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La storia dei mesi importanti e di quelli meno

Tanto tanto, ma taaaaaaaaanto tempo fa………………………..
C’erano alcuni mesi dell’anno che….non erano importanti.
Essi erano…………………..ma forse sarebbe meglio elencarli insieme:

Allora:

– Gennaio………è importante perché è il primo mese dell’anno e poi contiene il primo giorno che è il primo dell’anno – capodanno;
– Febbraio………bè direi che anche questo è importante perché c’è il carnevale……….con le
maschere, le stelle filanti, i coriandoli;
( mettersi in tasca stelle filanti e coriandoli per poi tirarli fuori )
poi rivolto ai bambini: Voi vi mascherate? E a cosa vi mascherate?

Bene passiamo a………………….

– Marzo………bè è il mese dove entra la Primavera……il 21 marzo, quindi penso che sia importante, no?;
– Aprile………ad Aprile c’è Pasqua, poi pasquetta……………;
– Maggio……..il mese di maggio è poco importante.. o comunque veniva considerato poco importante;
– Giugno……..entra l’estate, il 22 giugno e quindi importante;
– Luglio – Agosto………poi c’è Luglio e Agosto, non tanto importanti, si, si è in vacanza però…;
– Settembre….mentre a Settembre il 23 entra l’Autunno con le foglie degli alberi che da verdi diventano gialle e che cadono piano piano giù (mettersi in tasca foglie gialle e verdi)
– Ottobre – Novembre….per Ottobre e Novembre vale lo stesso discorso di Luglio e Agosto;
– Dicembre….poi Dicembre invece considerato importante per il Natale e per l’ultimo giorno dell’anno il 31.

Allora ricapitoliamo………….tanto, ma taaaaaaanto tempo fa venivano considerati importanti i mesi:
Gennaio, Febbraio, Marzo, Aprile, Giugno, Settembre e Dicembre.

Mentre sempre………….tanto, ma taaaaaaanto tempo fa venivano considerati poco importanti i mesi:
Maggio, Luglio, Agosto, Ottobre e Novembre.

Come vedete 7 mesi su dodici erano importanti e 5 su dodici no.
Questo creò una grande crisi ai mesi poco importanti, i quali si riunirono e decisero di fondare da soli un anno tutto loro.
I mesi considerati importanti, quando seppero della riunione dei mesi non importanti si riunirono anche loro dicendo che erano i più forti perché erano in maggioranza e c’avrebbero pensato loro a fare un anno da soli.
Ma prova e riprova, una riunione di qua………….una riunione di là, non riuscivano a fare una anno da soli. La stessa cosa valeva per i mesi poco importanti che nonostante una riunione di qua………….una riunione di là, non riuscivano a fare, anche loro, una anno da soli.
I mesi importanti, infatti, si scontrarono fra loro perché dicevano che Gennaio, Febbraio, Marzo e Aprile erano vicini compatti mentre gli altri mesi erano sparsi Settembre e poi Dicembre che si sentivano soli e volevano anche gli altri mesi quelli considerati meno importanti come ad esempio maggio e poi luglio e agosto, ottobre e novembre.
Eppoi c’è da dire che pensarono ai bambini che sarebbero nati chi nel gruppo dei mesi importanti chi in quello considerati non importanti.
Si sarebbero, così, create delle fratture, delle gelosie anche all’interno di una stessa famiglia.
Ma ve lo immaginate voi il bambino nato a gennaio con suo fratello nato a luglio? Quello nato a gennaio avrebbe detto che lui, si, era più importante a differenza del fratello.
E tutti, mesi importanti e non, si chiedevano come si potesse fare un anno con così pochi mesi.
Poi d’un tratto, come per magia, come tante cose che succedono nella nostra meravigliosa vita, i mesi importanti vollero fare una grande riunione……………..ma che dico grande, una grandissima riunione, ma, è questa la novità, non la vollero fare da soli, ma la vollero fare…….con chi?…..esattamente con i mesi meno importanti, i quali mesti mesti accettarono.
In questa grandissima riunione dove erano da una parte i mesi importanti e dall’altra quelli meno, si deliberò che non dovevano esserci divisioni, che non dovevano esserci differenze né tantomeno mesi più importanti degli altri.
Si deliberò, anche, che bisognava essere tolleranti e accettare il diverso tra loro. Ogni mese aveva la stessa importanza perché l’uno non poteva fare a meno dell’altro.
Tutti capirono che solo rimanendo uniti, solo essendo solidali tra loro si poteva vincere.
Così fecero e piano piano, i mesi si riunirono tutti insieme dando vita ad un anno intero.
Dando vita, soprattutto, ad una unione anche tra gente non uguale a noi.

E come tutte le più belle favole…………….vissero tutti felici e contenti.

