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Europa: identità per esclusione

Molto prima delle elezioni europee la comunità del web si è interrogata sul senso dell’identità europea, a prescindere dall’immagine negativa percepita da chi vede nella UE solo un’eletta di burocrati e tecnocrati concentrati sull’economia e sulle regole, ma poco comunicativi con l’Europa dei popoli. Ma nei siti diciamo identitari l’immagine dell’Europa è mitica più che storica, icona di una comunità più sognata che reale, legata a una società preindustriale. A guardare anche superficialmente questi siti, intanto si direbbe che il Mediterraneo è totalmente escluso da un’Europa nordica e continentale. Volti, paesaggi, usi e costumi rimandano al repertorio del Sacro Romano Impero o del Reich millenario, dimenticando un grande imperatore come Federico II di Svevia, l’unico che ha realmente cercato di integrare nord e sud d’Europa. Vero è che nell’UE egemonia franco-tedesca si è sempre imposta sugli altri paesi, ma questa visione mitologica non fa altro che marcare l’esistente invece di ricrearlo. Il messaggio è emblematico: il sud dell’Europa non partecipa da protagonista all’identità europea, il che dimostra che certi pregiudizi datano dai tempi dei Franchi e Longobardi. Eppure la parola Europa parte da sud, è fenicia (Ereb, occidente). Europa era la figlia di Agenore re di Tiro, città fenicia oggi in Libano. Zeus, innamoratosi di lei, decise di rapirla e si trasformò in uno splendido toro bianco. Mentre coglie i fiori in riva al mare, Europa vede il toro che le si avvicinava. E’ spaventata ma il toro si sdraia ai suoi piedi ed Europa, tranquilla, vi sale in groppa. Ma il toro si getta in mare e la conduce fino a Creta, dove Zeus si ritrasforma in dio e le rivela il suo amore. Avranno tre figli: Minosse, Sarpedonte e Radamanto. Il senso del mito è che la civiltà arriva dal Medio Oriente, ma una volta traversato il mare quella cultura si sviluppa con una vita propria.

Ora, se il mito di Europa è greco, il concetto di Europa risale al medioevo; prima era tutto Imperium Romanum e il termine geografico per i greci indicava in modo generico una terra a nord del Mediterraneo, dai confini ancora indefiniti. Il primo a usare il termine è a fine del VI secolo l’abate irlandese San Colombano, futuro fondatore dell’abbazia di Bobbio, che lo cita (tutus Europae) in una delle lettere al papa Gregorio Magno. Il termine lo usa anche il monaco Isidoro Pacensis, per indicare i soldati di Carlo Martello che avevano combattuto a Poitiers (prospiciunt Europenses Arabum tentoria, nescientes cuncta esse pervacua). La battaglia aveva assunto infatti un grande valore simbolico: l’Occidente cristiano, idealmente rappresentato dall’Europa, aveva fermato l’espansione araba; e quindi Isidoro usa l’aggettivo “europeo” per attribuire un’identità collettiva ai guerrieri franchi che avevano fermato gli invasori musulmani. E infatti l’Europa politica nasce con l’impero di Carlo Magno, all’inizio del IX secolo, realtà che riunisce simbolicamente popoli romani, celti e germanici, sotto la guida dell’Imperatore e del Sommo Pontefice. Peccato che si ignorasse l’Impero Romano d’Oriente, che pur è durato mille anni ed era ben più solido del Sacro Romano Impero.

