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L’eros non è un venticello

La musica. E’ stata definita innumerevoli volte, da autorevoli bocche, la più sensuale delle arti. Sensuale non perché prodiga di arti ammaliatrici ed erotiche, ma perché proprio per la natura dei suoni essa più di tutte si appella attraverso il senso dell’udito ad evocare impressioni ed emozioni “sensuali” prima ancora che razionali.

E’ stata probabilmente, in tempi remotissimi, la prima delle arti, sorella di magie rituali e di evocazioni mistiche, rivelatasi in parallelo alla voce umana, e di essa accentuazione e rinforzo. Questa sua origine magica, inafferrabile, le è rimasta sempre nel profondo.

Nel buio di una sala, lo scaturire come dal nulla di suoni armonici, porta con sé ogni volta un piccolo brivido, una piccola gioia sensuale che ci accomuna nell’udire e partecipare ad un evento quasi miracoloso.

La parentela poi tra musica ed eros dichiarato è documentata, nel corso dei secoli, da costumi e culture. In età classica l’elegante prostituzione delle “etère” era legata alla loro abilità di musiciste, e dire “flautista” era lo stesso che dire raffinata meretrice. Del resto, ancora oggi in oriente il primo requisito delle geishe, accanto all’arte amatoria, non è forse l’abilità musicale?

Sono tradizioni oggi in occidente quasi scomparse, ma sempre è rimasto l’Eros ad ispirare molti autori.

L’amore, con i suoi piaceri e le sue afflizioni, fu particolare musa dei madrigalisti cinque-secenteschi: per tutti il, nome di. Claudio Monteverdi che d’Annunzio amava definire “il divino Claudio” per la dolcezza e l’ardore della sua ispirazione erotica, pur depurata dall’eleganza di un’attentissima maestria armonica.

L’eros, del resto, serpeggia e trionfa in quasi tutta la musica del XVIII secolo.

Un eros elegante e licenzioso, malizioso ed incipriato, divertente e dispettoso, da Pergolesi a Vivaldi, da Gluck a Cimarosa, da Haendel a Paisiello, forse con l’unica straordinaria eccezione di un Bach che prende distanza dai piaceri terreni per attingere all’ispirazione spirituale (pur con l’eccezione di un paio di cosiddette “cantate profane”).

Poco più tardi, l’erotismo mozartiano conclude gloriosamente tutta la tradizione secolare di levigata e civilissima sensualità musicale, trionfando negli ammiccamenti e negli approcci dei suoi indimenticabili protagonisti nel “Don Giovanni”, in “Così fan tutte” e nelle “Nozze di Figaro”. Siamo nell’età dei colti libertini.

Col Romanticismo si inaugura invece un eros meno limpido e disinibito.

Il profondo legame fra Eros e Thanatos (Morte) diventa indivisibile.

La passione dei sensi si colora di fatalità, si ammanta dei tragici coturni, esplode nel sangue, si consuma nell’esito inevitabile della morte.

Può essere il Verdi della “Traviata”, dove l’amore è costretto dal codice morale alla rinuncia, ma anche il Donizetti della “Lucia di Lammermoor” dove la passione perseguitata sfocia nella pazzia e nel suicidio, o il Bizet della “Carmen” dove l’eros ferino e violento corre spavaldo verso il sangue dell’arena: l’ispirazione musicale romantica vive comunque la sensualità come una tragica irresistibile colpa.

Man mano poi che la stagione romantica si racchèta e si illanguidisce, sul finire del secolo, l’eros, anch’esso più languido e meno tragico, vive di dolcissime e quasi perverse estenuazioni insieme alla stagione dei simbolisti e dei “nabis”, insieme agli arabeschi erotici di Wilde e Huysmans, nei sogni incantati di una generazione colta,sensibile al richiamo dei sensi, unica terra promessa, unica divinità alla quale sacrificare, nella rinuncia di ogni altra idealità, nel pessimismo totale di un’umanità non più riscattata, fiorisce l’ispirazione musicale per un amore carnale che ad antichissimi miti idealmente si ricollega.