20 Marzo 2012

ISRAELE, SINISTRA, PACE

Israele a sinistra

Gli ebrei nel dibattito pubblico italiano dal 1945 a oggi
Di Matteo Di Figlia

Donzelli editore, 2012

 Sinossi

Nell’Italia repubblicana, numerosi ebrei aderirono ai partiti di sinistra. Questa scelta sgorgava naturalmente dall’opposizione al regime, che aveva visto ebrei e antifascisti partecipare alle stesse lotte e piangere gli stessi morti. Ben presto, Israele assunse un ruolo altrettanto centrale nella definizione dell’«autocoscienza» ebraica, creando così un piano di aperta conflittualità con buona parte di quelle stesse sinistre, di sovente arroccate su posizioni fortemente terzomondiste. Nacque un terreno di ibridazione simbolica di grande interesse, nel quale gli ebrei italiani di diverse generazioni avviarono continui ripensamenti della tragica eredità della Shoah, del legame con Israele, e di un impegno politico che spesso fu un aspetto essenziale delle loro vite. Il libro analizza i percorsi ideologici e intellettuali di alcuni di loro rimandando sempre al più ampio dibattito sul Medio Oriente. Da Franco Fortini a Emilio Sereni, da Amos Luzzatto ad Arrigo Levi, da Luca Zevi a Fiamma Nirenstein, le storie di tanti intellettuali solcano, mostrandone le profonde spaccature, i principali snodi di un paese oscillante tra rielaborazioni e rimozioni di un passato totalitario. Aprono squarci sulle complesse combinazioni di identità e politica. Offrono un punto di vista interno, quasi intimo, da cui poter seguire il cammino delle sinistre italiane.

Presentazione

Martedì 20 novembre 2012 alle ore 16.30

a Roma, presso il Centro Ebraico il Pitigliani

(via Arco de’ Tolomei)

 

Rico, Oscar e il Ladro Ombra

Questa è la storia della grandissima amicizia fra due ragazzi strani, Rico, alto e un po’ tonto, e Oscar, bassetto e molto, molto intelligente. Insieme formano una squadra incredibile perché dove non arriva l’uno arriva l’altro.

Andreas Steinhöfel, nato a Battenberg in Germania nel 1962, è uno degli autori più celebrati negli ultimi mesi in Germania.

Con Rico, Oscar e il Ladro Ombra ha vinto tanti premi, tra i quali il Deutscher Jugendliteraturpreis (il più prestigioso premio della letteratura per l’infanzia in Germania).

QUANDO LA GUERRA È PSICOLOGIA DEMOGRAFICA

La battaglia di Canne (216 a.C.) è stata da sempre molto studiata: esempio tattico perfetto di accerchiamento di un esercito numericamente superiore. La documentazione è ineccepibile grazie a Plutarco e Livio; in ogni caso è un momento forte della storiografia romana antica. Ma l’autore ha imparato la lezione di Keegan, lo storico inglese che ha quasi rivoluzionato lo studio della storia militare: non dare mai niente per scontato e integrare le fonti dopo un controllo ferreo. Intanto, il libro non parla solo dello svolgimento della battaglia, peraltro spesso semplificato a fini didattici (la guerra è meno lineare di com’è descritta nei libri). Si discute del luogo della battaglia, mai identificato con precisione, ma comunque lungo il fiume Ofanto (Aufidus in Polibio e Livio): un esercito antico comprendeva anche migliaia di bestie da soma, che non potevano stare senz’acqua nemmeno una giornata (1). Nel libro si discute dei comandanti e delle loro abilità, della società di cui gli eserciti erano parte (militarista quella romana, mercantile quella cartaginese), della struttura di comando e dei sottoposti. Si discute di ordinamento e di tattica. Ed è infatti proprio all’analisi dei singoli eserciti e alle rispettive tattiche che è dedicata l’altra metà del libro. Anche qui l’analisi delle fonti è serrata e piena di tabelle e di schemi tattici. Altrimenti, troppe volte storici anche bravi hanno dato per scontate informazioni tradizionali, senza preoccuparsi delle incoerenze o persino delle assurdità (una per tutte: la prima linea a scacchiera). L’esercito di Annibale viene scomposto ragionevolmente nelle sue componenti etniche (africane, iberiche, celtiche), mentre l’analisi delle due società in guerra pone interessanti questioni, non ultima quella demografica. Annibale ha infatti condotto una guerra offensiva contro un nemico demograficamente superiore, capace ogni volta di arruolare nuove legioni e di condurre sia battaglie campali che di attrito. Per questo infine ha perso.

