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Alla ricerca degli artisti perduti 15

Jef Bourgeau (1950)

Sì, c’è molta cultura figurativa della tradizione americana in questo dipinto : fantasia, piacevolezza, magia del colore in chiave favolistica e piacevolmente illustrativa. In fondo può ben figurare in un cartone animato di Walt Disney (e non lo sto deprezzando..). I disegni animati e la loro accesa e ricca cromaticità, nello stupore di una natura incantevole, denunciano la tendenza estetica di una grande terra giovane e ottimistica che si esprime meglio in un racconto per fanciulli che con involute e complesse stratificazioni umorali….Un incrocio fra il simbolista Serusiér e l’americanissimo Hopper!

FERNAND LEGER (1881 – 1955)

Una pittura “meccanica”, con tutta la rigidità e la freddezza del metallo che ripudia la magnifica fragilità, la sensualità, il sentimento dinamico del pathos e il “panta rei” : l’infinito scorrere del divenire vitale….Una pittura “ragionata” la sua, precisa come un ingranaggio implacabile e inattacccabile.

CARLO CARRA’ (1881/1966)

Straordinario artista che visse una stagione di grande rinnovamento estetico e culturale a fianco dei “futuristi”, assumendo insieme a Balla e Boccioni la guida di punta del Movimento.

La storia è nota. Ma qui mi piace sottolineare come la lunga carriera artistica di Carrà lo portò a trasformare e arricchire la sua ricerca in ambiti poi diversissimi dai trionfi del Futurismo.

Ci fu un periodo della sua pittura che fu definito in vari modi, per la sua essenzialità e nuda sintesi figurativa, come “primitiva”, arcaica o altro…Io la definirei a ragion veduta “preraffaellita”, se questo attributo non fosse già stato usato per designare un gruppo di artisti inglesi che operarono alla fine dell’800.

Essi si proponevano di ritornare alla purezza e alla semplice monumentalità di Giotto e dei “giotteschi”. Intento che rimase poi solo nella proposta, sicché poi di “primitivo” ed essenziale restò ben poco nella pittura raffinatissima del più puro Decadentismo di questi artisti.

Essenzialità, primitiva purezza e semplicità arcaica che invece distingue questo tardivo periodo di Carrà : guardate per esempio questo suo dipinto ” Le figlie di Loth”.

Per cui, paradossalmente, questo suo amore per la pittura italica del ‘200 e ‘300, invero lo dovrebbe definire “giottesco” e “pregiottesco”, e quindi “preraffaellita!”

CECCO BONERI o Cecco del Caravaggio – (1589-1630?)

Fu, pochi sanno, garzone di bottega, tuttofare, modello e, forse, si vocifera anche amante del maestro.

Eternato, il vivace ragazzo, in molti capolavori del Merisi ( “Amor vincit omnia”, “Davide e Golia” e altri), fu anche spesso aiutante nella stesura di base di molte tele, ed essendo vivace di intelletto e facile ad apprendere, approfittò dei molti consigli del maestro per poi prodursi egli stesso come pittore, ovviamente nello stile caravaggesco, pittore per niente trascurabile ma anzi vitale e di una qualche sua originalità.

Il guaio è che non firmava mai le sue tele se non questa che pubblico :” Gesù scaccia i mercanti dal Tempio”, dipinto davvero notevole per qualità dinamica e compositiva, ( si noti la massa dei mercanti che si piega come un’onda umana sotto i colpi della sferza di Cristo). oltretutto Cecco, da buon osservatore, replica in parallelo alla diagonale umana la diagonale di luce che taglia la scena, elemento costante e riconoscibile del maestro.

Che altro dire? Cecco ebbe vita breve e poco si sa d’altro se non che, ragazzaccio rissoso e “fumantino” come Caravaggio, con lui spesso si ritrovò per taverne equivoche, anche lui svelto di pugnale e facile all’alterco.

Un personaggio tutto sommato “colorito”, tipico di quelli anni movimentati ma ricchi di arte e di artisti, anni confusi ma di gloriose produzioni e proposte che dettarono poi legge, da Caravaggio e i caravaggeschi, alla pittura dell’intera Europa.

Francesco detto Cecco avrebbe sicuramente interessato, con i suoi chiaroscuri e vicende alterne, certo Romanticismo dell’inizio ‘800 che volentieri ne avrebbe fatto un suo personaggio affascinante e misterioso.

Alla ricerca degli artisti perduti 14

Antonio Mancini ( 1852 – 1930)

Straordinario questo dipinto “liquido” nelle sue dissolvenze che coniuga attenzione e sensibilità alla resa momentanea della realtà che trasfigura genialmente nell’astrazione … Mi ha fatto pensare a Turner, ma a un Turner che rifiuta i grandi orizzonti romantici per un minimalismo poetico che nel dettaglio contiene l’intuizione del tutto.

