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Un marchigiano a Roma: Una mostra da visitare sul Web

Un tempo correva il detto “meglio un morto in casa che un marchigiano fuori della porta”, era l’espressione della forte avversione dei romani nei riguardi degli esattori delle tasse che Papa Sisto V, marchigiano, aveva scelto tra i suoi corregionali. Ma ormai sono passati secoli ed ora Roma festeggia un marchigiano illustre, Raffaello Sanzio, ospitando, nei suggestivi spazi delle Scuderie del Quirinale, una imponente mostra sull’artista.

Raffaello nacque ad Urbino nel 1483, figlio di Giovanni Santi pittore, scrittore, poeta, intellettuale di valore inserito nell’ambiente umanistico della corte dei Montefeltro signori di Urbino. Raffaello iniziò il suo apprendistato presso il padre, e dopo la sua morte nel 1494, il giovanissimo artista continuò a frequentare la bottega paterna e successivamente fu a lungo con il Perugino. Insieme con Evangelista di Piero di Meleto lavorò a Città di Castello decorando uno stendardo con la Santissima Trinità, passò poi a Perugia dipingendo la “Pala Colonna “ e la “Pala Oddi”; si spostò a Siena collaborando con il Pinturicchio negli affreschi della Libreria Piccolomini e a Firenze dove dipinse lo “Sposalizio della Vergine” ed ebbe i primi rapporti con la pittura di Leonardo da Vinci.

La fama raggiunta lo portò a lavorare in varie città dell’Italia Centrale finché Papa Giulio II Della Rovere lo chiamò a Roma per affrescare le Stanze dell’Appartamento Papale; contemporaneamente dipinse nel 1507 la famosa “Pala Baglioni” e il noto ritratto di Giulio II. Ebbe ottimi rapporti con il nuovo Papa Leone X Medici che gli affidò numerose commissioni e lo nominò Sovrintendente ai lavori architettonici della Basilica Vaticana e alle antichità archeologiche di Roma verso le quali Raffaello aveva un particolare interesse. Fu amico di Agostino Chigi all’epoca il più noto e ricco banchiere, mercante e imprenditore dell’intero mondo occidentale, che aveva fatto costruire dall’architetto Baldassarre Peruzzi una fastosa villa extraurbana, ora nota coma “la Farnesina” dal nome dei successivi proprietari, e Raffaello vi affrescò il “Trionfo di Galatea” e, con i suoi aiuti, la “ Loggia di Psiche”. Dipinse la “Fornarina “, forse una sua amante, e per vari committenti la “Madonna di Foligno”, la “Madonna Sistina, l’”Estasi di S. Cecilia”, la “Madonna della Seggiola”; per il Papa preparò i cartoni degli arazzi della Cappella Sistina tessuti poi nelle Fiandre e come architetto si occupò dei progetti di Villa Madama, Palazzo Braconio dell’Aquila e Palazzo Alberini. Affrescò, con i collaboratori, le Logge Vaticane e nel 1516 iniziò a dipingere la “Trasfigurazione” rimasta incompiuta.

Morì improvvisamente il 4 aprile 1520, Venerdì Santo, e come da suo desiderio fu sepolto nel Pantheon; una settimana dopo morì il suo grande amico e mecenate Agostino Chigi. La sua morte gettò nella costernazione l’intero mondo artistico ed intellettuale dell’epoca in quanto Raffaello era stimato e apprezzato dagli uomini ed adorato dalle donne che l’artista frequentava con un impegno sovente eccessivo come maliziosamente citato dalle fonti contemporanee. Il “Divino Pittore” era affabile e di buon carattere, ben diverso dallo scontroso Michelangelo, frequentava la corte pontificia e le famiglie nobili apprezzato per le sue qualità, la cultura e le buone maniere. Aveva organizzato una fiorente bottega con aiutanti di gran valore il che gli permetteva di produrre opere in gran numero e di ottima qualità; i suoi principali collaboratori furono Giovanni Penni, Perin del Vaga, Giulio Romano, Giovanni da Udine, l’incisore Marcantonio Raimondi e lo scultore Lorenzetto tutti destinati in futuro a buona fama.