Tornando però ai nostri siti web, alcuni vanno più indietro: la vera Europa non è cristiana, ma pagana, ancestrale. L’iconografia è un misto di Nibelunghi e Trono di Spade, fra rune naziste, rudi guerrieri e bionde fanciulle in un paesaggio cupo e boscoso che fa rimpiangere il trascurato Mediterraneo. E se l’Europa è un continente che possiede una massima diversità culturale in distanze geografiche minime, questi siti misticheggianti esaltano l’identità europea non accogliendo o assimilando la varietà, ma operando solo per esclusione, esaltando un cupo nordismo e mostrando famiglie patriarcali, guerrieri scorciati dal basso, uomini inseriti in un’economia contadina e una cupa vegetazione forestale, in mezzo a simboli runici ossessivamente ripetuti. Da un punto di vista elettorale, ci si può anche chiedere quanta presa possono avere queste immagini sulle masse inurbate che vivono nelle periferie delle metropoli piuttosto che nelle province del continente o nelle comunità locali isolate, serbatoio di voti per i partiti c.d. sovranisti (1). Sui motivi di questa immagine neopagana e paleoecologista in stile Frei Korps Kultur si potrebbe discutere, ma è probabilmente anche una reazione alle politiche cattoliche di accoglienza dei migranti e di dialogo con l’Islam che papa Francesco porta avanti quasi in modo ossessivo, provocando l’ostilità o almeno la diffidenza dei cristiani più conservatori e non solo di quelli, visto il successo dei partiti europei “sovranisti”.

Si è parlato di Islam. Ebbene, abbiamo scoperto che per ogni sito razzista europeo che incoraggia la maternità ariana ce n’è parimenti uno islamista o africanista che sogna unioni con bionde fanciulle da usare come fattrici per sommergere la vecchia Europa con nidiate di bimbi musulmani e donne convertite al velo. Gli stilemi ricordano una certa pornografia e sono anche pieni di minacce e profezie, le quali danno solo una giustificazione o almeno un appiglio ai teorici del complotto della sostituzione razziale e religiosa, altro mito che fa tutt’uno con il complotto mondiale dei banchieri. Ma si sa, in rete tutto è permesso. L’importante è che chi vota usi anche il proprio cervello

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NOTE

  1. La differenza fra nazionalismo e sovranismo potrebbe essere così definita: il nazionalismo tende ad aggregare popoli etnicamente e culturalmente affini, mentre il sovranismo crea un’identità mitologica esclusivamente per sottrazione, escludendo non solo i diversi ma persino gli affini.

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Europa: Una speranza di Unione

Sono un monito per tutta Europa le traversie che sta affrontando il governo britannico per esaudire il risultato del referendum consultivo indetto da Cameron nel 2016,  del quale non si è mai pentito, per allontanarsi dall’Unione europea. I britannici stanno scoprendo di avere una economia debole, con dei politici incerti che rendono l’uscita dalla Ue un percorso ad ostacoli, tra hard e soft, che li sta portando ad eleggere, tra il 23 a il 26 maggio  insieme ad altri 27 paesi, i suoi parlamentari a Strasburgo.

Quello che la premier britannica si è trovata ad affrontare è un percorso accidentato, dove nessuno voleva arrivare ad un compromesso, con il risultato di una polarizzazione degli schieramenti che ha fatto crescere, nelle elezioni locali e parziali del 2 maggio, i partiti europeisti “minori” ed il rinato euroscetticismo di Nigel Farage con il suo Brexit Party, ex Ukip, punendo i Conservatori della May e i Laburisti di Corbyn, con un complessivo 30%, per i loro tentennamenti.

I risultati delle elezioni amministrative britanniche, quelle politiche spagnole, quelle presidenziali in Slovacchia con l’elezione di Zuzana Čaputová ed anche il vigore dell’opposizione in Polonia, fanno ben sperare in un nuovo spirito europeista.

Un europeismo da riscoprire anche grazie alla campagna antiastensionista Stavolta voto https://www.stavoltavoto.eu/, varata dal Parlamento europeo, per riflettere sul futuro dell’UE e su quale Europa volere, come suggeriva Vaclav Havel “Se non saremo capaci di sognare una Europa migliore, non costruiremo mai una Europa migliore”.

Un voto che potrà evitare il futuro apocalittico disegnato nel videogame sulla post Brexit Not Tonight http://nottonightgame.com/, Regno Unito autoritario che costringe ai lavori forzati i cittadini europei e l’economia britannica a rischio game over.