Da Duchamp a a Cattelan

.. Infatti nasce tutto da lì, dai “dada”, reiterati poi nella Pop Art della seconda metà del ‘900: la riscoperta dell’oggetto di uso comune a emblema concettuale. Va bene, ma secondo me l’oggetto in sé, nudo e innocente, doveva fare un percorso minimo di elaborazione per tradurre in modo creativo e soggettivo l’idea iniziale (vedi gli stupendi “scarponi” di van Gogh).

Invece tutto ciò, dagli inizi del ‘900 fino ad oggi, imperversa l’alibi, da Duchamp a Warhol a Cattelan. alibi che purtroppo ha dato l’agio a innumerevoli “operatori” del concettualismo, digiuni di tecnica e qualità creativa, di imporre ed elevare i loro oggetti a veri e propri diktat culturali …

Jackson Pollock (1912 – 1956)

Uno dei casi rarissimi in cui la violenza istintuale predomina sulla volontà estetica… Infatti, in questi eventi, per una sorta di automatismo inconscio, l’artefice agisce secondo impulsi innati che portano infallibilmente ad un risultato inevitabile, una struttura, un disegno…

Alla ricerca degli artisti perduti 13

Winslow Homer (1836 –1910)

Fu pittore statunitense di stile naturalista improntato ad un vigoroso realismo che non tradì mai, nemmeno quando frequentò a Parigi gli impressionisti francesi con cui pure condivise l’attenzione e l’amore per la realtà.

Fu celebre illustratore della guerra civile americana che da buon cronista vide e sperimentò da vicino. Visse per due anni in Inghilterra, tornando poi in patria: fu il periodo dei paesaggi marini, dei pescatori solitari e le loro difficoltà di eroica sopravvivenza in lotta con gli elementi naturali.

Nel dipinto qui proposto intitolato ” Alla finestra” Homer vive un momento di delicato intimismo nel tepore della luce campestre che modella una figura adolescenziale, in una pausa di malinconica riflessione.

Piet Mondrian (1872 – 1944)

Un artista dalle potenzialità straordinarie, un autentico studioso della materia figurativa nelle sue dinamiche e potenzialità, purtroppo, dico purtroppo, (e me ne assumo la responsabilità critica) completamente sacrificatosi poi sull’altare della rigida se pur significativa concettualità simbolica e filosofica nell’indagare i moventi essenziali della struttura elementare, rinunciando alla bellezza e alla qualità estetica dei suoi dipinti precedenti alla sua “conversione” astratta; dipinti pregevoli del resto, summa di quel simbolismo nordico (Munch), ma ancor più innervato di quella malinconica riflessione nell’evocare atmosfere di luci, nebbie e cromie, nella stupefazione quasi mistica di una natura trasfigurata dalla contemplazione amorosa dell’artista.

Egon Schiele (1890 – 1918)

Eppure c’è qualcosa nella pittura di Schiele, sicuramente prepotente originale e intensa, che sento come sgradevole; è la frigidità di uno scienziato dell’anima nel rappresentare l’incombere della morte in ogni cosa, o ancor più della spietata miseria della carne e della sua eredità di dolore e di pena.

Quasi sento il metallo tagliente di un bisturi e la freddezza di un anatomista. Egli ebbe l’amara capacità di conoscere e penetrare, ancor giovane ( morirà a 28 anni), il  necessario destino della vita e dei suoi slanci, nel livido apparire del suo disperato nichilismo.

Giulio Ruffini (1921 – 2011)

Artista romagnolo di solido impianto verista, con spatolate e drastici tagli che ricordano Guttuso e l’impegno sociale di Carlo Levi; senonché c’è in Ruffini una sincera attenzione per lo spazio e le forme che ha radici ottocentesche, forse nell’aspro Courbet.

Usa la macchia ma rifiuta la solarità degli impressionisti, in certe figure tratteggia la fissità ieratica di Gauguin, ma in sostanza senza eroismi e drammi descrive il suo mondo, rurale e provinciale, un piccolo mondo di affetti e tradizioni della sua gente emiliana.

Provinciale sì, ma con modi e soluzioni di temperamento dichiaratamente espressionista, nell’alternare là dove indugia nell’intimismo, e altre volte nel risolvere con sintesi sicura il cuore di un’umanità ferita.