La mostra è stata organizzata per ricordare i 500 anni trascorsi dalla morte dell’artista ed espone circa 200 opere delle quali 120 assegnate alla mano dell’Urbinate; i quadri sono poco più di una ventina il resto sono disegni e bozzetti, purtroppo la parte più grandiosa di quanto prodotto dalla bottega di Raffaello è costituita da affreschi per loro natura inamovibili; il resto di quanto esposto è costituito da reperti archeologici, incisioni, disegni, riproduzioni di altri artisti per far comprendere quale fosse il mondo artistico dell’epoca. La mostra è articolata in maniera singolare, si svolge in ordine cronologico al contrario partendo dalla morte di Raffaello risalendo poi fino agli esordi; anche nel titolo della mostra le date di nascita e morte sono invertite 1520-1483.

La mostra, coerentemente, si apre con la riproduzione, a grandezza reale, della tomba sovrastata dalla Madonna scolpita da Lorenzetto e prosegue esibendo un autoritratto di Raffaello sulla trentina, con una inconsueta barba, e i dipinti di due suoi grandi amici gli intellettuali umanisti Pietro Bembo e Baldassarre Castiglione; il ritratto di un altro amico, Fedra Inghirami, è al piano superiore. In una bacheca è esposta una lunga lettera, di pugno del pittore e conservata all’Archivio di Stato di Mantova, nella quale Raffaello, coadiuvato da Baldassarre Castiglione, scriveva a Papa Leone X lamentando l’incuria nella quale erano tenute le antichità romane. Il Papa accolse la proposta e Raffaello divenne il sovraintendente alla curatela delle antichità archeologiche che amava intensamente e che erano per lui fonte inesauribile di ispirazione.

Una sala espone due arazzi, tessuti nelle Fiandre, predisposti per la decorazione della Cappella Sistina ed ora nei Musei Vaticani; Raffaello ne dipinse i cartoni; i 7 rimasti sono ora in Inghilterra ed in mostra è esposta la riproduzione di uno di essi, a grandezza naturale, posta di fronte al corrispondente arazzo vaticano. Il piano superiore accoglie i visitatori con tre ritratti di donne: una sconosciuta, opera giovanile, e due notissime, la “Fornarina” e la “Velata”.

Altre sale esaminano le attività dell’Urbinate in campo architettonico con molti suoi disegni per progetti per la Basilica di San Pietro e per la Villa Madama, su una parete spicca la riproduzione della facciata del non più esistente Palazzo Braconio dell’Aquila in Borgo. In altre sale diverse Madonne tra cui quelle “della Rosa”, “dell’Impannata” e “Tempi “corredate da numerosi interessanti disegni preparatori. Con i vivaci toni rossi delle vesti spiccano i ritratti di Papa Giulio II e di Leone X; la grande tela dell’“Estasi di Santa Cecilia” è posta a confronto con un busto di Iside che condivide con la Santa la singolare acconciatura dei capelli. Le ultime sale espongono dipinti giovanili ancora legati allo stile dei pittori dell’ultimo ‘400 e prima dell’incontro con l’innovativa arte di Leonardo.

La mostra si chiude con il famosissimo autoritratto di Raffaello all’età di circa venti anni fiancheggiato dal quadro della “Dama con l’Unicorno”.e dalle immagini di due giovani nobiluomini purtroppo anonimi La mostra è piacevole, interessante, scientificamente valida, unico piccolo neo, come accade sovente, i cartellini esplicativi sono spesso poco leggibili.

Accanto all’esposizione delle opere sono previste numerose iniziative quali lezioni, incontri, conferenze, laboratori.


Raffaello.1520-1483: Una passeggiata in mostra
Una visita virtuale per superare le ristrettezze sociali imposte dalla situazione pandemica


Raffaello 1520-1483
Dal 5 marzo al 2 giugno 2020
Proroga dal 2 giugno al 30 agosto 2020

Scuderie del Quirinale
Roma


Non solo un “caravaggesco” di gran valore

Presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini è stata presentata una mostra dedicata ad Orazio Borgianni un valente pittore operante tra gli ultimi decenni del ‘500 e l’inizio del secolo successivo troppo sbrigativamente definito “un caravaggesco”.

