e penale strutturato, dove le esecuzioni capitali avvengono sulla pubblica piazza e la polizia religiosa bastona i trasgressori; un paese dove la popolazione ha una scarsa coscienza dei diritti civili e l’estesa famiglia reale ha il monopolio di tutte le attività politiche e produttive. Ma è anche un paese dove più della metà della popolazione è giovane, ma oggi è disoccupata e non può comprar casa. Quanto alla condizione femminile, l’Arabia saudita vieta alle donne di guidare l’automobile e praticamente prevede una tutela continua di un familiare maschio. Peccato che le donne siano ben più colte degli uomini – molte hanno studiato all’estero – e stiano anche lavorando sul Corano per discuterne il reale messaggio sociale. E proprio con molte donne Liisa ha parlato: attiviste politiche, avvocate, impiegate, ma anche donne comuni, pur con il limite di un interprete. E’ stato un lavoro paziente e sistematico, ma alla fine esce un quadro anche diverso da come ci s’immagina una società in realtà molto complessa e diversificata sia per zone geografiche che culturali, ma che continua a confondere la modernizzazione con la modernità e ha re islamizzato un paese islamico pur di battere la concorrenza degli integralisti religiosi. Integralismo che sta alla base dello stato stesso, che non è – si badi – uno stato teocratico, ma condizionato da un’alleanza di ferro fra un clan tribale originario e il clero rigorista wahabita. Ora, per capire la differenza tra questa corrente rigorista e il resto dell’Islam, si tenga presente che la fonte del diritto è naturalmente il Corano e l’insieme dei detti del profeta, ma le scuole coraniche non rigoriste accettano anche l’enorme corpus del diritto consuetudinario che gradualmente si è formato attraverso migliaia se non milioni di sentenze dei tribunali islamici. Questo ha perlomeno adattato alla modernità usi e costumi pensati mille anni fa da una società di allevatori nomadi, analogamente all’interpretazione della Bibbia rielaborata dai nostri teologi. E’ chiaro che il Diritto Romano nulla deve alla divinità, ma stiamo parlando di un altro mondo. Ora, l’interpretazione wahabita non tiene conto proprio delle sentenze del diritto consuetudinario, congelando il diritto alle prime due fonti e di fatto rifiutando la modernità e costringendo la gente ad applicare le regole in modo dogmatico e rigido. E qui subentra la famiglia reale – in realtà un clan tribale superficialmente modernizzato – dagli anni Trenta del secolo scorso è custode dei luoghi sacri del Corano, a cominciare dalla Mecca, e questo dà un prestigio immenso nel mondo musulmano. In più, naturalmente, il petrolio, che ha permesso di stabilire con gli Stati Uniti un patto che risale agli anni Trenta del secolo scorso: protezione in cambio di petrolio e ruolo di mediazione con gli altri paesi arabi. Le forze armate saudite hanno più mezzi che soldati, e proprio ieri gli USA hanno venduto loro armi per 100 miliardi di dollari. Questo non toglie che negli ultimi anni i rapporti tra i due paesi non sono buoni: gli Usa non sui sono mai intromessi nel sistema medievale con cui è governata l’Arabia saudita, ma il finanziamento neanche tanto occulto con cui i salafiti foraggiano il terrorismo islamico e centinaia di moschee integraliste ha provocato reazioni che hanno modificato comunque i rapporti diplomatici tra i due paesi. L’Iran è un antagonista, l’Arabia saudita un ambiguo alleato dell’Occidente, ma anche la pazienza ha un limite. Ma che il paese abbia un peso lo indica il suo ruolo all’ONU nella Commissione per i diritti umani, che è come affidare il ministero degli Interni ad Al Capone. E qui arriviamo al punto nodale: se il livello di civiltà di un paese si misura sulla base del rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche – afferma la Limatainen (ma potrebbe dirlo chiunque) – allora l’Arabia saudita è uno degli stati più retrogradi della Terra e in più opprime le donne in maniera patologica, e il libro è pieno di esempi.