La sensualità è per questi artisti il senso stesso della vita, l’unica coerenza; nel piacere e nella ricerca del piacere lo stile della loro vita.

Dopo l’ultimo fragoroso Wagner, dove nel “Tristano e Isotta» in una specie di ininterrotto, tempestoso orgasmo, celebra l’eros tragico e ineluttabile, ecco allora le delicatissime, trasparenti risonanze di Debussy, i suoi echi di antichissime nostalgie trascolorate d’una sensualità cangiante nel suo “Aprés midi d’un faune”, o le morbose estenuazioni del “Martirio di S. Sebastiano” (concepito a due mani con d’Annunzio, principe incontestato di furori e languori erotici). E poi ancora, l’esotica e carnale “Salomè” di Richard Strauss con l’altra sua sorella, la pallida e luttuosa “Elektra”.

La donna è vista come sacerdotessa crudele e raffinata di questi rituali magico-erotici, in un clima di eccessi e di perversioni che oggi può forse farci sorridere, ma che indubbiamente favorì la sublimazione dell’Eros trasfigurato in musica.

L’ultimo grande del secolo scorso, Gustav Mahler, testimone estremo d’un morente Romanticismo che celebra il suo straziante crepuscolo, si annuncia anche come il primo grande musicista del nostro secolo. Ma il suo eros è rarefatto, decantato, trascolora in meditazioni e nostalgie nelle quali affoga e scompare. Lamusa imperante di Mahler, persecutoria, ossessiva, eppure dolcissima è “1hanatos”, l’ultima amante, è la morte che lo rincorre e lo chiama ovunque.

Nel “lied” “Der Abschied” (L’Addio) egli probabilmente ci consegna il commiato non solo di sé e della sua generazione (morirà poco dopo), ma di un intero secolo di battaglie e di sogni, un commiato struggente che racchiude in sé ogni possibile rimorso, annullarsi e scomparire infine in una specie di lago sonoro, di lontananza irraggiungibile: geniale.

conclusione, pur se sconsolata, d’ogni possibile passione.

da EcoTipo – L’Evasione Possibile
del marzo 1993

Il Profeta incompreso

…. È morto Gorbaciov…. è forse l’unico uomo politico a cui ho voluto bene, ricordo che quando venne a Roma tanti anni fa andai in strada insieme alla gente per salutarlo (cosa che non mi sono mai sognato di fare per nessun’altro)… Fu un politico avveduto, sincero socialista con una grande visione di rinnovamento umano e sociale, ebbe a cuore il bene della sua gente in una Russia aperta al dialogo e alla diffusione culturale: cercò di salvare gli ideali del vero socialismo in un riavvicinamento democratico alla realtà dei nuovi tempi…. e ci sarebbe riuscito, ma naturalmente fu “fatto fuori” dai vecchi caporioni dell’imperialismo sovietico… chi venne dopo non fu alla sua altezza (Eltsin), ed oggi siamo tutti nelle mani di un Putin!

Quando gli altri fanno la Storia

…Visto il film ” Margin call ” sul crollo improvviso di un gigante di Wall street.
Una schiera di ottimi attori, eccellente sceneggiatura. Una volta tanto niente fantasy, muscoli, videogame o sesso a buon mercato. ma una storia vera, purtroppo vera…E che ne possiamo capire noi?.. E che ne possiamo fare?.. Nell’Olimpo di New York, a Wall Street vivono i numi, gli dei ricchi e spietati che con un sorriso o una bestemmia possono lasciarci vivere o sbatterci in strada…. E’ il capitalismo, e l’uomo vive di questo: sono finite le utopie egualitarie; anche gli ex comunisti, idealisti o meno, sono tornati alla Santa Russia e si sono buttati a corpo morto in braccio al più bieco capitalismo, anche in Cina dove non ingannano più nessuno con le loro bandiere rosse e le loro ipocrisie socialiste di facciata!…lassù, sul monte di Wall Street vivono e respirano gli dei dai colletti candidi e dalle mutande sudice!…. E noi?.. Siamo solo formichine che vanno in giro illudendosi di essere liberi….
La storia? La Storia la fanno i soldi….i soldi e il sangue. La Storia non siamo noi….la Storia sono loro!