Cattelan e la banana

Va bene. L’arte non deve necessariamente essere espressione di elevazione estetica, bellezza formale e grazia. Qui nessuno vuole tornare al Neoclassicismo o all’età d’oro di Fidia. D’accordo. Ma prendiamo per esempio l’Espressionismo ( Schiele, Kokoscha, Munch ecc.). Questi artisti esprimono una dimensione fortemente critica, financo dolorosa o addirittura sgradevole (Francis Bacon), se non in totale dissoluzione (Pollock) di una società evidentemente in crisi, violenta, opprimente e aberrante (Otto Dix, Grosz,Soutine ecc.)…. Ma ,vivaddio! Anche l’artista più rivoluzionario “scandaloso” e dirompente (le “Demoiselles d’Avignon” picassiane) determina comunque un linguaggio,una sua estetica ,una sua qualità formale, astratta o figurativa che sia, un suo codice cespressivo, per cui possiamo sempre parlare di gesto creativo, di arte.

Siamo sicuri che la banana o i “cessi” di Cattelan, o altri divulgatori simili, siano le uniche proposte capaci di scuotere e far riflettere e riconsiderare gli eventi negativi di una società smarrita in cerca di risposte?

Mi permetto di restare nella convinzione che un artista, nel vero che sia, può determinare qualsiasi linguaggio di rottura o rivoluzionaria sperimentazione, sì, ma lavorando ed elaborando una sua categoria formale.

Credo fermamente che il cosiddetto “mercato” internazionale che asseconda (da decenni!) le performance in questione, non solo non serve a dirimere e chiarificare necessità di denuncia e tantomeno a proporre nuove devianze estetiche, ma ancor più crei alibi e confusione in un mondo dell’arte già di sé bastante confuso e disorientato.

Tranquillo Cremona (1837 – 187)

Il languore non plus ultra dello sfumato nell’ultimo strascico del Romanticismo; e la passione amorosa che si stempera nel calore delle guance malate d’una febbre cromatica.

Ardori, passioni, svenimenti e abbandoni di provinciali Bovary di un pittore dedito alla dissipazione malinconica dell’ultimo “scapigliato” che chiude coerentemente con la morte da saturnismo ( spalmava il piombo dei suoi colori con le dita sulla tela).

Non so perché, associo da sempre la pittura di Cremona alla grigia dissolvenza borghese nella penombra del salotto “buono” tutto un secolo di slanci ed eroiche follie, di bandiere al vento, di “..chi per la patria muor..”, e santi condottieri!

Alla ricerca degli artisti perduti 12

Paul Klee Astratto

… L’astrattismo di Paul Klee come un ricamo, un pizzo di Fiandra, un geroglifico gotico di trasparente eleganza, senza urla e senza eccessive malinconie: l’apparenza trasfigurata nella raffinata calligrafia di un poeta sicuro e preciso come un chirurgo dell’anima.

Giovanni Carnovali, (anche Carnevali) detto Il Piccio (1804-1873)

Pittore di scuola lombarda, fu artista di temperamento romantico ,ma di un romanticismo temperato e riflessivo, sopratutto nei ritratti in cui diede ottimi risultati, parimenti influenzato dal più classico Hayez e il più dinamico Delacroix.
Ma è nelle figurazioni mitico/allegoriche che il Piccio libera un temperamento arioso e innovativo in cui le figure si mescolano alla luce di una dissoluzione cromatica che prelude alla pittura di Segantini, e forse ancor più a certe liquide dissolvenze di Monet.

Telemaco Signorini – Strada della Capponcina.

Ecco uno scorcio apparentemente banale di vita paesana: una stradina, un muretto, una luce mattutina, un silenzio…Ma nella quotidianità di un vissuto semplice e scontato è la poesia vera dell’umana esistenza, una dimensione emozionale fortemente radicata nei suoi valori di tempo, di spazio, di luce e di memoria…che altro è la poesia?

Rubens

Non mi piacciono gli eccessi barocchi tipici in Rubens, eccessi che spesso non trovano ragione nella drammatizzazione della scena ma vivono del puro piacere estetico della forma; ma trovo straordinaria la dinamicità in questo dipinto, un movimento che trova nella curva del Cristo morto la chiave di volta quasi di uno spartito musicale…

Maurizio Cattelan: la fortuna di fare notizia

….Ancora e sempre “messaggi”, pretesa ironia, concetti, significati…Va bene, e l’opera? L’opera conta, la forma, il suo valore estetico; non si può fare un’opera d’arte solo con i “contenuti” e le pretese rivelazioni pseudo filosofiche…E’ come venderti una cornice che promette un dipinto che non c’è….In altri termini, non basta snocciolare la trama dell’Amleto: bisogna scriverne i versi, parola per parola, altrimenti sono solo fatterelli, pettegolezzi e ideuzze. Non prendiamoci in giro per favore!

Acqua benevola di vita o malevola matrigna

Il sesto Obiettivo del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo è dedicato all’Acqua pulita e ai servizi igienico-sanitari, affinché non ci sia più una persona su tre senza servizi igienici, perché le popolazioni senza Acqua pulita e servizi igienico-sanitari sono maggiormente vulnerabili ad ammalarsi e a morire.

