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Il Museo del nulla

L’ultimo capitolo della sofferta e contorta storia del Museo della Civiltà Romana prevede ora la chiusura al pubblico della struttura, con l’eccezione del Planetario, del Plastico e di alcune sale storiche. Già era stato dichiarato inagibile il lungo sottopasso che unisce i due corpi di fabbrica principali, che ospita al piano superiore il calco della Colonna Traiana commissionato da Napoleone III e in quello inferiore il magazzino dei plastici non esposti. In sostanza, l’enorme museo è stato dichiarato inagibile. A farne le spese saranno non solo i visitatori (d’inverno non molti, scuole a parte), ma anche l’ufficio dell’Antiquarium comunale, istituzione perennemente senza pace. Il problema non è nuovo, ma strutturale: si tratta di edifici costruiti praticamente in tempo di guerra, con materiali scadenti – soprattutto il tondino del cemento armato – e già alcuni anni fa furono coibentati e rifatti i lucernai. Costoso è sempre stato il riscaldamento delle sale, visti i soffitti di venti metri e l’ampiezza dei vani, mentre basso è sempre stato il numero dei visitatori, scuole a parte. Purtroppo l’EUR non è centrale e il trasporto pubblico ferma a diverse centinaia di metri dall’ingresso del museo. In più, il turista medio si ferma a Roma una media di tre giorni, cinque al massimo, e già ha tanto da vedere in città, anche se spesso chi ammira il grande plastico del Museo continua poi per Ostia antica. Opportuno sarebbe organizzare un servizio di navette dagli alberghi e inserire l’architettura dell’EUR nel giro del turismo di massa. Ma va detto per dovere di cronaca che il sovraintendente della giunta Alemanno, Umberto Broccoli, aveva progettato lo smantellamento del museo e il trasferimento di parte delle sue collezioni nell’erigendo Museo della città di Roma nell’edificio della ex Pantanella a via dei Cerchi, all’epoca occupato dal Servizio elettorale, dai Servizi demografici e dal laboratorio di scenografia del Teatro dell’Opera, ed ora rioccupato dal Dipartimento del Commercio (1). Ma sarebbe più esatto dire: si voleva riportare il Museo dov’era originariamente. Ma andiamo per ordine.

La storia inizia nel lontano1911, quando a Roma si tenne la grande Esposizione per i 50 anni di Roma capitale. In quel contesto, alle Terme di Diocleziano, curata da Rodolfo Lanciani, venne organizzata una mostra dedicata alle province dell’Impero romano, con calchi provenienti da tutte le parti d’Europa, Asia e Africa. Tutto questo materiale fu poi acquistato dal Comune di Roma e Quirino Giglioli ne fece sotto la sua direzione un museo permanente, il Museo dell’Impero Romano, dapprima ospitato nei modesti spazi dell’ex convento di Sant’Ambrogio alla Massima (dietro al portico di Ottavia); successivamente nel 1927 nel corpo di fabbrica dismesso dalla Pantanella, in quel complesso edilizio addossato a Santa Maria in Cosmedin che ora ospita vari servizi del Comune di Roma. Per la cronaca, sul frontone dell’Ufficio elettorale c’è ancora scritto inciso e ben leggibile “Palazzo dei Musei”. Ma la chiave di volta la diede la Mostra Augustea della Romanità, proposta dallo stesso Giglioli a Mussolini e tenuta nel 1937 a Palazzo delle Esposizioni, senza badare a spese e con l’apporto di molte istituzioni straniere. Stavolta il fine propagandistico non era quello di valorizzare il contributo e il consenso di tutte le province verso il progetto politico unitario italiano, ma quello di esaltare la Romanità e l’Impero attraverso la figura di Augusto, di cui ricorreva il bimillenario. Questa mostra ebbe un successo enorme: un milione di visitatori in un anno, che per l’epoca non era poco. Ne restano il catalogo ufficiale e l’archivio. E’ evidente una forte impronta ideologica nell’allestimento, ma è anche sorprendente la quantità e qualità del materiale esposto: modellini, calchi, ricostruzioni persino in scala 1:1. Grandi attrazioni erano anche l’enorme plastico di Roma imperiale creato dal Gismondi e il calco completo della Colonna Traiana, preesistenti alla mostra. Molti originali, se non sono andati perduti, sono nel migliore dei casi in posti poco accessibili, come la Cirenaica o l’Anatolia. Anche questa volta il materiale fu acquisito per dono o per commercio dal Comune di Roma (all’epoca, dal Governatorato) per essere stabilizzato in un grande Museo dell’Impero. L’occasione sarebbe stato il reimpiego del bel complesso architettonico creato dall’architetto Pietro Aschieri e finanziato da Umberto Agnelli per l’E42, allo scopo di esporre ovviamente le automobili e gli autocarri prodotti dalla FIAT. Ma l’Esposizione non fu mai inaugurata a causa della guerra e gli edifici furono ereditati dall’attuale Ente EUR. Solo successivamente, negli anni ’50 del secolo scorso, l’Impero essendo ormai un lontano ricordo di un sogno infranto, il museo apre timidamente i battenti, inizialmente sotto la direzione di Carlo Pietrangeli. E’ interessante leggere una pubblicazione da lui firmata nel dopoguerra (2): si evita qualsiasi riferimento alla Romanità e si parla genericamente di civiltà latina. In sostanza il sovraintendente deve adottare un figlio non suo e cerca di rimanere nel generico. In questo modo nel 1954 (ri)apre il museo, pallido ritratto di se stesso, scenografia di un film mai girato, e sopravvive per i successivi sessant’anni col nome di Museo della Civiltà Romana, abbreviato MCR.