L’analisi delle istituzioni militari e degli eserciti in guerra diventa dunque confronto tra società diverse, tra tattiche e armi magari simili, ma sfruttate in base a concezioni strategiche diverse. A questo punto, come descrivere la battaglia vera e propria? La sfida dell’autore è applicare ad una battaglia antica le procedure che Keegan usa ne Il volto della battaglia, opera ormai fondamentale (2). Per le battaglie moderne abbiamo fonti di ogni genere, per l’antichità bisogna lavorare non dico di fantasia, ma integrando fonti archeologiche, letterarie e analogie con fatti d’arme simili. Ne esce un quadro intanto più complesso di quanto uno si aspettava, spesso ipotetico ma plausibile. P.es., come venivano dati gli ordini per farli capire a 40.000 soldati? E come manovravano realmente sul terreno? E come si controlla un campo di battaglia sicuramente meno ampio di oggi, ma non per questo di facile sintesi? Certo, al liceo nessuno si sarebbe preoccupato di analizzare lo “shock da combattimento” di un legionario romano, abituati com’eravamo a pensare ai soldati romani come guerrieri tutti di un pezzo, ma ora sappiamo che in realtà erano uomini come noi, e che la presenza di reclute poco addestrate nei ranghi immediatamente oltre la prima linea spiega il successo schiacciante della manovra di accerchiamento della cavalleria celtica e numidica di Annibale, mentre la più leggera cavalleria africana inseguiva i fuggiaschi (3). Tattica e armi vanno studiate insieme e sicuramente Annibale era un grande tattico, che seppe sfruttare in questo caso due carenze romane: la mancanza di una buona cavalleria e l’inesperienza delle reclute che rimpiazzavano le perdite delle tre battaglie del Ticino, della Trebbia e del Trasimeno. A Canne, Roma lascia sul campo della battaglia 47.500 fanti e 2.700 cavalieri (su 80.000 effettivi), mentre 19.000 sono i prigionieri. Solo 15.000 dei suoi uomini riescono a fuggire (4), tra cui il console Terenzio Varrone, responsabile con Emilio Paolo del piano di battaglia. Annibale a Canne perde 6.000 Galli, 1.500 Spagnoli e Africani e 200 cavalieri: aveva ottenuto la più brillante vittoria della sua carriera di generale e si consacrava uno dei più grandi condottieri della storia, anche se poi le operazioni militari successive sembrano incioerenti. Da sempre si è discusso dell’inerzia di Annibale dopo Canne, ma la spiegazione più ovvia è stranamente sfuggita agli storici: Annibale era semplicemente finito in quella che Clausewitz definisce la zona di esaurimento dell’offensiva.

Unica nota negativa del libro: la bibliografia. Essa comprende quasi solo libri in lingua inglese, ma di molti esiste da tempo anche un’edizione italiana ed era bene tenerne conto, visto che il libro va in mano a lettori italiani. La revisione di una bibliografia è lavoro che un bibliotecario può fare in una giornata, per cui una negligenza simile non è giustificata.

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NOTE

(1) Alcuni esperti, in seguito a recenti studi basati sull’esame dei documenti storici sulla battaglia di Canne e dei rilevamenti archeologici, hanno suggerito che il luogo della battaglia sia da identificarsi più a nord, sulla riva destra del fiume Fortore in località Ischia Rotonda vicino a Carlantino al confine tra Puglia e Molise (dalla parte pugliese), non molto distante da Campobasso. Tra il luogo identificato sull’Ofanto e questo ci sono 115 km di distanza, pari a 4-5 gg di marcia. Ma ai fini della ricostruzione tattica della battaglia tutto ciò è ininfluente: le fonti parlano di una pianura lungo un fiume, con una serie di colline dall’altra parte, ed entrambi i siti corrispondono alle caratteristiche indicate. Va detto comunque che a Ischia Rotonda sono stati trovate urne con resti incinerati, e sappiamo che i Cartaginesi cremarono i loro caduti, secondo il loro uso..

(2)       Il volto della battaglia / John Keegan ; edizione italiana a cura di Francesco Saba Sardi . Prima ediz. Italiana 1978, più volte ristampato anche in anni recenti. Titolo originale: The Face of Battle : [a study of Agincourt, Waterloo and the Somme] , 1978.

(3)       Un elemento interessante ma non affrontato dall’autore: in sostanza, la tattica della cavalleria africana di Annibale aveva forse a che fare con quella dei Berberi? Nei manuali militari bizantini scritti nel periodo dal VI al X secolo d. C. si prescrive espressamente di non inseguire mai la cavalleria leggera beduina e berbera, in quanto troppo mobile e abituata ad attirare in trappola gli inseguitori con finte ritirate e agguati. A me sembra ovvia una continuità tattica diciamo pure etnica.