Anche l’iniziativa Bandiere al Balcone #unabandieraueinognibalcone, promossa da EuropaNow! http://www.europanow.eu/, vuol far uscire dall’anonimato i cittadini che credono che l’Unione permetterà di confrontarsi alla pari con la Russia, la Cina e gli Stati uniti, evitando di essere a rimorchio dei capricci di Trump o di Putin e non trovarsi manipolati dal premier cinese Xi Jinping con la sua via della seta.

Scegliere un futuro ripiegato su se stessi o aperto, sovranista e individualista, perché i cultori del proprio giardino non possono fare l’interesse di una comunità o di quello europeista per non essere obbligati a scegliere partner scomodi e trovare delle politiche comuni per un benessere condiviso.

Gli europeisti potranno fare, se uniti, gli interesse degli europei, salvaguardare i diritti e i doveri di tutti, mentre i sovranisti-nazionalisti hanno solo un comune obbiettivo: depotenziare l’Unione europea per disgregarla e dissolverla negli egoismi.

Sovranisti in ordine sparso, senza avere altro interesse che instillare paura nei singoli elettori e non lavorare insieme, come ha dimostrato il disinteressamento di Viktor Orban e Marine Le Pen nell’incontro milanese promosso da Salvini, ma un coro di applausi e lodi quando si tratta di chiudere porti, innalzare muri e inneggiare a blocchi navali per rendere l’Europa una fortezza inaccessibile alle persone in fuga da conflitti e carestie.

Una fortezza, quella europea, che sarà espugnata se non aiuterà le persone che cercano un luogo dove vivere senza paura e dal 23 al 26 maggio i 400 milioni di cittadini europei voteranno per eleggere non solo il nuovo Parlamento europeo, ma anche quale futuro vorranno dare alle prossime generazioni, magari riflettendo ai moniti dei giovani sui cambiamenti climatici e su una Europa del libero scambio di idee e di merci.

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Europa: Il clima delle nuove generazioni

Uno degli ambiti di conflitto tra le differenti popolazioni europee è il rapporto con i cambiamenti climatici, come lo dimostra la pacatezza dell’Unione europea e dei singoli parlamenti, e quando i governanti prendono dei provvedimenti “ambientalisti” una parte della popolazione esprime il suo dissenso per i costi che comporterebbe al loro bilancio famigliare nel cambiare le metodologie di vita.

Sembra sempre più difficile la convivenza tra l’Europa urbana e quella rurale, così il benessere metropolitano permette di guardare il futuro senza idrocarburi, mentre la mancanza di infrastrutture nella provincia non permette di rinunciare ai derivati del petrolio per la mobilità.

In questo ambito si inserisce la silenziosa protesta della giovane svedese Greta Thunberg che dopo anni di lettere e appelli decide, nel 2014, di protestare davanti al Parlamento del suo paese per sollecitare una diversa politica ambientale e contrastare i cambiamenti climatici.

Una protesta iniziata in sordina che ha raccolto dei giovani proseliti in tutta Europa, trovando pessimi i governanti impegnati a muoversi su dei tornaconti elettoralistici immediati invece di guardare al futuro per figli e nipoti.

La mobilità elettrica aiuterà a rendere l’aria delle città meno inquinata e con un’oculata gestione delle riserve idriche limiterebbe il moltiplicarsi degli incendi, ma anche le scelte alimentari possono porre un argine allo scioglimento dei ghiacciai.

Il manifestare davanti ai parlamenti delle varie città europee possono rendere visibile lo scontento ed indirizzare le politiche economiche, ma anche il comportamento dei singoli aiuterebbe l’ambiente a non uccidere la flora e la fauna.

Una marcia per preparare la manifestazione che si terrà il 15 marzo in tutto il mondo “Global strike for future” .