Per chi ci ha lavorato, quella del MCR è stata un’esperienza particolare. A vederlo da fuori, il museo è bellissimo e le sue possenti mura e il colonnato si sono spesso visti nelle sfilate di moda e soprattutto in molti film ambientati nell’antichità classica e mitologica, i c.d. film peplum. Si risparmiava in tal modo sulle scenografie, con effetti tutt’altro che disprezzabili. Ma a parte il plastico del Gismondi (sempre pieno di polvere), per anni tutto il resto del materiale esposto sembrava non avere una strutturazione precisa. Non esisteva fino a pochi anni fa una cartellonistica decente e le didascalie degli anni Trenta si mescolavano a quelle moderne, in confusione grafica e ideologica. Era difficile persino seguire un itinerario, visto che le sale si rincontravano a casaccio e la metà erano chiuse. Ma ancora oggi molti preziosi modellini d’epoca – ma quelli in magazzino sono quasi il doppio – non sono protetti da teche di plexiglas; il personale d’inverno soffre il freddo per l’ampiezza degli ambienti, difficilmente riscaldabili. Ricordo che nel 1993 per la mostra Militaria (SME) furono aperte tutte le sale dalla mattina alla sera sette giorni su sette, ma  l’Esercito ci prestò una cinquantina di soldati di leva. Non esiste una sala convegni perché nessuno ha mai pensato ad allestirne una, forse per l’ostilità dell’ente EUR che gestisce già il Centro Congressi ed è il reale proprietario della struttura del MCR, al quale il Comune di Roma paga un modesto affitto. In ogni caso la grande sala all’ingresso del museo è ormai occupata dal nuovo Planetario, redditizio corpo estraneo che sostituisce il vecchio planetario Zeiss alla Sala Ottagona delle Terme di Diocleziano e ha riqualificato comunque il museo. Ma pur con tutte queste iniziative, il museo non riesce a contare più di 12.000 presenze all’anno, per la maggior parte scuole, e per questo motivo l’appalto per la libreria andò deserto due volte. Attualmente la società Zètema gestisce due punti vendita (Roma antica e Astronomia), ma per la ristorazione chi non si accontenta del distributore automatico deve farsi 400 m. a piedi fino al bar più vicino. Niente male come accoglienza, anche se problemi simili li hanno tutti i grandi musei dell’EUR, ovvero il Pigorini e il Museo delle tradizioni popolari e quello dell’Alto Medioevo. Quello delle Poste è chiuso, quindi non fa testo.