Il nostro artista nacque a Roma del 1576 ed iniziò il suo apprendistato presso botteghe di pittori manieristi: successivamente lavorò il Sicilia ed in Spagna maturando e raffinando il suo stile ispirandosi anche a El Greco con il suo violento luminismo e le caratteristiche figure allungate. Rientrato a Roma all’inizio del ‘600 aderì alla corrente caravaggesca pur avendo forti contrasti di natura personale con il Merisi; la sua pittura mostra una tecnica libera e pastosa con effetti di luce e vivi contrasti. Morì a Roma nel 1616.

La mostra prende in esame il periodo di attività a Roma ed espone alcune sue opere accompagnate da altre di pittori suoi contemporanei. L’ esposizione è suddivisa in due parti: 18 dipinti sono di sua mano mentre 17 sono di altri artisti, più precisamente i suoi contemporanei Carlo Saraceni, Antiveduto Grammatica, Giovanni Lanfranco, Simon Vouet, Giovanni Serodine, tranne il Lanfranco gli altri fanno riferimento più o meno marcato allo stile del Caravaggio; sono stati scelti per dare una visione complessiva di quale fosse la vita culturale a Roma nei primi due decenni del ‘600.

Altri dipinti appartengono a pittori di poco successivi ma che mostrano di aver assorbito la lezione del Borgianni, sono valenti anche se non di primissimo piano ma aprono la strada all’arte barocca: Marcantonio Bassetti, Carlo Bonomi, Guido Cagnacci, Tanzio da Varallo, Loris Tristan, Claude Vignon e Gian Francesco Guerrieri.

Tra i dipinti del Borgianni ne spiccano due inseriti nelle collezioni di Palazzo Barberini: l’Autoritratto dell’artista e una splendida Sacra Famiglia con un notevole inserto di natura morta consistente in una culla con panni di vari colori, seguono una visione di San Francesco proveniente da una chiesa di Sezze, un Cristo fra i dottori ora ad Amsterdam, un San Carlo Borromeo da sempre conservato a Roma nella chiesa borrominiana di San Carlino alle Quattro Fontane; tutte queste opere risentono di una impronta caravaggesca caratterizzata dall’uso della luce e sono eseguite con una tecnica pastosa, realistica e ricca di colore. I dipinti dei pittori degli anni successivi seguono, sia pure in maniera differenziata, l’impostazione di stile suggerita dal Borgianni.

La mostra è collegata a vati eventi: una giornata di studio sull’artista per il 28 maggio, quattro visite guidate, incluse nel prezzo del biglietto, per date che nella attuale emergenza potrebbero essere variate e due appuntamenti per bambini.


Le Gallerie Nazionali di Arte Antica danno inizio, sui canali social, alla nuova rubrica “Le pillole del curatore”


Orazio Borgianni
Un pittore nella Roma di Caravaggio

Dal 6 marzo al 30 giugno 2020

Roma
Palazzo Barberini
via delle Quattro Fontane 13

Curatori: Gianni Papi

Informazioni:
tel. +39 06 4824184


L’Olandese torna nel palazzo del Principe

Più precisamente un quadro del pittore olandese Rembrandt, in possesso del Rjikmuseum di Amsterdam, è esposto per alcuni mesi presso la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Corsini dove era stato dal 1737 al 1799 nella collezione dell’omonima famiglia principesca. Rembrandt Harmenszoon van Rjin nacque a Leida nel 1606 e giovanissimo iniziò a frequentare gli studi di buoni pittori della sua città e, poco più che ventenne, aprì una sua bottega che gli procurò ben presto una vasta notorietà; ebbe anche grandi dolori per la morte della moglie e di alcuni figli.

Nel 1631 si trasferì ad Amsterdam  lavorando senza posa e producendo dipinti, spesso firmati, incisioni e disegni  con soggetto mitologico, storico, religioso, biblico  insieme con numerosi fascinosi paesaggi. Negli ultimi anni di vita ebbe problemi economici e dovette vendere la casa e i molti quadri della sua collezione; morì nel 1669.