Nelle baraccopoli africane come in quelle sudamericane, nei campi profughi come a Gaza, i bambini giocano tra acque stagnanti e senza Acqua potabile e servizi igienici.

Si muore sia per mancanza di Acqua che per la sua eccessiva presenza, ma non tutti sono consapevoli di cosa vuol significare avere o non avere l’Acqua.

Una mostra dedicata all’Acqua come elemento di vita, ma anche come motivo di conflitto, non ad un l’utilizzo metaforico come strumento per lavare la propria immagine incrinata da qualche discutibile precedente comportamento, ma come momento di riflessione di quanto una minoritaria parte dell’umanità ha tanta acqua da potersi permettere di sprecarla e quante persone ne soffrono per sua mancanza.

L’Acqua attraverso le opere di una ventina di artisti, dal figurativo all’astratto, che hanno usato la pittura, la terracotta, la fotografia, l’assemblage, le performance e il video, per rappresentarla benevola come fonte di vita o una malevola matrigna come causa di alluvioni e conflitti.

Artisti come Carlo Ambrosoli, Elisabetta Bertulli, Gregorio Gumina e Tiziana Morganti, in un alternarsi di drammaticità e di mito, propongono l’Acqua come ostacolo per raggiungere un luogo ideale, come un’isola, per ricostruirsi una vita.

Claudia Bellocchi, il binomio DESART2 (Alessandra Degni – Simona Sarti), Ada Impallara, Giacomo La Commare e Bianca Lami, propongono una narrazione astratta, per offrire una visione di un’Acqua tumultuosa o placida, attraversata dalla luce o dalla tenebre che rasentano impressionismo.

Luigi M. Bruno, con segni fluidi, offre una lettura dell’Acqua sia di vita che di conflitto e secondo la sponda da cui si guarda, mentre l’acquerello di Alessandra Parisi, da una visuale aerea, propone un fiume che scorre tra piante, la cui tranquillità viene interrotta dalla bellicosa opera dell’uomo.

Bruno Menissale e Cosetta Mastragostino, sembrano affrontare l’apparente immobilità dell’Acqua di una laguna, il primo con plumbee atmosfere, mentre la seconda, con le cromaticità del verde, sono delle piante ad uscire dallo spazio del racconto.

Eclario Barone propone le luci e le ombre, con la cripticità dell’Acqua e si contrappone alla narrazione del fiume conteso nell’opera descrittiva di Massimo Napoli, mentre Tania Kalimerova, delicatamente, affronta la tematica della siccità.

La morbidezza della ceramica di Elizabeth Frolet dialoga a distanza con il lavoro di Daniela Passi, non tanto perché sembra scaturire da reminiscenze Dadaiste, ma per la capacità onirica di rimaneggiare e assemblare oggetti del quotidiano, come nella fluidità delle forme nel narrare.

Le fotografie di Toni Garbasso e di Graziella Reggio sono delle testimonianze immaginative dell’Acqua, la prima nel suo fluire in un’ambientazione crepuscolare, mentre la seconda è avvolta in un’atmosfera melanconica, con la nebbia che avvolge il ponte e la natura e sembra presagire alla siccità.

I video di Eleonora Del Brocco, Daria Lior-Shoshani e Chantal Spapens, passano dal documentario-reportage alla fiction, sino alla testimonianza poetica e performativa.


ACQUA
di vita – di conflitto
Dal 12 ottobre 2024 al 10 gennaio 2025

Con le opere degli artisti:

Carlo Ambrosoli, Eclario Barone, Claudia Bellocchi, Elisabetta Bertulli, Luigi M. Bruno, Eleonora Del Brocco, DESART2 (Alessandra Degni – Simona Sarti), Elizabeth Frolet, Toni Garbasso, Gregorio Gumina, Ada Impallara, Tania Kalimerova, Giacomo La Commare, Bianca Lami, Gianleonardo Latini, Cosetta Mastragostino, Bruno Menissale, Tiziana Morganti, Massimo Napoli, Alessandra Parisi, Daniela Passi, Graziella Reggio, Daria Lior-Shoshani, Chantal Spapens

Inaugurazione il 12 ottobre 2024 alle ore 10.00
Presso la Fondazione MAGIS ETS in via degli Astalli, 16 a Roma

Orario: dal lunedì al venerdì dalle 15.00 alle 17.00
Per informazioni e su appuntamento:
tel. + 39 06 69 700 32
michisanti.p@fondazionemagis.org

Nell’ambito di Arte solidale e in collaborazione con il collettivo Artisti Oltre i Confini
a cura di Gianleonardo Latini