Ma passiamo ora alla parte immersa dell’iceberg. Pochi sanno che i sotterranei (spettrali) sono pieni di plastici e calchi pieni di polvere, in quantità pari al materiale esposto. Aggiungo pure che nel Museo esiste una buona collezione di libri e riviste d’epoca, pubblicazioni destinate alla biblioteca del Museo dell’Impero e che solo ora si sta cercando di riordinare dopo sessanta anni di incuria. Impegnativa attività del Museo è invece la concessione ad altri musei o a editori e reti televisive dei calchi e delle foto del materiale esposto, immagini che, nei libri e riviste dove sono pubblicate, almeno ricreano una sorta di museo virtuale di continuo ricomposto, come abbiamo spesso visto nelle trasmissioni di Piero Angela. Altrimenti, una delle poche e ultime esposizioni in loco organizzata dal Museo fu quella di Traiano pochi anni fa, grazie alla dedizione di due funzionarie interne. Esposizione a costo zero, essendo stata organizzata esclusivamente con i materiali in magazzino, ma priva di seguito: Augusto quest’anno rimane fuori dal Museo.

Dunque, l’enorme spazio espositivo è sottoutilizzato; al che si dirà: quel museo costa troppo e rende poco. Ma non è un problema esclusivamente economico: il problema è ideologico. Investimenti a parte, almeno nel progetto iniziale il Museo dell’Impero Romano sarebbe stato perlomeno un buon Museo Fascista, ma privo di un’ideologia è diventato invece il Museo del Nulla, un esempio da manuale di de-significazione progressiva, di perdita di senso. Quel museo può sopravvivere solo con un’Idea forte, mentre la sua gestione è stata invece caratterizzata per anni da una costante mediocrità, fino a renderlo fino a non molti anni fa un Museo Zen. Ma per come si sono messe ora le cose, tanto vale ridare le chiavi all’Ente EUR e pensare seriamente a qualcos’altro. Ripeto: non è questione solo di fondi, ma di idee e della capacità di svilupparle. Finora però nessun progetto è riuscito ad andare oltre le buone intenzioni.

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Note:

(1)    Anche se il sovraintendente Broccoli non è riuscito a legare il suo nome a nessun progetto particolare, questo era almeno organico: si prevedeva di dedicare un piano per ogni era: Roma antica, Roma del Rinascimento e del Barocco, Roma moderna. Ma a parte il cambio di giunta in Campidoglio, la crisi economica avrebbe comunque smorzato l’ambizioso ma lungimirante progetto, che avrebbe ricollegato la documentazione della storia di Roma alla zona archeologica e ai Musei Capitolini, con un prevedibile afflusso di visitatori. Roma rimane l’unica capitale europea che non ha un museo della storia della città. Del progetto restano ormai solo le rassegne stampa:

http://archiviostorico.corriere.it/2007/aprile/19/Via_dei_Cerchi_addio_agli_co_10_070419010.shtml#

http://www.06blog.it/post/9911/nel-2011-i-lavori-per-il-museo-della-citta-di-roma-a-via-dei-cerchi-nelledificio-previsto-anche-un-hotel

(2) I Musei del comune di Roma dopo la seconda Guerra mondiale : A cura della ripartizione antichità e belle arti del comune di Roma . Roma, 1950

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Rai: ovvero come raccontare l’Italia

In tutto il Nostro Essere quotidiano, ci sono dei momenti che sono quelli precisi per ‘dire’ delle cose. Ora (tra gli altri) è il momento che la RAI racconti qualcosa di sé. E lo fa in maniera splendida attraverso la mostra allestita per l’occasione (anniversario della televisione e della radio) al Complesso del Vittoriano: 1924 – 2014 La Rai racconta l’Italia.

Una mostra che celebra una delle più importanti istituzioni culturali del Paese, attraverso i sessanta anni della sua televisione e i novanta anni della sua radio.