Greta Thunberg era presente, lo scorso dicembre, alla COP 24 (Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite) tenutasi nel sito carbonifero polacco di Katowice, additando gli adulti che si rifiutano di confrontarsi con le nuove generazioni e gli scienziati, rendendo, con il loro comportamento infantile, ogni conferenza inconcludente.

Nell’intervento di John Lanchester Climate change is the deadliest legacy we will leave the young, sul quotidiano The Guardian di febbraio avanza l’ipotesi che la peggiore eredità da lasciare ai giovani non è l’inflazione, le pensioni e l’austerità, ma il cambio climatico e  riscontra nella questione ambientale il vero motivo della disuguaglianza intergenerazionale.

Sempre a febbraio, sul The Guardian, David Wallace-Wells afferma, con l’articolo ‘The devastation of human life is in view’: what a burning world tells us about climate change di non essere stato un ambientalista e non pensa a se stesso come un amante della natura, ma come un “animale” urbano, circondato da tutti i gadget che gli rendono la vita facile, ma è stato sempre convinto della necessità di un ambiente pulito, accettando anche un compromesso tra crescita economica e salvaguardia della natura, perché la più grande minaccia che la vita umana sul pianeta abbia mai affrontato sono i cambiamenti climatici.

Con l’enciclica “Laudato si’ Papa Francesco esprime tutta la sua preoccupazioni per l’ambiente e la necessità di difendere la Natura o il Creato come meglio si preferisce, anche per il fatto che dal Protocollo di Kyoto (1997) a quello di Parigi (2015) non è cambiato nulla. Tanti buoni propositi, ma pochi i passi concreti, come dimostrano Cop24 di Katowice e gli incontri di Marrakech (Marocco) nel 2016 e di Bonn nel 2017, i grandi politici non sono andati oltre al fissare le regole per applicare l’accordo di Parigi.

Oltre oceano è Alexandria Ocasio Cortez, di poco più di un decennio più grande, la più giovane deputata eletta a Washington, che propone la Green New Deal, spingendo i democratici a sostenere una soluzione al cambiamento climatico in contrapposizione alla politica carbonifera di Trump.

È in atto una sorta di scontro tra le metropoli e le aree rurali, tra gli anziani non tutti restii ai cambiamenti e i giovani in gran parte aperti al Mondo, come si è potuto constatare nella ripartizione dei voti pro e contro la Brexit o nelle politiche polacche.

Il Futuro, non solo dell’Europa, è nelle mani delle nuove generazioni, come ottimisticamente viene annunciato su Liberation con Nous, enfants du XXIe siècle, allons prendre les commandes .

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Europa: Il futuro delle diseguaglianze

L’insulto e la mancanza di empatia da parte di certi politici diventa sempre più evidente con le continue “lezioncine” di Macron, come nel caso dell’arrogante risposta con la quale stigmatizzava l’affermazione del giovane disoccupato che non riusciva ad ottenere alcuna risposta al suo continuo inviare curricula, con un «Je traverse la rue, je vous trouve un emploi».

Al presidente francese gli basta attraversare la strada per trovare lavoro ed accusare i francesi di essere refrattari ai cambiamenti, al non voler trasferirsi, ma due articoli sui giornali statunitensi mostrano come il problema non è il trovare un posto di lavoro dopo il crollo della Lehman Brothers, ma avere un giusto compenso per poter vivere.

Nell’articolo “Americans Want to Believe Jobs Are the Solution to Poverty. They’re Not.” del NYT, la soluzione alla povertà non è avere un lavoro, come viene ribadito dal Time con I Work 3 Jobs And Donate Blood Plasma to Pay the Bills.’ This Is What It’s Like to Be a Teacher in America.