Contrariamente a parecchi artisti suoi contemporanei non visitò mai l’Italia ma molto si ispirò alla pittura caravaggesca, usò il chiaroscuro, sfruttò effetti di luce ed ombra, utilizzò colori ad olio decisi ottenendo cromatismi di grande spessore. Il quadro esposto è  noto come “l’Autoritratto come San Paolo” ed è uno dei tanti dipinti , di vario soggetto, nei quali l’artista amava autorappresentarsi; l’identificazione con l’Apostolo è dato da un fascio di fogli in mano, le Epistole, da una piccola spada tenuta in grembo e da una poco visibile inferriata rappresentante le prigioni che ospitarono il Santo. E’ dipinto nello stile degli ultimi anni di vita dell’artista con pennellate larghe e pastose, è su fondo scuro e brillante su cui spiccano il chiarore del volto e il bianco del turbante.

La storia  del quadro è lunga e complessa; firmato e datato nel 1661 lo si trova più di trenta anni dopo nell’inventario postumo di un collezionista parigino, in data ignota passò nella collezione del pittore francese Vleughels, direttore dell’Accademia di Francia a Roma e alla sua morte, intorno al 1737, la vedova lo vendette al Cardinale Neri Corsini nipote del Papa Clemente XII. Rimase nel palazzo principesco, esposto nella “Galleria dei quadri”, fino al 1799 quando a Roma arrivarono le truppe francesi di Napoleone che imposero sia al Papa che alle famiglie nobili gravose contribuzioni in denaro. In assenza del Principe Tommaso, che si trovava in Sicilia, il maestro di casa, Ludovico Radice, propose la vendita di alcuni quadri e, nonostante l’opposizione del principe, concordò con un mercante, in cambio di 3.500 scudi, la cessione di 25 dipinti tra i quali il nostro.

l Corsini riuscì a riavere indietro 9 quadri tuttora presenti in Galleria mentre gli altri attraverso mercanti d’arte inglesi andarono all’estero. Il Rembrandt passò per varie mani e diverse collezioni per giungere, nel 1936, ai coniugi de Bruijn che nel 1960 lo donarono al museo che tuttora lo ospita. La mostra espone in una sala il Rembrandt con di fronte il quadro settecentesco del Cardinale Corsini insieme con lo zio Papa, intorno parecchie incisioni dell’artista olandese, per le quali era famoso, provenienti dalla raccolta Corsini ed ora all’Istituto  Centrale per la Grafica; tra loro due molto celebri: “I cento fiorini” e “I tre alberi”.

In una saletta laterale un piccolo quadro con il ritratto del Principe Tommaso Corsini e due  incisioni di inizio ‘800 una delle quali di Charles Turner; una vetrina ospita lettere e documenti, provenienti dall’archivio Corsini, che hanno permesso di ricostruire le tormentate vicende dell’opera.