L’esposizione aperta al pubblico il 31 gennaio 2014, si svolge nella Gipsoteca del Complesso Monumentale del Vittoriano di Roma, per trasferirsi il 29 aprile prossimo alla Triennale di Milano. Si apre con una ricca selezione di costumi di scena attraverso lo stile italiano dai primi Anni Sessanta a oggi. Si prosegue con materiali d’archivio e di promozione, raccontando, con i simboli dall’URI all’EIAR fino alla RAI, anni di attività. Otto sono le sezioni o canali tematici come quello dell’Informazione, dello Spettacolo, della Cultura, della Scienza, della Politica, della Società, dell’Economia e dello Sport. Inoltre una sezione a parte racconta la storia della Radio. Un set televisivo degli anni Settanta è allestito nello spazio espositivo centrale. Conclude l’esposizione l’area dedicata al prossimo futuro tecnologico televisivo e radiofonico. Portando il mondo in casa degli italiani, la Rai è divenuta specchio delle loro vicende narrandone la vita quotidiana. Nello scrivere queste parole, rischio di essere retorico, ma d’altra parte la realtà che la Rai ci ha ‘servito’ è proprio questa. D’altronde è inutile scomodare polemiche che non portano a nulla. Altre televisioni sono venute dopo la Rai e quindi l’archivio e la storia che la Televisione pubblica detiene, è a tutto tondo. Questo bisogna riconoscerglielo.

Nel catalogo, che è a cura di Costanza Esclapon, Alessandro Nicosia e Barbara Scaramucci, i titoli dei vari capitoli passano da: ‘Una bella impresa italiana’, a ‘Novant’anni di radio-la mamma, la sorella e la figlia della TV’, all’’Informazione’, allo ‘Spettacolo’, alla ‘Politica’, alla ‘Società’, all’’Economia’, allo ‘Sport’, ai ‘Costumi’ e a ‘Il Museo’, con un apparato iconografico veramente degno dei sessanta anni passati per la televisione e dei novanta per la radio.

Ricchissima visione a tutti voi.

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Mostre Rai ovvero come raccontare l’Italia1924 – 2014 La Rai racconta l’Italia

Dal 31 gennaio al 30 marzo 2014

Roma

Orario:

dal lunedì al giovedì

dalle 9.30 alle 18.30

venerdì, sabato e domenica

dalle 9.30 alle 19.30

 

Ingresso:

gratuito

 

Informazioni:

tel. 06/3225380

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Le Mille e una Notte italiane

Una piccola mostra per due grandi artisti, Cambellotti e Zecchin, riuniti idealmente nella rivisitazione figurativa di una celebre raccolta di novelle orientali: Le Mille e una Notte, fiabe evocative, esotiche che alimenteranno non poco il mito dell’Oriente misterioso. Una testimonianza letteraria di larga popolarità, il cui influsso sull’immaginario popolare e sui costumi sociali sarà determinante nella definizione antropologica ed epocale del secolo XX.

Di Vittorio Zecchin, artista muranese, di forte impronta klimtiana, vengono qui presentati sei dei dodici pannelli originali, dipinti nel 1914 per la della sala da pranzo dell’Hotel Terminus a Venezia e oggi di proprietà della Galleria d’Arte Moderna di Ca’Pesaro; oltre a una serie di vasi in vetro soffiato, che l’artista realizzò per la ditta muranese Cappellin & Co.

Per quanto concerne l’opera di Duilio Cambellotti, protagonista della stagione modernista italiana, sono presenti venti piccole tempere, di raffinata eleganza, conservate presso l’archivio dell’artista ed eseguite tra il 1912 e il 1913. Esse andranno ad arricchire l’apparato iconografico del libro Le mille e una notte, nella versione pubblicata in due volumi (Collana Biblioteca dei Ragazzi), dall’Istituto Editoriale Italiano di Milano nel 1914.

Arricchisce l’esposizione una selezione accurata di pubblicazioni della celebre raccolta di fiabe, tra le quali spicca la prima edizione in lingua francese di Antoine Galland.

A completamento dell’allestimento assai sobrio, sono disseminate lungo il percorso testimonianze  della cultura orientale dal forte potere evocativo:due mattonelle di produzione iranica databili tra il XVIII e il XIX secolo, raffiguranti cavalieri, dame e rigogliosi giardini. Non poteva mancare in questa cornice l’immancabile lucerna a olio, che ha il suo naturale riscontro nella “lampada”della novella dove il protagonista è proprio lui: Aladino.