C’è chi insegna e poi si barcamena tra metal detector e visite guidate per poter non solo pagare le bollette, ma avere una vita dignitosa. Certe volte non basta e si sceglie di “donare” il sangue o magari vendere i propri vestiti. Questa è la “middle class” della provincia statunitense “fortunata” e poi ci sono gli indigenti, quelli che vivono, secondo l’Istituto nazionale di statistica e studi economici (Insee) francese, 13 anni meno dei ricchi, al maschile, i quali potendo vantare un tenore di vita medio di 5.800 euro al mese, possono ambire a restare in vita quasi 84 anni, mentre è probabile che chi ha 470 euro al mese non riesca ad arrivare al 72esimo compleanno.

In Russia le aspettative di vita scendono a 64 anni per gli uomini, mentre in Italia e in Spagna è intorno agli 80/84 anni senza essere benestanti, ma la qualità della vita non è comunque delle migliori.

Gli anni ‘70 con i suoi conflitti hanno portato una rinascita culturale ed economica che negli anni ‘80 è ‘90 si è consolidata tanto da far pensare che nel futuro poteva solo andar meglio, ma l’incapacità del centro destra nel gestire l’euro ha portato all’impoverimento di gran parte degli italiani, che solo ora sembravano di intravedere un lumicino, ma è stata presentata la “manovra popolo” che alcuni hanno voluto ribattezzare “manovra contro il popolo”, perché è manovra in deficit che può spaventare i mercati. Una manovra ispirata dalla Francia, senza voler contare che la situazione francese è ben diversa da quella italiana.

La Francia conta un Pil in rapporto con il debito pubblico pari al 96,4 , mentre l’Italia ha il 130%, poi ci sono altri fattori sommati di esposizione, ma in definitiva la Francia offre maggiori garanzie dell’Italia per gli investimenti/prestiti finanziari, pertanto è un rischio per gli italiani affidarsi ad una manovra in deficit per puntare alla crescita: immettere maggiore denaro non è una garanzia che poi circoli, perché si tagliano le tasse avvantaggiando però la fascia alta della società che è minoritaria nella popolazione.

Macron, nel tentativo di confutare l’appellativo di “presidente dei ricchi”, vuol varare un investimento di 8 miliardi in quattro anni, mentre il connubio pentastellato leghista vuol farsi amici tutti con il “reddito di cittadinanza” che dovrà essere modulato con dei controlli per renderlo inaccessibile agli “indigenti” dell’economia sommersa, del lavoro in nero, da una parte e dall’ altra con la Flat tax per rendere i facoltosi più ricchi, mentre chi non dovrebbe avere dei vantaggi è la fascia sociale media, quella più numerosa e che si troverà nel bel mezzo di una crescente disuguaglianza, fomentata dall’indebitamento.

Una disuguaglianza, quella italiana, che non si limita nel evidenziare la disparità tra gruppi sociali, ma anche tra le diverse aree geografiche. Una povertà che il Rapporto Caritas 2018 sentenzia in crescita, nel meridione tra gli italiani nel nord tra gli stranieri.

La mancanza di empatia, mascherata da un menzognero interesse per alcuni a discapito di altri, sembra la sigla distintiva della politica interessata a raccogliere consensi da un elettorato che ha dimenticato o non ha ancora scoperto che può avere una sua opinione e non è necessario accodarsi a chi grida e spaccia le sue decisioni per scelte popolari.

Si agita lo spauracchio di complotti “demo-pluto-giudaico-massonici” di tragica memoria, prendendosela con i tecnocrati di Bruxelles, con l’Unione europea incompiuta e con Soros, quando un governo pentastellato leghista si prepara a condonare, sotto mentite spoglie, i miliardi dovuti allo Stato.

Poi ci sono le scelte temerarie che hanno portato lo Stato a scommettere sui derivati per ridurre il deficit, creando una lacuna, tra il 2006 e il 2016, nei conti pubblici per quasi 24 miliardi di euro, ponendo la manovra all’attenzione della Corte dei Conti.

Il pentaleghismo parla di un complotto dilagante che coinvolge anche la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale e le agenzie di rating: l’Italia contro tutti questi miscredenti.