Margin Call
2011
Durata 107 min

Regia J. C. Chandor
Sceneggiatura J. C. Chandor

Interpreti:
Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgley, Simon Baker, Stanley Tucci, Demi Moore, Mary McDonnell


Un Surrealista visionario

I “Racconti del signor Dido” di Alberto Savinio. Li leggo tra la filigrana della pioggia e il plumbeo delle stanze in penombra. A distanza di tanti anni mi svelano i labirinti dolorosi e sorprendenti delle ultime invenzioni di Savinio. E sembra la stessa pioggia,lo stesso quartiere “rispettabile” e desolato,gli stessi filtri e li stessi alambicchi dei nostri pomeriggi domenicali, lunghissimi e torpidi.
Magnifici racconti,di una malinconia preziosa e forte, la malinconia d’un genio satirico,la malinconica discesa d’un vecchio genio surrealista, il crepuscolo d’un antico fauno che ancora morde e sorprende.
Le verità astratte e concretissime d’uno strano poeta cresciuto tra le ghette e i papillon d’una generazione privilegiata,solare e geniale,baciata dagli accordi d’un Orfeo col viso di Apollinaire, raccolta e svezzata dalle vesti cubiste di angeli smaniosi e birichini…


Il signor Dido Condividi
di Alberto Savinio
Adelphi, 1978, pp. 166
Prezzo: 11,40 €

EAN: 9788845903441


Post d’Arte: da Corolla a Sironi

Joaquin Corolla

Apprezzabilissimo pittore di sicura tecnica, ma la sua ascendenza più che impressionista (di cui usa talvolta la solarità della macchia, ma lontanissimo dalle folgorazioni di un Monet) è di dichiarata ispirazione tardo preraffaellita, pur senza le intenzioni mitico-favolistiche di quel movimento, o meglio ancora alfiere di quella pittura tardo romantica che ha il sapore di certe rievocazioni classiche di un lirismo da piccolo salotto nostalgicamente gozzaniano.

Whistler l’americano

Ecco, Whistler è un pittore che trovo di straordinaria aristocraticità, e nonostante agisca in quell’ambito tardo ottocentesco un po’ decadente e un po’ impressionista, attinge ad una interiorità che realizza le più alte valenze romantiche (romanticismo, per capirci, alla Flaubert), ma anche con singolari profezie di quelle che saranno le novità novecentiste (vedi “Notturno in blu”).

Domenico Induno

Nonostante il pericolo della retorica sentimentale, inevitabile per tali soggetti, “Alla ruota degli esposti” di Domenico Induno risulta notevole per qualità pittorica, per la resa magistrale della materia d’ambientazione: il muro, l’angolo desolato a cui s’appoggia la donna stremata, le sue vesti logore ma dignitose, la fredda solitudine d’intorno nell’albeggiare tetro, tutti elementi resi con grande equilibrio oltre che tecnico anche emotivo. Il dramma è evidenziato senza eccessi e senza clamori, il pallore della donna spicca come una tacita condanna della sua povertà e dell’indifferenza colpevole c della società: essa è sola e abbandonata al suo gesto disperato, la terra degli uomini e il Cielo stesso sono assenti. Il dipinto vive di un realismo sobrio ed intenso degno di Courbet, segnato da un dolente intimismo che non urla né accusa; sinfonia mesta di grigi e di silenzi, più efficace e risoluta d’ogni pletorica arringa.

Salvador Dalì

La Crocefissione di Salvador Dalì forse è il dipinto migliore dell’artista…l’unico in cui il suo virtuosismo forsennato tradisce un sentimento di profonda cosmicità dell’Umano..

Mario Sironi

Una pittura che è quasi scultura, bassorilievo folgorato dal taglio di luci radenti, una gamma cromatica essenziale di terre, grigi ferrosi e squarci di oltremare. Nei paesaggi urbani, desolati e deserti una poesia sobria, compatta di malinconica astrazione metropolitana, rare tracce umane che attraversano mute il silenzio di gelido albeggiare.