Il lettore intelligente si chiederà a questo punto: ma quanto può durare uno stato simile? La guerra in Yemen è costosissima, l’economia non è diversificata, la metà dei giovani non può comprar casa o trovare lavoro e quindi non può sposarsi subito. Nonostante il petrolio la metà della popolazione vive in povertà, la scuola non prepara i tecnici e la modernità non può essere governata con un codice buono per i beduini. Quello che è peggio, i giovani militarmente addestrati all’estero o in patria, quando tornano diventano i più pericolosi nemici della famiglia reale, e in questo la politica saudita alleva piccoli Frankenstein, come dice la Limatainen. Ma nemmeno la popolazione normale è ferma: pur in un regime di censura, nei soli ultimi cinque anni è esploso il Web, tutti i giovani sono connessi e possono farsi un’idea di come vivono gli altri. Il confronto non è tanto con il corrotto e infedele Occidente, ma proprio con i paesi vicini e affini – Oman, Emirati arabi, Dubai, col risultato di vedere che si vive meglio e con un minimo di diritti civili. Le strade sono dunque solo due: una lenta, progressiva apertura verso una rappresentanza politica delle classi sociali, unita a una modernizzazione legislativa e scolastica adeguata ai tempi. Se la famiglia reale sarà capace di trasformare il potere in una monarchia costituzionale, bene. Altrimenti è facile prevedere una serie di rivolte sanguinose entro pochi anni. Staremo a vedere.

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Titolo: L’Arabia Saudita. Uno Stato contro le donne e i diritti
Autore: Liisa Liimatainen
Titolo originale: Saudi-Arabian toiset kasvot. Rohkeita naisia ja Kybernuoria
Traduzione: Irene Sorrentino
Editore: Castelvecchi, 2016, p. 284
Prezzo: 19,50 euro

EAN: 9788869446498

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Qualcosa di più:

Arabia Saudita: Le donne si ribellano al controllo maschile
I Diritti Umani secondo i sauditi

Un anno di r-involuzione araba
Primavere Arabe: il fantasma della libertà
Donne e Primavera araba. Libertà è anche una patente

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Il romanzo che non ti aspetti

AB Libri Il romanzo che non ti aspettiSi chiama Sigge Eklund il talentuoso scrittore svedese che si presenta sul nostro mercato con questo romanzo carico di mistero che già dal titolo e dalla copertina non promette nulla di buono. Neanche le prime pagine però promettono bene visto che la trama gira intorno alla scomparsa di una bambina di nome Magda e il libro si apre all’incirca sei mesi dopo il misfatto con Åsa, la madre della bambina, ancora sconvolta e in cerca di risposte in merito non solo alla scomparsa ma anche alla mancanza di tracce da seguire per il ritrovamento. Tracce che vedono come principale indiziato Martin Horn, il marito di Åsa nonché padre della piccola, senza però che ci sia materiale sufficiente a suffragare la sua colpevolezza.
Con questi presupposti prende il via un andirivieni nel tempo che va da prima della scomparsa di Magda a dopo, il tutto raccontato dai due genitori ai quali si aggiungono come voci narranti Tom, collega di Martin, e Katja la sua compagna. Le vicende dei quattro personaggi spalmate in modo non casuale nel tempo si intrecciano tra loro vedendoli di volta in volta protagonisti e coprotagonisti, dove ognuno racconta la propria storia o rivive i propri ricordi e dove pian piano vengono fuori piccoli indizi. Indizi però che si perdono tra un personaggio e l’altro, con la complicità di piccole “distrazioni” come i personaggi secondari piuttosto che i retroscena della vita passata di quelli principali. Tanti gli ingredienti ma, pagina dopo pagina, della bambina non c’è traccia e la trama sembra quasi allontanarsi dal suo punto focale.
Ed è allora che forse in testa inizia a prender forma un mix di pensieri che portano a molteplici possibili finali, aumentando di conseguenza la curiosità su quale tra questi è quello giusto ma, rassegnatevi, dovrete arrivare alle ultime pagine per poterci mettere una pietra sopra e risolvere il mistero. Nel frattempo dovrete accontentarvi di sapere che l’autore ci sa fare e lo dimostra dal modo in cui riesce a caratterizzare i vari personaggi, sia nell’aspetto che nei lati più interiori, senza tralasciare l’ambientazione fredda, cupa, misteriosa e solitaria in cui tutto avviene, partendo dal centro abitato fino a quel labirinto di ciottoli che…
I colpi di scena non mancano e l’autore è abile nell’utilizzarli per sviare l’attenzione del lettore, attenzione però che non deve mai venir meno. Parola per parola questo noir psicologico va seguito fino alla fine per completare il puzzle o, se volete, per uscire dal labirinto, ed è importante cogliere ogni dettaglio che le pagine nascondono.
Non sarebbe male tenere a portata di mano il cellulare all’approssimarsi del finale, l’idea di immortalare la propria espressione al momento della verità svelata potrebbe essere un bel ricordo di una “piacevole” lettura…