(4)       Come a Carrae e in altri casi anche recenti, l’accerchiamento e la distruzione dei reparti non sono mai completi: vi sono sempre contingenti che mantengono il loro ordine di battaglia e possono ripiegare compatti. In più la battaglia di Canne durò almeno 8-9 ore, con frequenti intervalli, ed è verosimile che, se non la cavalleria, sicuramente le fanterie di Annibale erano verso sera allo stremo delle forze fisiche, mentre almeno 10.000 romani erano stati lasciati a presidio dell’accampamento (su 80.000 uomini in totale). Le cifre di Livio sono le più attendibili.

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Titolo La battaglia di Canne
Autore Daly Gregory
Prezzo di copertina € 24,00
Editore: Editrice Goriziana  (collana Le guerre n° 52), 2009

LE PROMESSE IN UNA CATALOGNA DEL ‘500

La magia che Barcellona esercita su molte persone è cosa nota, così come è ormai noto il suo essere fonte di ispirazione per quei suoi abitanti che han fatto della scrittura la loro arte. Jorge Molist, l’autore del libro, va infatti ad aggiungersi a scrittori del calibro di Carlos Ruiz Zafòn e Ildefonso Falcones, che prima di lui ci hanno regalato con le loro storie delle immagini suggestive di una città che ha sempre qualcosa da raccontare.

La storia qui narrata è quella di Joan Serra, il giovane figlio di un pescatore che vede morire suo padre e rapire la madre e la sorella in seguito ad un attacco da parte di una galea corsara avvenuto nel suo villaggio situato nei pressi di Palafrugell, ad un centinaio di chilometri da Barcellona.

“Promettimi che sarai libero” è la richiesta fatta dal genitore in punto di morte mentre il figlio lo stringe tra le braccia, una promessa che da quel momento in poi si tramuterà nella sua ragione di vita.

La capitale della catalogna gli offrirà l’opportunità di ripartire mettendo alla prova le sue capacità e il suo zelo nell’ottenere ciò che vuole, nonostante il periodo di crisi che la città stessa sta attraversando.

La storia si svolge infatti verso la fine del 1400 quando Barcellona era nel pieno del declino dovuto all’unione con il regno di Castiglia, che estromise la città dai traffici commerciali più importanti in favore di una Madrid che al contrario prosperava come capitale dello stato spagnolo.

Le corporazioni dei mercanti che ne guidavano l’economia furono le prime a risentirne, ciò fu dovuto anche alla triste parentesi dell’inquisizione spagnola, che insediatasi nella città non lasciava tregua a tutti coloro che abbracciavano una fede diversa da quella cattolica. Gli ebrei ovviamente, furono i primi a dover fuggire, salvo quei pochi che decisero di rischiare la sorte fingendosi ciò che non erano grazie a conversioni di fede che tali erano solo di facciata.

All’interno di una di queste corporazioni, quella dei mastri rilegatori, Joan viene ingaggiato come apprendista, e come nuovo arrivato non ha per nulla vita facile, questo grazie ai prepotenti che abusano del loro autoproclamato potere ma anche a causa di un passato che non lo abbandona ma che lo spinge ogni giorno a nuove ricerche della madre e della sorella, svolte per lo più nelle taverne frequentate da marinai ubriachi e facili alle risse.

L’avventura narrata, basata su fatti realmente accaduti con tanto di quei personaggi storici che ne furono protagonisti, contiene tutti gli ingredienti necessari a renderla coinvolgente come le altre qui ambientate, lo scenario di crisi è infatti uno sfondo ideale per un protagonista che ha dinanzi a se un percorso in salita irto di difficoltà, dove non manca l’amore reso impossibile proprio dalla crisi stessa e dove un solo passo falso basta per compromettere l’obiettivo finale che egli stesso si è posto.

La scelta fatta dalla casa editrice italiana di suddividere in due parti l’opera che nella versione originale è composta da un solo volume è poco comprensibile visto che il numero di pagine non supera le 800 totali, senza dubbio però, per una storia così val la pena di aspettarne il seguito per scoprire la sorte per nulla scontata del protagonista.

Una nota di merito va ovviamente all’autore che, nel narrare le vicende perlopiù drammatiche che si susseguono nel corso del romanzo, tiene sempre viva la speranza di un cambio di rotta, percepibile grazie alla temerarietà di Joan, ben evidenziata con un’ottima costruzione del personaggio; senza ovviamente tralasciare tutto il contorno, descritto minuziosamente fino a creare un’immagine nitida di una Barcellona mai sazia di nuove avventure.

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Titolo: Promettimi che sarai libero
Autore: Jorge Molist
Edizione: Longanesi
Tradutore: Bovaia R.
Anno: 2012
P. 373

Jorge Molist è uno scrittore spagnolo, dei suoi sei romanzi solo due sono stati pubblicati in Italia, nonostante il successo ottenuto negli altri paesi. Il primo intitolato “L’anello del Tempio” è attualmente fuori catalogo.

Inoltre una breve nota biografia in italiano.