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06 Mostre Mille e una Notte italiane 864393fd3754a32fa88b426b81e58ed1a3464cVITTORIO ZECCHIN, DUILIO CAMBELLOTTI

e le Mille e una Notte

Fino al 3 marzo 2014

Roma

Museo Boncompagni Ludovisi per le Arti Decorative

via Boncompagni, 18

Ingresso libero

Informazioni:

Tel. 06/32298328

Sito web

Orario:

martedì – domenica, 8.30 – 19.30

(ingresso fino alle 19.00)

chiuso il lunedì

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Nei secoli fedele…..all’arte

Sin dal 1969 l’Arma dei Carabinieri costituì un Nucleo Tutela Patrimonio Artistico per contrastare i furti e le illecite esportazioni di beni artistici; furono conseguiti immediatamente lusinghieri risultati al punto che nel 1971 fu creato il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale articolato su un comando insediato in un grazioso palazzetto settecentesco, del Raguzzini, nei “Burrò” in Piazza Sant’Ignazio e tredici nuclei dislocati nel territorio nazionale. Comando e Nuclei collaborano con le Soprintendenze e le altre Forze di Polizia italiane ed estere per fornire la massima tutela al patrimonio artistico ed evitare i furti in musei, edifici religiosi, dimore private, impedire le illecite esportazioni e sorvegliare siti archeologici per prevenire deleteri scavi clandestini. Il Comando si è dotato di un archivio di cinque milioni di documenti relativi a beni artistici, di cui un milione rubati; si tratta della più importante ed aggiornata banca dati al mondo al punto che sovente Polizie di altri stati vi si rivolgono per ricerche e informazioni, inoltre il personale del Comando svolge spesso interventi in altre nazioni ed organizza corsi di formazione e aggiornamento per Polizie estere.

Il grande archivio permette spesso di recuperare opere d’arte finite all’estero, il tutto integrato da sorveglianza su aste e mercato antiquario.

Per gratificare il lavoro svolto dal Comando si sono tenute mostre che hanno esposto i recuperi effettuati, attualmente al Quirinale, dopo due precedenti rassegne nel 2007 e nel 2013, è ospitata una grande mostra di un centinaio di opere d’arte frutto del lavoro degli ultimi anni. Si tratta di vasi, marmi, dipinti che coprono un periodo che va dal VI secolo a.C. al ‘700, vengono da musei, chiese, case private ed in molti casi da scavi clandestini.

La mostra si svolge attraverso quattro sale, due delle quali facenti parte dell’antica Galleria di Alessandro VII affrescata da Pietro da Cortona e recentemente riscoperta sotto pitture di primo ‘800. Nelle Sale degli Scrigni, di Ercole e degli Ambasciatori sono esposti numerosi vasi attici o di imitazione d’epoca a figure nere o rosse, in molti casi opera di noti maestri vasai, una vetrina contiene monete argentee dell’ XI secolo, altre il “Tesoro di Loreto”, raccolta di vasellame sacro barocco in metalli preziosi e corallo rubato molti anni fa in un convento altoatesino. Diversi sono i dipinti, da un piccolo trittico medioevale ad una Santa Caterina e San Ludovico di Tolosa del ‘400, da sei deliziosi quadretti di scuola romana del ‘700 con vedute cittadine, molte delle quali non più esistenti, di proprietà della Diocesi di Montefiascone ad un quadretto, olio su rame, con un ardito incontro amoroso tra Leda e Giove sotto l’aspetto di un cigno, opera cinquecentesca di Lelio Orsi; il quadro più recente è una grande veduta romana del Panini recuperata attraverso vicende rimaste segrete.

L’ultima sala, di Augusto, contiene una interessantissima recente scoperta; pochi anni fa alla periferia di Perugia, in occasione dello scavo delle fondamenta di un edificio, fu scoperta una tomba ipogea etrusca contenente 23 deposizioni databili tra la fine del IV secolo e l’inizio del I a.C.: gli scopritori tentarono di rubare urne e corredo che però sono stati recuperati dai Carabinieri. Purtroppo è stato comunque fatto un gran danno in quanto il ritrovamento del sito come era originariamente avrebbe permesso studi e ricerche molto più accurati. I reperti sono un coperchio della più antica deposizione ad inumazione e 22 urne sepolcrali della illustre famiglia etrusca dei Cacni, già nota per altri ritrovamenti; sono generalmente in travertino, alcune semplici o con minima decorazione, altre invece riccamente coperte di bassorilievi per lo più con immagini tratte da episodi della mitologia greca attestante lo stretto contatto tra il mondo etrusco e quello greco.