Ci sono voluti cinque romanzi per arrivare sul nostro mercato anche se per ora solo con l’ultimo, e nonostante al momento non sia possibile conoscere il suo percorso evolutivo come scrittore “Nel labirinto” è sicuramente un buon biglietto da visita per Sigge Eklund. L’autore è noto nel suo paese anche come blogger, giornalista web e produttore televisivo.

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Titolo: Nel labirinto
Autore: Sigge Eklund
Traduttore: Katia De Marco
Editore: Marsilio (Collana Farfalle), p. 298, 2017

Prezzo: € 18,00
Ebook epub € 9,99

EAN: 9788831726184

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Roma Criminale

MP Libri Mala romanaLa mala romana è diversa dalle altre? Beh, intanto non opera una sola organizzazione criminale, come a Palermo o a Reggio Calabria: la capitale è immensa, la periferia è un’ampia zona grigia dove si può essere delinquenti e lavoratori allo stesso tempo e si direbbe che c’è posto per tutti, sia italiani e stranieri. In più, manca una vera gerarchia e la banda della Magliana sembra più un mito che una reale piramide: il malavitoso romano tende a formare bande temporanee, è un anarchico e – tenendo il conto di quanti di loro muoiono poveri dopo colpi milionari – nemmeno è un’aquila. Ma Roma è anche la capitale dei fattacci più neri e questo libro, scritto da un commissario e da un giornalista, oggi entrambi in pensione, ripercorre il peggio della Roma degli anni ’80 e ’90 e oltre. Altri tempi: poca elettronica, centraline telefoniche analogiche e intercettazioni macchinose. Le videocamere erano meno invasive di oggi e il DNA era roba per l’Università. Reperibilità – senza cellulari – significava turni di 24 ore davanti a un fisso e addio moglie. Attualmente la tecnologia è diventata quasi un feticcio e ha permesso in effetti di risolvere casi difficili o “freddi”, anche se la CIA rimpiange i cocktail party d’ambasciata; ma ancora pochi anni fa si lavorava ancora con i sistemi della vecchia scuola: pedinamenti, informatori, torchiate e minacce, ricognizioni suola e tacco e in più quella strana familiarità che c’è sempre stata tra guardie e ladri. La realtà di una questura non è come nei film e chi è stato anche una sola volta a San Vitale se ne accorge subito: si passano ore a buttar giù verbali, interrogare i sospetti, confrontare foto segnaletiche, altro che inseguimenti per strada con la pistola in pugno, che qui comunque non mancano. Un’auto civetta della Mobile viene persino fermata dai Carabinieri per quanto “barabba” sono i poliziotti a bordo. Come al solito, tra Madama e la Benemerita non c’era mai stata una vera collaborazione. Ma andiamo oltre. Montalbano si occupa di un omicidio per volta, ma Roma non è Vigata e la squadra omicidi segue invece anche quindici casi tutti insieme, né è vero che il crimine paga sempre: c’è chi se l’è squagliata col malloppo o non è mai stato identificato, come a via Poma. In più c’è una scia di morti ammazzati forse riconducibili a singoli episodi criminali, ma resta sempre una zona grigia. Infine, in questo libro la magistratura non ci fa bella figura e le polemiche non sono neanche tanto velate. Come dice la mafia cinese, “Testa di dlago e coda di selpente”.

Ma chi sono gli autori e protagonisti di questo spaccato sulla Roma criminale? Il poliziotto è Antonio Del Greco, ex dirigente della Omicidi e di altre sezioni della squadra mobile romana, 88 casi risolti e una sfilza di attestati per il suo intuito e impegno, mentre Massimo Lugli è un giornalista di ‘nera’ e scrittore. Ancora in tempi recenti i cronisti del Messaggero erano di casa in Questura, persino sulla scena del crimine era facile vedersi intorno i curiosi e tra poliziotti e stampa c’era un tacito accordo: le confidenze integravano i “mattinali” e ognuno sapeva fin dove poteva arrivare e quello che si poteva scrivere, pena lo scarico.