Orban ha usato Soros come “nemico”, ora anche i leghisti ne vorrebbero trarre vantaggio nell’additarlo come un capitalista impegnato nella solidarietà e di origine ebrea, d’altronde anche Trump ha imputato a Soros l’organizzazione delle manifestazioni contro la nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema.

Anche il NYT potrebbe, se riescono a leggere almeno solo il titolo dell’articolo, rientrare tra chi complotta contro l’Italia “Why Italy Could Be the Epicenter of the Next Financial Crisis” (Perché l’Italia potrebbe essere l’epicentro della prossima crisi finanziaria), mentre The Economist amplia il panorama della prossima recessione con “The next recession”, coinvolgendo Trump e la sua guerra commerciale.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, oltre a rinnovare l’ammonimento sul prepararsi ad una nuova crisi ed a ricordare all’Italia che come membro della Ue è tenuta a rispettare le regole, pone l’accento sulla necessità di affrontare le crescenti diseguaglianze dei redditi e delle ricchezze non con delle politiche nazionali, come dimostrano i condoni italiani mescolati a redditi di cittadinanza, ma con uno sforzo comune a livello internazionale.

I vari governanti annuiscono alle affermazioni di Christine Lagarde, per molti una moderna Cassandra, ma continuano nello sport nazionale di ottenere un prestito senza rendersi conto che si perde un po’ della propria sovranità e chi ha elargito vuol proteggere comunque i suoi investimenti.

Il ministro francese degli affari europei Nathalie Loiseau, in un’intervista al quotidiano francese Le Monde (Budget italien: la ministre des affaires européennes française conteste l’argument démocratique invoqué par Rom), ammette le « trasgressioni” della Francia, ma ritiene anche difficile per l’Italia riuscire a coniugare le richieste degli elettori della Lega Nord e del Movimento a 5 stelle, tra la flat tax e l’amnistia fiscale con il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni.

Al coro dei preoccupati per lo spread si aggiunge anche Draghi, governatore della Banca centrale europea, aggiungendo che non ha la “Cristal bowl” la sfera di cristallo per predire il futuro, ma la Bce non è stata istituita per finanziare i deficit nazionali. Uno spread sui 300 punti solo perché i governanti italiani non riescono a convincere l’Europa nella volontà dell’Italia di rimanere nella Ue e nell’eurozona

È difficile prendere sul serio chi proclama di voler rimanere nell’Unione quando dichiara di non rispettare le sue regole e c’è anche chi prospetta, visto il consolidato risparmio italiano, un “autofinanziamento”.

L’Italia gioca sulla scadenza dei vari commissari europei, con le elezioni, e la Ue cerca di procrastinare ogni decisione punitiva per non fomentare umori antieuropeistici.

I due si studiano, aspettando le elezioni europee di primavera, a spese di quegli italiani che hanno qualcosa da perdere senza saperlo.

L’Italia è lasciata sola, in questa battaglia, anche dagli altri paesi che proclamano l’euroscetticismo, ma che gridano il rispetto delle regole.

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Europa che si emancipa

L’Europa esiste, nonostante le minacce dei sovranisti leghisti e dei nazionalismi di Visegrád, forse non per essere una grande nazione, ma sicuramente come una forte confederazione, se riuscirà ad unificare le strategie economiche e la politica estera, trovando in un esercito europeo una forte coesione.

Come una forte coesione darebbe un Servizio civile europeo che possa offrire alle nuove generazioni delle occasioni non solo di essere coinvolte in attività sociali, ma anche di studio e conoscenza in qualsiasi paese dell’Unione.

Nella prospettiva delle Elezioni europee solo un’Unione che integri e che riesca a coinvolgere tutti i paesi aderenti sarebbe l’unico argine agli egoismi dei capi banda capaci solo di additare nemici. Gli appelli ad un fronte anti populista come quello lanciato da Massimo Cacciari può aprire ad un impegno militante degli intellettuali, se mai ha avuto senso questo vocabolo da trent’anni a questa parte.