Rembrandt alla Galleria Corsini
L’Autoritratto come san Paolo

Dal 21 febbraio al 15 giugno 2020

Roma
Galleria Corsini
via della Lungara 10

orario:mercoledì/lunedì 8,30 – 11,90


Robert Morris: Land Art e Minimalismo

A distanza di. circa. 40. anni dalla prima mostra personale. di. Robert Morris tenutasi nel.1980, a cura di Ida Panicelli e dedicata alla. scultura minimal, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea celebra un artista fondamentale per la storia dell’arte contemporanea, maestro del Minimalismo americano di cui è stato uno dei fondatori, della Process Art. e della Land Art, per citare solamente alcune grandi correnti che hanno rappresentato tappe di una. ricerca incredibilmente prolifica e multidirezionale durata una sessantina di anni Monumentum Robert Morris 2015 – 2018 a cura di Saretto Cincinelli è la prima mostra che viene dedicata all’artista dopo la sua morte, avvenuta nel novembre del 2018, ed. espone una serie di opere realizzate da Morris negli ultimi anni della sua attività e mai esposte prima in Europa Sono sculture che richiamano figure umane appartenenti alle due serie MOLTINGSEXOSKELETONSSHROUDS, realizzate in tela belga bagnata in una particolare resina e apposta su modelli per ottenerne la forma, e Boustrophedons, in fibra di carbonio esposte. rispettivamente nel. 2015 e nel 2017 alla. Galleria Castelli di New York.
L’inedita relazione spaziale tra i due. nuclei esposti in questa occasione alla. Galleria Nazionale nasce da. Un progetto concordato con lo stesso Morris prima della sua scomparsa. I recenti gruppi. scultorei di. Morris testimoniano il crescente interesse dell’artista per la. figura umana e per l’ opera dei maestri del. passato, segnando una svolta anche nel. suo vocabolario formale che sembra affrancarsi definitivamente dal. senso di ordine. e astrazione tipiche di. una parte dell’avanguardia americana per orientarsi verso elementi più. marcatamente barocchi e allegorici. In. questa esposizione, oltre ai. richiami a Donatello risuonano espliciti anche quelli a Rodin, ai tardi disegni di Francisco Goya, alle statue piangenti dello scultore gotico Carl Sluter. Utilizzando materiali associati alla pittura, come il. lino belga e la vernice, per formare sudari di. figure scultoree, Morris crea notevoli tensioni: tra l’apparente presenza delle figure e la. loro assenza, tra. l’idea di scultura come un’arte eminentemente spaziale e quella dei. gruppi di. figure interagenti tra. loro che rivela un trattamento quasi pittorico e, i confine, tra lo spettatore e la sua percezione di ogni singola scena.


Monumentum
Robert Morris 2015 – 2018

Dal 15 ottobre 2019 al 1 marzo 2020

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Roma

A cura di Saretto Cincinelli


Novità a Palazzo

Presso la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini sono state riaperte 10 sale che hanno avuto un completo riallestimento; non solo i dipinti sono stati sistemati secondo un ordine cronologico e geografico ma si è intervenuti sulla pittura delle pareti, sull’esposizione, sull’apertura delle finestre, sugli apparati didattici bilingui, sui pannelli esplicativi, sulla posizione delle luci sia che si rivolgano ai quadri sulle pareti che ai soffitti affrescati.
Gli 80 dipinti sistemati nelle sale coprono un periodo di alcuni decenni compresi tra la fine del ‘500 e la prima metà del secolo successivo.
Si inizia con quadri della fine del XVI secolo con opere degli ultimi manieristi per passare alla pittura veneta con dipinti di Bassano, Tintoretto, El Greco ed un quadro di scuola di Tiziano. Segue una Galleria con la volta affrescata da allievi di Pietro da Cortona su suoi disegni e sulle pareti due gustose scene di genere raffiguranti una macelleria e una pescheria del Passerotti e si entra in un piccolo locale di forma quasi quadrata con soffitto a volta, finora chiuso al pubblico, con affreschi neoclassici; nella sala è esposto un piccolo trittico dipinto ad olio su rame ed ebano opera di Annibale Carracci coadiuvato da Innocenzo Tacconi, il piccolo tabernacolo fu dipinto ai primi del ‘600 per il Cardinale Odoardo Farnese.
La sala successiva espone tre grandi quadri, opera di Paul Bril, dipinti per la famiglia Mattei e rappresentanti alcuni dei loro feudi. Le quattro sale successive ospitano numerosi quadri di autori caravaggeschi italiani e stranieri, due o forse tre dei quali del Caravaggio stesso.
L’ultima sala infine è una splendida rassegna della pittura emiliana con dipinti di Guercino, Domenichino, Reni, Lanfranco; una parete è dominata da una grande pala d’altare del Domenichino con la Madonna fra i Santi Giovanni e Petronio dipinta, quattro secoli fa, per l’altare maggiore dell’omonima chiesa dei Bolognesi a Roma. Particolare interesse desta il famoso quadro di Beatrice Cenci da sempre attribuito a Guido Reni mentre studi recenti lo ritengono di un anonimo volto femminile dipinto da una poco nota pittrice bolognese, Ginevra Cantofoli.
L’odierno allestimento segue quello dell’ala sud dello scorso anno e precede quello che verrà inaugurato a ottobre nelle sale del ‘500; nel 2021 i lavori si concluderanno con il riallestimento del piano terra.


Gallerie Nazionali Barberini Corsini

Palazzo Barberini
via Quattro Fontane, 13
Roma

orario:
martedì/domenica
8,30/19,00