Ma torniamo ai fatti, anzi ai fattacci. Anche se gronda sangue e violenza, il libro è persino divertente, tra il noir e la farsa. Grotteschi i “cassettari” catturati mezzi nudi e puzzolenti mentre scappano per fogne e tombini dopo aver tentato il colpo al caveau; pasoliniano il “gattaro” che fa a pezzi il falegname; comiche le scuse dei delinquenti arrestati in flagrante, soprattutto quelli che entrano ed escono da Regina Coeli; pittoreschi da sempre i vari soprannomi dei balordi romani, puntualmente ricamati dal Messaggero. Più subdoli i truffatori, dalle mezze tacche di strada ai Madoff dei Parioli, ma è quasi noiosa la frequenza del loro giro: pezzi di vetro rifilati alle vecchiette, macchine di lusso e appartamenti in asta giudiziaria per la fascia alta. Neanche un rigo sugli zingari, ma parecchio da dire sulla mafia cinese, che aveva da poco iniziato a pelare i propri connazionali ed era quasi impenetrabile: la rete di confidenti della Questura non conosceva certo i dialetti cinesi né le modalità delle Triadi. Né erano ancora dilagati i centri di massaggi, oggi periodicamente chiusi dalla polizia per ovvi motivi.

Alcuni casi ce li ricordiamo benissimo: il Canaro, via Poma, Jonny lo Zingaro, la Banda della Magliana, qui tutti seguiti “sul campo”. E qui saltano fuori documenti inediti, foto scattate dal fotografo Mario Proto sulla scena del delitto, commenti a caldo e la soddisfazione di aver risolto la matassa. Altri casi sono meno eclatanti: l’eredità contesa, i giri di escort all’Hilton, i soldi falsi e altri “bidoni”. A Roma si sparava tanto, ora meno, visto che è più redditizio clonare carte di credito che rapinare un benzinaio o il farmacista, roba da tossici Il commissario e il giornalista sono accomunati dal fiuto e anche dalla competenza di chi vive per strada. E anche da qualche botta diciamo di fortuna.

A margine, si trova anche un utilissimo glossario “poliziese-italiano”, con la spiegazione delle espressioni gergali e giudiziarie, o anche degli “orrori grammaticali”, utilizzati per restituire una narrazione dei fatti quanto più fedele possibile alla realtà.
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Città a mano armata
Massimo Lugli, Antonio Del Greco
Editore: Newton Compton, p. 319, 2017