La chiamata alle “armi” contro le destre sovraniste o nazionaliste che siano non ha prodotto risultati clamorosi, escludendo le parole di consenso di alcuni politici, come il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, per dare vita a un “campo largo”.

Walter Veltroni non si limita a ribadire la necessità di un dibattito sulla costruzione dell’alternativa, ma di distinguere il populismo da questa destra estrema che non si limita ad evocare una società chiusa, ma sbeffeggia il pensiero degli altri e lo demonizza, oltre a mettere in discussione il valore della democrazia rappresentativa, scagliando i propri anatemi contro il “nemico” di turno.

Nel 2015 una serie di intellettuali (Roberto Castaldi, Edmond Alphandery, Enrique Baron Crespo, Franco Bassanini, Vitor Bento, Lorenzo Bini Smaghi, John Bruton, Carlos Closa, Anna Diamantopoulou, Sergio Fabbrini, Franco Gallo, Anthony Giddens, Daniel Innerarity), avevano firmato un appello agli organi dell’Unione europea per integrazione bancaria fiscale economica politica, ma rimase inascoltato.

Anche altri politici hanno espresso la volontà di costruire un cosiddetto “campo largo” che comprenda la sinistra e il centro sinistra, ma è necessario impegnarsi perché manca meno di un anno alle prossime consultazioni europee e non è stato scandito a chiare lettere come dovrebbe essere questa Europa unita.

Sappiamo che dovrà essere ospitale e solidale, ma non basta per mettere d’accordo centinaia di milioni di persone, in gran parte interessate a sapere cosa ci guadagnano concretamente e non filosoficamente. Se si esclude l’impegno europeista di Emma Bonino, con la sua +Europa https://piueuropa.eu/, che si può sintetizzare con l’obiettivo di realizzare gli Stati uniti d’Europa, nessun altro europeista ha contribuito all’Europa dalle molteplici culture.

Gli Stati uniti d’Europa strutturati con un’unica politica economica ed estera, oltre alla difesa integrata, non avrà bisogno di tutori o padrini e l’ultimato di Trump a tutte le nazioni che intendono continuare a fare business con l’Iran potrebbe essere l’occasione per l’Europa di affrancarsi dai capricci statunitensi tronfi e obesi che non possono continuare a mangiare all’infinito: forse è tempo di mettersi a dieta.

In un’epoca dove gli schieramenti sono fluidi, le alleanze variabili e i fronti indefiniti, l’Europa deve contare su sé stessa per una globalizzazione prima di tutto interna che si rapporti concretamente alle realtà locali.

Gianīs Varoufakīs, economista e ministro delle finanze nel primo governo Tsipras, nel 2016 ha lanciato il Democracy in Europe Movement 2025, un movimento politico paneuropeo che cerca di sensibilizzare, criticamente, all’europeismo.

La voglia di Europa si esprime in vari modi ad esempio con Europeana, un sito web inaugurato nel 2008 e cofinanziato dall’Unione europea, che non si limita ad essere un accesso, anche se macchinoso, al patrimonio bibliotecario diverse istituzioni dei paesi membri, ma anche alle opere d’arte e di argomenti storici.

Europeana, nel primo giorno, non resse i 10 milioni di utenti e venne riproposta nel gennaio del 2009 con, inizialmente, più di metà dei contenuti forniti dalla Francia, in gran parte della il 10% dalla Gran Bretagna, l’1,4% dalla Spagna e l’1% dalla Germania.

L’Italia è presente con il portale nazionale CulturaItalia e la Francia con Bibliothèque nationale de France e la Germania, dal 2012, contribuisce con Deutsche Digitale Bibliothek.

Non può essere un Europa dei volontari vuoi in ambito migratorio e ora anche per l’utilizzo dell’ora solare o legale e magari scegliere a quale fuso orario aderire. Non è così che si realizza il sogno di Ventotene di un’Unione europea.

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