Tre urne riportano il mito di Ifigenia, altre quello di Enomao e Pelope, dei Sette contro Tebe, di Atamante ed anche una Centauromachia, sono esposti anche resti del corredo, un elmo ed altri oggetti in bronzo e poi vasetti, bicchieri e ciotole miniaturizzati. Le opere in mostra, indubbiamente interessanti, valgono non soltanto per il loro valore intrinseco ma per il fatto che sono il simbolo di una tenace battaglia dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Artistico per salvare il nostro passato e la memoria dei tanti secoli trascorsi.

La mostra è stata organizzata dall’associazione Civita in concorso con il Ministero ed il Comando Carabinieri.

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06 Mostre Carabinieri CulturaSenza nome 1 20140121_etruschi_carabinieriLA MEMORIA RITROVATA

Tesori recuperati dall’Arma dei Carabinieri

Dal 23 gennaio al 16 marzo 2014

Roma

Palazzo del Quirinale

da martedì a sabato dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 15,30 alle 18,30

ingresso gratuito

domenica dalle 8,30 alle 12,00

Euro 5 con visita al Palazzo

Informazioni:

http://www.quirinale.it

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Quando gli artisti sopperiscono al peggio

Accade raramente, ma accade, che il lavoro di eterogenei operatori del visivo vengono raccolti per stimolare l’invisibile in uno spazio misteriosamente claustrofobico di un rifugio antiaereo, coinvolgendo il visitatore nell’atmosfera che devastava la mente non tanto per il susseguirsi delle esplosioni ma per lo spasmodico attenderne l’arrivo e la inevitabile conclusione.

Diciannove artisti che si propongono, con tanti monologhi, per dar vita a una corale di tormenti in cerca di salvezza nel sottosuolo di dostoevskiana memoria, superando l’arroganza di essere unici, per trasformarsi in un malessere collettivo. Quello che era per Dostoevskij una critica all’ottimismo della ragione, perché umano desiderio anelare alla sofferenza, si trasforma in un’eterna espiazione. Racconti, con emozioni e sentimenti di oggi, di un passato che fu, proprio in quei luoghi tragici.

Non si può considerare una presunzione designare un rifugio antiaereo come spazio dell’arte, ma un’occasione per riflettere sul contemporaneo attraverso le immagini e i suoni, allontanati dalla luce del sole e della luna. Un’arte esiliata in un contesto di meditazione per effettuare una sorta di archeologia dei sentimenti, evitando prevaricazioni passionali, per dare spazio all’umanità nei suoi momenti più difficili, estromettendo l’esagitazione brutale della sopravvivenza.

Pitture, volumi e immagini per evocare la memoria di un luogo, ma anche quello che potrebbero essere oggi i rifugi nei paesi che godono della Pace, come per i migranti che cercano un posto dove sottrarsi allo sguardo delle autorità. Un luogo che in alcune realtà sono stati trasformati in attrazioni turistiche e in altri lasciati nel buio del degrado, ma che può diventare un’occasione per i numerosi artisti che non hanno un pieno riconoscimento del loro prezioso lavoro.

Un buio che esalta i sensi incorporei, rendendo timido il tatto, perché troppo legato alla realtà, e dare sfogo all’immaginazione. L’oscurità che esalta la “virtualità” dell’arte, offrendo l’occasione di essere risucchiati in un buco nero e poi emergere dal buio del pavimento, tra suoni evocativi di un’epoca, una serie di facce invocanti al cielo e dalle pareti emergono volti come ectoplasmi, come in una tantum, dell’intervento Parlami d’amore Mariù di KalhyBelloxi.

Immagini in trasparenza, fluttuanti come fantasmi, sono le presenze che avvolgono il visitatore proposte da Giorgio Fiume con Una Sola Moltitudine nell’interpretare il passare del tempo attraverso una folla vagante. Venera Finocchiaro testimonia con Senza Passi il transito di un’umanità sofferente, costretta a intraprendere strade diverse da quelle che avrebbe voluto, attraverso la definizione di una serie di “calzature”, modello gambaletto di gesso, per coniugare il cammino dolorante e la mancanza di orme caratteristiche dei singoli passi. Due rappresentazioni sul tema passaggio di una moltitudine anonima su questa Terra, costretta a migrare per guerra, persecuzione, carestia.