EAN: 9788822700131
Prezzo: euro 9,90 e-book 4,99

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La storia E’ infinita

Era forte la tentazione di dare come titolo a questo articolo “La spada vendicatrice dell’Islam”, un titolo a effetto senza dubbio e forse più appropriato, un titolo che sicuramente cattura l’attenzione ma… un titolo troppo scontato e le cose scontate non sempre piacciono. “La storia E’ infinita” invece, con il verbo maiuscolo per sottolinearne l’importanza, è senza dubbio un titolo più generico ma che per questo romanzo calza a pennello.
Senza tergiversare troppo è meglio entrare subito nel merito di questa lunga storia, spiegando il perché di quanto detto sopra ed espletandone i contenuti e i protagonisti partendo dal primo: Dragut Rais. Alzi la mano chi conosce questo nome, chi conosce davvero questo nome. Gli amanti di storia? Molto probabilmente sì, chi ha una buona memoria scolastica? Forse, gli appassionati di pirateria? Vergogna se non lo conoscono! Scherzi a parte, per nostra fortuna ci ha pensato Simone Perotti a dare una piccola lezione di storia a tutti, con un romanzo costruito intorno alla vita di questo incredibile e quasi mitologico personaggio che mitologico proprio non è, e lo sapevano bene Andrea Doria e tutti i cristiani naviganti del ‘500 che solcavano i mari con il terrore di incrociare la sua rotta. Egli fu infatti un corsaro ottomano, poi anche ammiraglio della medesima flotta, al soldo del sultano Solimano il Magnifico.
Ma se ancora il nome di Dragut Rais non vi dice nulla, nonostante la menzione di Andrea Doria, forse allora il nome Khayr al-Din detto Barbarossa qualcosa in più può ricordarlo. Dragut fu infatti il braccio destro e poi il successore del più famoso e temuto corsaro divenuto poi uno dei simboli dell’universo piratesco.
Barbarossa era infatti quello che metteva la faccia (e la politica) in tutte le battaglie laddove invece Dragut ci metteva le navi e la spada, motivo questo che gli valse il soprannome di “Spada vendicatrice dell’Islam”.
In questo romanzo l’autore racconta in modo approfondito il modus operandi del Rais, partendo però dalla sua infanzia e dai motivi che lo hanno portato a diventare ciò che è stato e per cui viene ricordato. Di lui si sa che fu senza dubbio spietato, indomabile, violento e… amante, ma quest’ultimo aggettivo solo una persona poteva affibbiarglielo: Bora, una schiava, ma una schiava di lusso, relegata in un castello su di un isola solitaria, dove non esistevano guerre e battaglie e dove il mercante che comprò la giovane ragazza decise di accomodarla. Lì, dove lei era al contempo schiava e padrona, si celavano i segreti più intimi del corsaro, ma anche i retroscena più misteriosi della sua vita da lui raccontati a Bora durante le sue soste tra un momento di passione e l’altro, ed è li che Bora ormai alla fine dei suoi giorni fu costretta a raccontare ad un inquisitore tutto ciò che sapeva su di un Dragut già da tempo defunto.
Come detto l’isola dei Bora era un’isola solitaria immune a ciò che succedeva nel mondo circostante e il Rais non era il solo a gettare l’ancora dinanzi ad essa per godere dei benefici che offriva, ci fu infatti, tra gli altri, un cavaliere (o meglio una spia), che era solito percorrere gli stessi corridoi del Rais, il suo nome resterà però celato tra le pagine del romanzo e toccherà ai lettori scoprirlo.
Ciò che di lui si può dire è che la sua vicenda è legata strettamente ad un’altra grande protagonista di questa storia: La mappa del mondo di Piri Rais accompagnata dal Kitab-ı Bahriye o Libro del mare scritto sempre del medesimo autore, due documenti che all’epoca valevano quasi più di un regno, due documenti che furono al centro di sanguinose battaglie per via del vantaggio strategico che il loro possesso garantiva.
L’autore racconta tramite la spia tutte le vicissitudini legate a queste mappe e i sacrifici che Piri Rais dovette patire per celarle agli occhi del mondo, fino a quando… accadde quel che accadde, ovvero fino a quando il cavaliere decise di diventare per l’appunto una spia ed iniziare così una lunga vita fatta di misteri e sotterfugi, fughe e uccisioni pur di svolgere il compito a lui assegnato. Quale destino lo aspetti e come Dragut ne prenda parte sono due delle domande che accompagnano la lettura fino all’ultima pagina.

La storia che si intreccia con il romanzo e i personaggi che diventano narratori della loro vita vissuta è uno dei punti di forza di questo libro, libro che lo stesso autore ha ammesso di aver scritto non senza rischi e il perché è presto detto con le sue parole prese in prestito dal suo sito: “Ho scritto questo romanzo disattendendo quasi tutte le regole dell’editoria di questa epoca, e del buon senso.” E in effetti il romanzo è lungo, elaborato, strutturato in modo particolare con i tre protagonisti che raccontano ognuno la propria storia, uno dei quali addirittura sdoppiato nel prima e nel dopo; le vicende vanno poi a formare una carambola di informazioni che nonostante la mole non si discostano mai dal filo conduttore, mantenendo compatta la trama e rendendo la lettura agevole, avvincente e piacevole.

Tornando al titolo, la storia è davvero infinita. E questo non perché il romanzo è lungo ma perché, come capita con opere come queste, quando viene stuzzicato l’interesse può sorgere spontanea la voglia di approfondire, documentarsi e spaziare su altri aspetti legati a quanto narrato. E se questa reazione dovesse sorgere anche dentro di voi, vorrà dire che non solo Simone Perotti ha confezionato un buon prodotto, ma è riuscito ad andare ben oltre alle regole dell’editoria e del buon senso, rendendoci tutti parte dell’equipaggio del Rais.

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Titolo: Rais
Autore: Simone Perotti
Editore: Frassinelli, 2016, 495 p.
Prezzo: € 19,90

Disponibile anche in ebook – epub
€ 9,99

ISBN-13: 9788893420082
EAN: 9788893420082

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Vasandhi: Un libro dalle Storie forti

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Il mondo in cui viviamo è fatto di culture, religioni, politiche, abitudini e quant’altro diverse da paese a paese e, a voler guardare, questa è una fortuna se si pensa al piacere di poter scoprire le diversità che in ogni ambito ci contraddistinguono da una terra all’altra. È anche vero però che molte di queste culture, religioni e politiche molto spesso ci riescono difficili da comprendere ed è allora che capita di trovarsi a criticare, giudicare e sentenziare ciò che avviene negli altri paesi così come nel nostro. Leggendo le pagine di questo libro ci si rende conto però che le critiche e i giudizi servono a ben poco se, ancora oggi, è difficoltoso se non impossibile combattere certe battaglie.

La “ragazza indiana” di questa storia si chiama Vasandhi, e di battaglie ne ha combattute non poche prima di arrivare a raccontarle con grande dolore, forza e coraggio a Rinaldo Boggiani che ne ha curato la stesura per trasformarle in un libro. E non c’è da meravigliarsi se anche l’autore, parola dopo parola, è arrivato a sentire suo il dolore di Vasandhi, perché è ciò che forse succederà a tutti i lettori.

Non è spiegabile, con parole diverse dalle sue, tutta la sofferenza che lei ha provato fin dai suoi primi passi, e lo è ancor meno quello a cui è stata sottoposta in seguito a un matrimonio qui in Italia che, invece di essere un’ancora di salvezza, si è rivelato peggio di ciò che forse avrebbe patito restando in India con la sua famiglia.

In queste poche righe troverete solo un’idea di quello che invece tutta l’opera trasmette, ovvero  quanto in là può arrivare la violenza sulle donne sia fisica che verbale, o quanto l’emancipazione femminile sia ancora un’idea lontana in molti paesi e quanto lo sia stata ancor di più in passato. Scoprirete quanto doloroso possa essere perdere più di un familiare caro senza ricevere il conforto necessario per poterlo superare.

Più di ogni altra cosa però, avrete la dimostrazione di quanto è grande il cuore di questa donna che non si è mai arresa e che, nonostante mille difficoltà e infiniti dolori, ha combattuto per assicurare alla figlia quella vita che lei non è riuscita ad avere.

Forse tutto ciò vi aiuterà ad assorbire meglio le emozioni delle ultime pagine dove la sua anima si apre completamente rivelando il tesoro in essa contenuto. Potreste scoprire allora che Vasandhi è molto più di una “ragazza indiana”, è molto di più di una madre e di una donna la cui vita non le ha mai sorriso, perché è stata lei a sorridere alla vita, sovvertendo ogni regola in favore di un amore per il prossimo che tutti farebbero bene a portare nel cuore.

Due parole anche per l’autore, però…  gli sono dovute. Rinaldo Boggiani ha dimostrato infatti ancora una volta le sue ottime doti di scrittore e narratore, ancor più in questo caso se si pensa che di lui si è abituati a leggere romanzi thriller e noir, non certo biografie. Qui, alla sua prima prova in tal senso, non è venuto meno al compito che Vasandhi gli ha affidato, riportando fedelmente le sue parole non senza difficoltà emotive, come lui stesso ha affermato: “Non puoi descrivere se non vedi” e lui ha visto tutto attraverso di lei, e forse continuerà a farlo.

Per non rischiare di banalizzare l’opera con troppe inutili parole è giusto fermarsi qui nel rispetto di entrambi, e lasciare a voi, lettori interessati, tutte le emozioni che questo libro vi riserva. Forse la storia di Vasandhi non “smuoverà” le masse per arrestare certe ingiustizie ma, senza dubbio, arriverà a toccare l’anima di molti e a sensibilizzarne altre, perché il messaggio in essa contenuto è sicuramente più forte di molte storie di vita che la moda di oggi sembra rendere insensatamente più appetibili. Del resto, è normale che un litigio con i tifosi faccia sempre più scalpore della violenza sulle donne, no…? Chi ha orecchie per intendere…

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Titolo: Vasandhi
Autore: Rinaldo Boggiani
Editore: Doge Edizioni, 2017, p. 192
Acquista on line: Vasandhi di Rinaldo Boggiani

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