L’artista genovese Virginia Monteverde pone la donna al centro della sua opera Catarsi: un’istallazione di 5 pannelli in plexiglass, collocati in modo da ricomporre la Pietà di Michelangelo, restituendogli un’esistenza “liquida”. Alla base dei pannelli il visitatore potrà prendere delle cartoline speciali, raffiguranti la criptografia QR-CODE. Dei “francobolli” capaci di tramutarsi in suoni e immagini, attraverso la lettura di smartphone e iPad, che il visitatore potrà portare via con sé, per ascoltare e vedere l’opera anche fuori dal contesto espositivo. Crittogrammi che racchiudono non solo le immagini dell’opera, ma anche la voce di cinque donne che leggono delle frasi scelte da vari libri per rappresentare le proprie paure (autoidentificazione) e affermare la propria liberazione (affermazione). Un processo di liberazione che Catarsi riesce ad amplificare maggiormente se perseguito in luogo ossessivo e claustrofobico come il sotterraneo ad oltre 40 metri di profondità nella terra, un generatore di paure ancestrali e l’occasione di rinascita al tempo stesso, ma anche un luogo, per la sua valenza storica, di rifugio e di speranza, in cui può compiersi perfettamente il processo catartico insito nell’operazione artistica.

Giancarlo Cecchetti non si limita a essere il promotore dell’iniziativa, ma presenta l’installazione Pensierino della sera: quando tornerò a giocare in giardino? Un’opera che enuncia tutte le speranze dei bambini di ogni parte del Mondo ad avere un’infanzia lontano dagli orrori della guerra e il pensiero va ai conflitti balcani e al più recente siriano con le immagini di ragazzi che giocano tra le macerie

Emarginare la realtà in un’atmosfera onirica, farsi avvolgere dalla penombra, non avere paura dell’incognito nascosto dietro l’angolo, andargli incontro, affogare i propri tormenti nell’oscurità, allontanare i rumori esplosivi della malvagia realtà che vuole vinti e vincitori, carnefici e vittime.

Un luogo per salvaguardare l’umanità dalla brutalità dei quotidiani conflitti, affidando le proprie speranze ad una realtà che sia evoluzione dei propri sogni e non l’imposizione delle altrui volontà.

Sfumature di colore che si trasformano in tonalità di grigio per perdersi in un viaggio mentale nelle sensazioni degli autori delle opere nel momento della loro realizzazione.

I rifugi dagli eventi bellici dovrebbero essere salvaguardati non solo come testimonianza di un passato, ma anche come possibilità di spazi culturali isolati dal contesto per rileggerne la quotidianità.

Si può avere delle antipatie per uno o più artisti, ma i politici e gli amministratori dovrebbero andare di là del loro naso, superando i limiti di un’ottusa banalità e dare la giusta rilevanza a un evento ben più importante di una qualsiasi Arte Fiera, e non segregarlo a due misere settimane di “vita”, perché la mostra va oltre il trionfo dell’ovvietà del testo di presentazione, mostrando un panorama eclettico dell’arte.

L’iniziativa di Giancarlo Cecchetti offre ai visitatori delle opere di artisti (Antonella Aversa, Claudia Bellocchi e Carlos Mendes – in questa occasione in collaborazione con il nome KalhyBelloxi -, Cati Briganti, Marina Buening, Giancarlo Cecchetti, Venera Finocchiaro, Giorgio Fiume, Fabio Fontana, Ester Hueting, Pina Inferrera, Luisa Mazza, Debora Mondovì, Virginia Monteverde, Isabella Nurigiani, Alessio Paolone, Pasquale Pazzaglia, Valter Vari, Marilena Vita) che danno il meglio, per sopperire al peggio del quotidiano, e non propone delle parole di buoni propositi.

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06 Mostre Colleferro Rifugi Giancarlo Cecchetti pensierino della sera 1IMMAGINAZIONI DAL SOTTOSUOLO

Luci e ombre della memoria

Collettiva d’Arte Contemporanea

Dal 25 gennaio al 9 febbraio 2014

Colleferro (Roma)

Rifugi di via Roma

Informazioni:

Tel. 06/97203204

Orario:

dal lunedì al venerdì

dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 19

il sabato e domenica

dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19

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